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Non abbiamo motti fissi, alla casbah. Li scegliamo di volta in volta. L'ultima volta, comunque, la scelta è stata facile: "We do not want to publish the address of the
Internet site where this film can be seen, in order to avoid propagating corruption in society"
(siasat-e rouz & agence france presse, 11.6.07)

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un caso khatami?

Autore: Orma


di Marco Orioles

da: friulinewspaper - supplemento a friuli news
anno III, n. 6, settembre 2007


Il filmato "incriminato": khatami exit-2



“E’ vergognoso”, scrive un blogger, “che Khatami debba essere punito per aver dato un segno di amicizia ad altri esseri umani secondo le loro usanze”. Anche perché, come sottolinea il quotidiano inglese The Guardian, “sebbene l’islam proibisca in genere le strette di mano tra uomini e donne non imparentati, alcuni ecclesiastici sciiti ammettono che in certi casi è consentito per evitare imbarazzo. In Iran, le strette di mano tra uomini e donne sono divenute comuni negli ultimi anni nonostante le leggi islamiche in vigore”.


Se non è tutto, è l’essenza della storia delle “strette di mano proibite” di Mohammad Khatami a Udine. Uno strano scandalo che, più che in un luogo, nasce su internet. Perché è su internet che viene depositato, sul famoso portale “YouTube” e in uno sconosciuto sito chiamato “la casbah di Udine”, il filmato chiamato Khatami Exit-2. Ed è sempre qui, nel ciberspazio, che si compie la scoperta e, immediatamente dopo, gli accertamenti, i commenti, i giudizi. Una frenesia che contagia anche il pantheon giornalistico: New York Times, Economist, Corriere della Sera. Tutti, morbosamente, a cercare in sei minuti e ventitre secondi gli indizi, i segni, le prove.

Dentro Khatami Exit-2 se ne trovano ben quattro. Chiare ed incontrovertibili, la terza soprattutto. Il sorriso, la maglietta scollata, il braccio longilineo di una ragazza friulana che si protende verso la mano di un seyyed, un discendente della famiglia del profeta: sono, oramai, i pilastri di un caso giudiziario su cui dovrà pronunciarsi il tribunale di Qom. Chiamati a dirimerlo dagli adiratissimi talebeh, studenti di quella scuola teologica che fu frequentata dallo stesso Khatami, i giudici della città santa iraniana hanno un compito apparentemente facile.

Non altrettanto semplice sarà invece il nostro, di compito: provare a ricavare qualche lezione su di un paese, l’Iran, che sui fatti di Udine ha appeso una parte della propria identità. Un’identità attraversata da contraddizioni che però, nell’era digitale, non resteranno a lungo celate.

Per sciogliere questo nodo sarà bene fare un passo indietro, anzi due. Dalla notizia ferragostana del rinvio a giudizio di Khatami dobbiamo risalire sino ai giorni della visita udinese (11-12 maggio). Non tutto quel che è successo in questi mesi ci è noto, ma non importa: quanto conosciamo è sufficiente per afferrare i nessi e i significati di questa storia.

Doveva essere una tappa marginale, quella friulana. La coda di un viaggio che condurrà l’ex presidente della repubblica islamica al cospetto dei primi attori della politica italiana e del sommo pontefice. In questa fitta agenda c’è posto per un intero ciclo di conferenze. Roma, Napoli, Palermo, Bari offrono a Khatami altrettanti palcoscenici in cui articolare la propria visione del mondo: quella di un “dialogo tra le civiltà” che superi le laceranti divisioni di ieri e di oggi. Dai giornali di allora traspare chiaramente il successo della spedizione. Khatami convince e seduce, facendo riscuotere al suo paradigma parecchie e sincere adesioni.

Un vero peccato, allora, per quella conferenza di troppo a Udine. E per quella telecamera che ha catturato, a beneficio degli assenti, il tentativo di dialogo in corso. Un esperimento di cui è stato proprio l’invisibile pubblico dei filmati friulani a scoprire la natura ardita. Perché a Udine, questa la scoperta fatta da esterrefatti internauti iraniani, l’illuminata operazione di Khatami si è arricchita di un ingrediente sapido e imprevisto: un contatto col gentil sesso. Un contatto ravvicinato, plurimo e, almeno secondo “la rigida interpretazione del corano vigente in Iran”, proibito.

