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Non abbiamo motti fissi, alla casbah. Li scegliamo di volta in volta. L'ultima volta, comunque, la scelta è stata facile: "We do not want to publish the address of the
Internet site where this film can be seen, in order to avoid propagating corruption in society"
(siasat-e rouz & agence france presse, 11.6.07)

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Netwars

Autore: Orma


by orma




friuli venezia giulia, italy






Questo sito da oggi ha una nuova sezione. Le abbiamo dato l'unico nome possibile: netwars. Chi ci ha seguito da vicino negli ultimi tempi avrà afferrato al volo
il perché di questa strana etichetta. Un perché che porta diritto diritto nel Vicino Oriente. A tutti gli altri dovremmo invece fornire lunghi chiarimenti, e di sabato non è il massimo.

Per non lasciare costoro senza alcuna bussola forniamo se non altro i principali riferimenti teorici e concettuali della nuova iniziativa. Non occorre molto tempo:  le citazioni riportate in calce sono più che sufficienti. Sono i riferimenti che eravano soliti dare a lezione e che oggi, a quanto pare, tornano utili.

Suggeriamo anche una fugace ma aggiornata lettura elettronica, che abbiamo già provveduto ad archiviare: YouTube: the Battle of Technology vs. Censorship.

Rimandiamo allora alla sezione "netwars" augurandovi
un felice weekend.


RIFERIMENTI "NETWARS"

Toffler A., Toffler F., The new Intangibles (1997)
Arquilla J., Ronfeldt D., Cyberwar is coming (1993)
Arquilla J., Ronfeldt D., Osama bin Laden and the Advent of Netwar (2001)
Orioles M., I vecchi e nuovi volti della comunicazione (2003)






Toffler A., Toffler F., The new Intangibles, in A
rquilla J., Ronfeldt D, In Athena’s Camp: Preparing for Conflict in the Information Age, Rand, Santa Monica, 1997: xiii-xxiv.

The way any society engages in conflict reflects the way it does a lot of other things – especially the way its economy is organized. And just as the industrial revolution industrialized warfare, and mass production led to mass destruction, with Clausewitz as the theoretical genius of the era, so today the entire society is going beyond the industrial age – and taking military with it. This turns out to be a revolutionary moment in the fullest meaning of that much over-worked word (xiii).





Arquilla J., Ronfeldt D., Cyberwar is coming, "Comparative Strategy", Vol 12, N. 2, Spring 1993: 141–165


The information revolution reflects the advance of computerized information and communications technologies and related innovations in organization and management theory.  Sea changes are occurring in how information is collected, stored, processed, communicated and presented, and in how organizations are designed to take advantage of increased information. Information is becoming a strategic resource that may prove as valuable and influential in the post-industrial era as capital and labor have been in the industrial age.

(...)

The information revolution, in both its technological and non-technological aspects, sets in motion forces that challenge the design of many institutions.  It disrupts and erodes the hierarchies around which institutions are normally designed.  It diffuses and redistributes power, often to the benefit of what may be considered weaker, smaller actors.  It crosses borders and redraws the boundaries of offices and responsibilities.  It expands the spatial and temporal horizons that actors should take into account.

(...)

the information revolution will cause shifts both in how societies may come into conflict, and how their armed forces may wage war.  We offer a distinction between what we call “netwar”—societal-level ideational conflicts waged in part through internetted modes of communication—and “cyberwar” at the military level.

(...)

Netwar refers to information-related conflict at a grand level between nations or societies.  It means trying to disrupt, damage, or modify what a target population “knows” or thinks it knows about itself and the world around it.  A netwar may focus on public or elite opinion, or both.  It may involve public diplomacy measures, propaganda and psychological campaigns, political and cultural subversion, deception of or interference with local media, infiltration of computer networks and databases, and efforts to promote a dissident or opposition movements across computer net- works.





Da: ARQUILLA, J., RONFELDT, D., Osama bin Laden and The Advent of the Netwar, «New Perspectives Quarterly», vol. 18, 4, Fall 2001.


Netwar has two faces, like the Roman god Janus. Janus was the god of doors and gates, and thus of departures and returns, and new beginnings and initiatives. This, in a sense, meant he was the god of communications, too. His double face, one old and looking back, the other younger and peering forward, conveyed that he was an inherently dual god. At the beginning of creation, he partook in the separation of order from chaos. In Roman times, he was identified with the distinction between war and peace, for the gate to his temple at the Forum was kept ceremoniously closed in times of peace and open in times of war-which meant the gates were rarely closed. At the start of the 21st century, the world is again at a new beginning. It is uncertain whether it will be an era of peace or conflict; but how matters turn out will depend to some degree on which face of netwar predominates.

