Autore: Orma
Da: Marco Orioles, Democrazia: radici, problemi, prospettive in Dialogo sulla democrazia di A. Comelli e Marco Orioles, Il Leonardo, Pasian di Prato 2008 )in corso di pubblicazione)
Più che sui gesti clamorosi e rari che i libri di storia amano raccontare, la democrazia si impernia su tante, piccole dosi di routine. Il motore della democrazia, se posso esprimermi in questo modo, funziona a diesel. Vero, purché si ammetta che non sempre è così.
La democrazia si baserà anche su un basso continuo di impegni e scadenze. Ogni tanto però la storia le tende un’imboscata. Allora il nostro buon senso incontra i suoi limiti, costretto com’è a constatare che la macchina si è bloccata. Per farla ripartire, occorre una spinta. Ci vuole l’energia straordinaria che solo uomini straordinari possiedono. Ci vogliono, in una parola, degli eroi.
Dobbiamo farci a questo punto una domanda: le democrazie sanno rispondere alle chiamate della storia? L’ordinaria mediocrità su cui si imperniano è in grado, nel momento del bisogno, di sfornare degli eroi? Chiunque ne conosca le vicissitudini risponderà senza esitazioni che, sì, le democrazie sanno superare le emergenze. Una democrazia sana possiede gli anticorpi con cui debellare anche le minacce più insidiose. Vuoi delle prove, anzi, dei nomi? Te ne posso fare quaranta.
Sono Leroy Homer, professione pilota. CeeCee Lyles e Sandra Bradshaw, assistenti di volo. E poi Todd Beamer, Mark Bingham, Tom Burnett, Andrew Garcia, Jeremy Glick, Richard Guadagno. Dovrei aggiungere altri trentuno nomi, ma non è necessario. L’importante è ricordarli, tutti insieme, come gli uomini e le donne del volo 93. Sono le persone che, l’11 settembre del 2001, si ribellano ai terroristi che hanno dirottato il loro aereo. E' un gesto disperato ma efficace. Drammaticamente efficace. Il tentativo di riprendere il controllo del Boeing 757 impedisce di replicare per la quarta volta l'exploit di pochi minuti prima a New York e Washington. Alle 10:03, ora della costa orientale degli Stati Uniti, il volo 93 precipita sulla campagna di Pittsburgh. Il presunto bersaglio, il Campidoglio o forse la Casa Bianca, è a centocinquanta miglia. La missione dei quattro terroristi, del quarto commando, è fallita.Questa storia era già nota prima che United 93 uscisse nelle sale cinematografiche. Il film però, bisogna dirlo, la racconta in modo perfetto, da tutti i punti di vista. Senza sbavature né indulgenze, la pellicola ricostruisce quanto si è verificato nella pancia di quell’aereo in poco più di due ore, dalle operazioni di imbarco fino al tragico epilogo.Quarante vite scorrono, inizialmente, nella piena normalità. Identificarsi è sin troppo facile: un giorno come gli altri, esistenze qualsiasi, tran tran, pillole e giornali. Poi, però, tutto muta. Improvvisamente. Con le urla frenetiche dei terroristi, il successivo, interminabile disorientamento. L'angoscia. Fino a quando, anche lassù, arriva la stessa notizia che sta girando il mondo: ci sono altri aerei. Dirottati, sequestrati. Due, tre, forse di più. Nessuno, negli Stati Uniti, sa bene cosa stia succedendo. Solo una cosa è certa, a terra come in quota. È una verità orribile: due aerei si sono schiantati sulle Torri Gemelle. America is under attack.