Quando il quotidiano Siasat-e Rouz, l’11 giugno, denuncia per primo l’esistenza dei video, la lusinghiera storia del confronto tra Iran e Italia si trasforma in una grottesca caricatura. L’affabilità, la disponibilità, i sorrisi mostrati da Khatami sotto i cieli della penisola sono spazzati via da una campagna intimidatoria mozzafiato. La manovra, manco a dirlo, è diretta dagli uomini che contano, ben lieti di affondare in un colpo solo uno scomodo pretendente e la chimera dell’oriente che saluta l’occidente. Svetta, tra tutte, la voce del presidente in carica Mahmoud Ahmadinejad. “Khatami ha lordato se stesso, l’Iran e l’Islam (…) la sua mano oltraggiosa deve essere mozzata e le prostitute adultere tradotte al Tribunale della Sharia". Le quattro friulane che hanno osato prendano nota.

Se la nostra storia terminasse qui, ci sarebbe ben poco di cui discutere. Tutto si pone, in effetti, all’insegna del già visto. L’oscurantismo sessista, l’estremizzazione della dialettica politica, lo svilimento delle componenti moderate, l’ostilità verso piccoli e grandi satana d’occidente. Questo spartito era e continua ad essere musica quotidiana per le orecchie degli iraniani. Nemmeno il tentativo di accreditare un Iran dal volto nuovo è, in verità, originale. Lo stesso dicasi per la sua confutazione, anche questa volta affidata alle nude cronache persiane.


Ma il diavolo, come si suol dire, sta nei dettagli. E i dettagli rivelano un quadro sfumato, anzi promettente. Sì, promettente. Apparentemente avulso dalla realtà di un caso politico così scoraggiante, l’aggettivo si rivela adatto ad inquadrare alcune variabili che hanno avuto un ruolo cruciale nella vicenda. Le stesse che stanno scompaginando gli equilibri della repubblica islamica.

I fattori che vogliamo evidenziare rimandano tutti, direttamente e indirettamente, allo strumento che ha fatto da leva allo scandalo: internet. Anche questa volta, la rete delle reti ha evidenziato il proprio carattere dirompente. Abolendo le distanze tra paesi e popoli, internet ha permesso a un viaggio in terra straniera di un leader in pensione di diventare saliente per il dibattito interno. Solo in apparenza perciò le prime cronache on line del successo italiano di Khatami ci sembreranno antitetiche a quelle, successive e di segno opposto, dello scandalo. Le une come le altre documentano un’affermazione: quella di un mezzo, internet, nato per avvicinare gli umili cittadini ai potenti della terra.

Conclusioni affrettate, si potrebbe dire, alla luce della stretta censura che avvolge la rete iraniana. Verissimo, anzi, lapalissiano. In un tempismo beffardo, almeno col senno di poi, nelle stesse ore in cui Khatami intratteneva gli udinesi la stampa internazionale riferiva il blocco totale di “YouTube” effettuato dalle autorità di Teheran. “Sulla base delle leggi della repubblica islamica dell’Iran l’accesso a questo sito non è autorizzato”. Il divieto riecheggia nelle parole usate dal già citato Siasat-e Rouz per invocare la pubblica gogna su Khatami: “non pubblicheremo l’indirizzo del sito internet in cui può essere visto questo filmato, per non diffondere la corruzione nella società”.

Ebbene, i quasi quattrocentomila click registrati in poche settimane dai video di Khatami nel sito internet in questione (www.casbahudine.org), e soprattutto sul temutissimo “YouTube”, la dicono lunga sull’ammorbamento della società iraniana. Un contagio iniziato ben prima del 2007 che il regime dei mullah non potrà contrastare facilmente. Anche nell’Iran di Khamenei e Ahmadinejad, il cosiddetto “weblogestan” è infatti una realtà ogni giorno più ricca, plurale e rumoreggiante. Il fervore telematico persiano fa anzi impallidire quello di molti paesi della mezzaluna, se non di tutti.