(...)

The duality of netwar in the real world-dark-side criminals and terrorists on the one hand, but enlightening civil society forces on the other, is mirrored in the virtual world of cyberspace, which is increasingly utilized for crime and terror, along with social activism.

(...)

Activists will become more adept at integrating the mobilizing force of the Internet with the power and appeal of messages aimed at spreading and protecting human rights. Even so, criminal and terrorist organizations will learn how to manipulate the infosphere with increasing skill.





Da: Orioles M., I vecchi e nuovi volti della comunicazione, in Tellia B. (a cura di), Comunicare, Forum, Udine 2006


La «ciberdemocrazia» è forse ancora un miraggio lontano. Il cambiamento degli equilibri nel mondo della comunicazione che abbiamo appena discusso sembra però aver già inciso pesantemente sul vecchio detto secondo il quale informazione significa potere. A parere di Thomas Friedman [2001], questo assunto deve essere infatti quanto meno riformulato, visto che le nuove tecnologie offrono addirittura dei «superpoteri» a chi le sa sfruttare adeguatamente. Superpoteri che, per l’appunto, si basano su una serie di usi innovativi, spesso spregiudicati e soprattutto sempre più estesi di quella risorsa strategica che è l’informazione.

La premessa del ragionamento di Friedman è assolutamente semplice. Pensate ad internet, spiega Friedman. A differenza dei suoi predecessori, questo strumento è schiettamente democratico. L’accesso ad internet è cioè alla portata tanto dei governi e delle grandi imprese, quanto dei privati cittadini. Come i primi, anche i secondi possono quindi avvantaggiarsi delle potenzialità di internet, a partire dalla possibilità di «raggiungere in modo più rapido, economico ed efficace ogni angolo del mondo». Nella rete delle reti, in altre parole, gruppi ed individui di ogni provenienza ed estrazione hanno trovato un mezzo che permette loro di «pensare, agire, comunicare» su scala globale alla stregua di quanto può fare il ministero degli affari esteri di uno stato o una qualsiasi azienda multinazionale [ibidem: p. 11].

Questi dunque sono i presupposti dei «superpoteri» di internet. Che hanno trovato, negli ultimi anni, più di una dirompente applicazione. Gli esempi che potremmo fare sono invero assai numerosi. Noi qui ci limiteremo a fornirne un quantitativo modesto ma sufficiente, oltre che per dare sostanza alla metafora di Friedman, per illustrare le luci e le ombre di questo fondamentale aspetto della società dell’informazione. E come le luci, vedremo che anche le ombre sono assolutamente accecanti.

Il primo esempio che vogliamo fare ci riporta al grande clamore creato dai movimenti contro la globalizzazione. Molti di voi ricorderanno senz’altro la tumultuosa manifestazione di Genova del luglio 2001. I più assidui fruitori delle cronache giornalistiche sapranno anche che l’episodio di Genova rappresenta solo uno degli anelli di una catena di proteste che hanno costantemente accompagnato i grandi summit internazionali sin dai giorni della riunione della “World Trade Organization” tenutasi a Seattle, negli Stati Uniti, nel dicembre 1999. Ebbene, ciò che Seattle, Genova e gli altri raduni dei cosiddetti “no-global” hanno messo in evidenza è proprio uno dei superpoteri richiamati da Friedman. Ognuna di quelle manifestazioni è stata infatti il frutto ed il culmine di un intenso lavoro di preparazione condotto attraverso internet. Infinite discussioni e dibattiti on line hanno dapprima creato i punti d’incontro ed evidenziato le affinità tra gli aderenti ai vari soggetti ed organismi che oggi si riconoscono nel comune sentire no global. I medesimi strumenti della comunicazione di rete hanno quindi permesso di pianificare e coordinare di volta in volta le operazioni sul campo, garantendo ad esempio una comoda soluzione per organizzare l’afflusso e la concentrazione di migliaia di persone nel luogo prescelto.