L’ombra cupa di un destino imminente si allarga sui corridoi del volo 93. Paura e sconforto si fanno largo nel cuore di molti. Qualcuno telefona ai familiari, per l’ultimo saluto. Altri si aggrappano ai cellulari per avere aggiornamenti, ragguagli, o solo per il conforto di un contatto. A chiamare dall’aereo saranno in tutto dodici persone: dieci passeggeri e due membri dell’equipaggio.Per chi ha ricostruito questi avvenimenti, in particolare per il Congresso degli Stati Uniti, le telefonate hanno rappresentato una preziosissima fonte di informazioni. Gazie a queste testimonianze abbiamo ad esempio appreso come, lassù, non sia la rassegnazione a prevalere. Guarda ad esempio, caro Albino, cosa fa Tom Burnett. Quest’uomo di 38 anni chiama per quattro volte la moglie. È incredibile: è lui a rassicurare lei. «Non ti preoccupare», le dice. «Stiamo per fare qualcosa». We’re going to do something.Il film qui si fa superlativo. Una colossale emozione ti inchioda sulla poltrona. È l’emozione trasmessa da un nucleo di persone che si stringe come un sol uomo. Sgominando la paura, questo gruppo trova la forza di seguire i tre magici passi della danza democratica: discutere, decidere, passare all’azione. Nel film li sentiamo pronunciare una frase che, a mio avviso, racchiude l’essenza della nostra discussione sulla democrazia. «Siamo in tanti. Dobbiamo fare qualcosa». Questa non è fiction, è un manifesto politico.I fatti successivi sono tutti documentati dalla scatola nera trovata nel relitto. I suoni e le voci restituitici dall'oltretomba lasciano pochi dubbi: la battaglia è stata furiosa. «Nella cabina!», In the cockpit!, è il disperato grido di guerra dei passeggeri. Lo lanciano due volte di fila, alle 9:58 e 55 millesimi di secondo e alle 9:58:57. «Vogliono entrare», si dicono nello stesso istante i terroristi asserragliati nel loro fortino. «Prendiamoli», Let’s get them, urlano gli assedianti alle 9:59:20.Per quattro lunghissimi minuti, è il caos. Poi, tra le 10:03:02 e le 10:03:09, un’invocazione. Risuona dentro la cabina, come un martello, per nove volte: «Allah è grande. Allah è grande». Sono le ultime parole del volo 93. In questo preciso istante, a Somerset County, in Pennsylvania, alcuni testimoni oculari avvistano un aereo. È a pancia in giù, evidentemente fuori controllo. Si dirige, a quasi mille chilometri l’ora, verso il suolo. Forse l’irruzione è riuscita del tutto, forse no: non lo sapremo mai. Sappiamo quel che basta: i nomi dei vincitori della battaglia della Pennsylvania.

Tu certo sai, caro Albino, che questa ricostruzione non mette tutti d’accordo. Proprio come per l’aereo che mai sarebbe caduto sul Pentagono, anche qui c’è chi preferisce cullarsi nell’odioso tepore delle teorie cospiratorie. A queste persone vorrei dire: andate su internet. Accendete il vostro computer e scaricatevi la trascrizione del nastro, come ha fatto chi scrive. Ma non mi faccio illusioni. Non ci crederebbero comunque. Il loro fanatismo non teme confronti. Diciamo, per giustizia, che è appena una spanna sotto quello di Ziad Jarrah. Prima di strillare come un ossesso «Allah è grande» ai comandi di quel Boeing 757, questo giovane libanese nato nel 1975 aveva preso le sue belle lezioni di volo in Florida. Al suo istruttore aveva detto di amare l’America.Bravo Ziad, sei riuscito a prenderlo per il naso, il tuo istruttore. L’hai proprio fregata l’America. Devi ammetterlo: non è stato difficile. Dopo aver aperto le porte a decine di milioni di disgraziati, quel paese non poteva far caso al tuo muso. E dire che, di americani, i tuoi correligionari ne avevano fatti saltare in aria, eccome. Era dal 1983 che ci avevano preso gusto. È che sono cocciuti, gli yankee. Come direbbero a Roma, hanno proprio la capoccia dura. Sono un po’ come i cani: tu li bastoni e loro si fidano.Pensa che noi, in Europa, abbiamo pure provato a dichiarargli guerra mezzo secolo fa. Sì, lo so: era un gesto disperato. Ma noi di fanatismo ne abbiamo avuto da vendere. Abbiamo fatto anche noi i nostri jihad. Ad ogni modo, sai cos’hanno fatto gli americani dopo aver vinto la seconda guerra mondiale contro di noi? Sono diventati i nostri migliori amici. E non a parole, ma coi fatti. Per difendere la nostra libertà si sono esposti alle rappresaglie sovietiche: prima con i loro soldati dislocati in Europa e poi, nell’era dei missili balistici, col proprio territorio. Con il Patto Atlantico, gli americani sono stati addirittura surreali. Se non lo sai, te lo dico io cosa fecero con questa organizzazione creata per unire le democrazie dell’Occidente. Accolsero il paese che poco tempo prima aveva cosparso l’Europa di lager e cenere.Il significato di questi comportamenti deve esserti sfuggito, caro il mio Ziad. Tu e il tuo amico Osama bin Laden li ritenevate un segno di debolezza. Vi siete sbagliati. L’errore che avete commesso è di proporzioni incommensurabili. Pensavate che, colpendola all’altezza del ventre, la democrazia avrebbe ceduto. Avete invece centrato il vero giacimento del suo eroismo: i suoi cittadini. Te ne sei accorto subito delle forze che avete sprigionato, vero Ziad? Anche il tuo sceicco se ne è accorto, tanto che da quel giorno evita di farsi vivo. I gerarchi giapponesi e il loro compare coi baffetti dovettero vivere una sensazione simile, dopo l’attacco a Pearl Harbour.Ma questa è un’altra storia.