Internet, ovviamente, non è una panacea. Al contrario, può rivelarsi e si è spesso rivelato un efficace canale di propagazione dell’odio. Nella parabola dei video di Khatami questa nefasta possibilità è ben visibile. La mia coscienza ha traballato non poco nel assistere all’incessante riproduzione degli innocui filmati della casbah di Udine presso gongolanti siti fondamentalisti. Che dire poi del gruppo di “ultra-conservatori” che ha fatto sfilare quelle immagini per la santa Mashad al grido di “morte al nemico del clero”? O dei soliti zelanti che hanno fornito alle bancarelle di Teheran numerose copie di Khatami Exit-2? Il prezzo, così mi è stato riferito, corrispondeva a circa dieci euro.

Prima di arrendersi allo sconforto è bene ribadire che, sotto questo sole accecante, qualcosa di nuovo è accaduto. Proprio mentre procedevano le strumentalizzazioni di ulema, talebeh e fazioni radicali come Hezbollah, la società civile iraniana consumava infatti un antico rituale democratico: la ricerca di informazioni. Non, però, informazioni qualsiasi. Guidati da una consolidata diffidenza verso le fonti interne, moltissimi si sono riversati sulle praterie di internet, alla ricerca di lumi su un caso sempre più confuso e lacunoso.

La confusione da dissipare era in effetti notevole. E non solo per merito delle calunniose trombe fondamentaliste: le stesse, va sottolineato, che hanno cavalcato il sospetto secondo cui le donne dello scandalo sarebbero le peccaminosissime Cristiana e Gianola Nonino. A contribuire al disorientamento dell’opinione pubblica iraniana è stato purtroppo lo stesso Khatami. Che ha negato, a più riprese, ogni addebito. Salvo poi, incalzato dagli eventi, fornire nuove versioni dei fatti.

Gli increduli iraniani si sono così visti proporre due scenari contrastanti. Quello, formulato l’11 giugno attraverso la fondazione Baran, secondo cui “nella folla, è possibile che qualche mano sia stata stretta, anche se l’ex presidente è contrario ad ogni contatto fisico tra i sessi”. E quello, infine, del “fotomontaggio” creato “per screditare l’ex presidente”. Ipotesi, quest’ultima, perfezionata niente meno che da Hassan Shariatmadari, temuto consigliere della guida suprema Ali Khamenei nonché direttore del quotidiano arci-conservatore Kayhan. In un editoriale, Shariatmadari liquiderà tutto come un “complotto” ordito dalla CIA, dai neoconservatori americani, e naturalmente dalla casbah di Udine.

Se fosse tra noi e potesse offrirci un commento, il marchese de Tayllerand rispolvererebbe senz’altro la sua famosa frase: “è più di un delitto, è un errore”. Scegliendo di negare, Khatami non ha solo sacrificato la verità sull’altare di un’incerta sopravvivenza politica. Ha commesso il più fatale degli errori politici: ignorare la realtà. La realtà di un paese che, alla notizia di quei gesti proibiti, si è affrettato a sincerarsene di persona. La realtà di uomini e donne che hanno palpitato per il proprio leader sino ad approvarne la condotta, salvo poi sentirsi delusi e traditi. La realtà di individui che non hanno esitato a contattare direttamente l’uomo dei video di Udine al fine di conoscere la verità negata in patria.

“Credo che lei capisca il suo ruolo storico in questa importante e critica vicenda”. Quando queste parole hanno raggiunto la mia casella di posta elettronica, sotto l’indirizzo di un emergente portale persiano di notizie e blog, ho sorriso nervosamente. E’ un’iperbole, ho pensato. Mi sbagliavo. Un filmato, un sito web e l’icona di un capo religioso che disattende le regole imposte a una società sempre più aperta: se non saranno decisive per cambiare le sorti di un paese inquieto, queste potenti variabili potranno forse aiutare l’Iran a capire meglio se stesso e a decidere del proprio futuro.

Forse.




MATERIALI


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