 Senza un simile lavoro di «networking» [Castells, 2002], e senza internet, un fenomeno come questo non avrebbe certamente raggiunto simili proporzioni. E i “potenti della terra” presi a bersaglio dai no global non sarebbero probabilmente costretti ad incontrarsi, come fu per il G8 canadese successivo a quello di Genova, in luoghi dove è più probabile incontrare un orso che un dimostrante. I governanti, in ogni caso, sembrano preoccupati non tanto di questa applicazione del networking, quanto di quella che due esperti hanno definito «netwar». [Arquilla e Ronfeldt, 2002]. Si tratta di una inedita forma di conflitto a bassa intensità, ma passibile di fiammate improvvise e particolarmente letali, che si incardina grosso modo sugli stessi principi usati dai no global. Come questi ultimi, spiegano Arquilla e Ronfeldt, anche i protagonisti della netwar si avvalgono delle «forme organizzative» e delle relative «dottrine, strategie e tecnologie che si accordano con l’era dell’informazione». A cambiare drammaticamente sono però i fini e gli obiettivi, oltre che l’identità di chi li persegue. In cima alla lista dei guerrieri della netwar troviamo infatti la sigla di Hamas, l’organizzazione islamista che opera in Palestina, e soprattutto la celeberrima Al Qaeda, il cui exploit dell’11 settembre del 2001 ha offerto una delle più emblematiche dimostrazioni dei rischi della società dell’informazione.

L’idea di un parallelo tra il fenomeno no global e il terrorismo fondamentalista di Osama bin Laden è naturalmente quanto di più lontano una mente ragionevole possa elaborare. Ciò nonostante, ambedue possono essere annoverati se non altro nel campo definito dai superpoteri di cui ci parlava Friedman. I più interessati troveranno anzi assai stimolanti le letture dei vari saggi che ricostruiscono i sapienti usi di internet ed altre astuzie elettroniche fatti da Al Qaeda o da Hamas [Olimpio, 2002; Rapetto e Di Nunzio, 2001]. Le organizzazioni terroristiche comunque non esauriscono affatto l’elenco dei combattenti dell’era dell’informazione. Hacker, mercanti di droga, trafficanti di armi di distruzione di massa, movimenti etno-nazionalisti, milizie e bande di ogni genere formano un vasto ed eterogeneo esercito di movimenti e organizzazioni che allignano e operano nelle sterminate praterie di internet e danno lavoro ad un robusto contingente di agenzie statali, costrette ad inseguire i propri bersagli sullo stesso terreno immateriale (oltre che, naturalmente, nel più tradizionale mondo delle manette e delle “informazioni” di garanzia).

Grazie al cielo, queste inquietanti realtà si accompagnano a fenomeni di tutt’altro segno. Per chiudere con una nota di ottimismo, cediamo quindi volentieri di nuovo la parola a Friedman [2001: p. 28] per un ultimo esempio di superpoteri. Quelli che sono valsi a Jody Williams il prestigioso riconoscimento del premio Nobel per la pace, assegnatole nel 1997 per il ruolo da lei svolto nella campagna per la messa al bando delle mine antiuomo. Ma chi è Jody Williams? «Una donna qualunque», sottolinea compiaciuto Friedman, che ha guidato questa importante battaglia civile «senza il supporto di stati o governi e nonostante l’opposizione delle maggiori potenze mondiali». E qual è stata «l’arma segreta» che ha permesso alla Williams di superare un così formidabile fuoco di sbarramento e di coordinare «l’attività di più di mille organizzazioni pacifiste e per i diritti umani in sei continenti?». La posta elettronica. Con un semplice programma informatico che smista pacchetti di “bit”, una semplice cittadina americana ha potuto raggiungere un traguardo che interi plotoni di feluche non sarebbero forse mai riusciti ad avvicinare.

(...)

Prima di lasciarvi al prossimo capitolo, tuttavia, abbiamo pensato di offrirvi un ultimo spunto riepilogativo. Uno spunto che prende le mosse da un episodio di cronaca per mostrare, ancora una volta, come le tecnologie non abbiano mai un volto solo. L’avvenimento di cui vogliamo parlarvi non richiede una lunga introduzione. Il ricordo dei raggi di una limpida giornata di sole che si riflettono su due grattacieli che presto non svetteranno più rappresenta, crediamo, memoria comune per centinaia di milioni di persone. Stiamo parlando naturalmente del catastrofico attentato dell’11 settembre 2001. Un accadimento che sembra aver dimostrato, una volta per tutte, il grande potere di cui sono depositari gli ormai onnipresenti apparecchi televisivi. Un potere che i loschi piani di spregiudicati signori del male sembrano in grado di imbrigliare per trasformare quelle scatole elettroniche in un raffinato ed efficacissimo strumento di terrore. 

Le rilevazioni statistiche hanno mostrato come quella mattina, paura e sgomento si siano diffuse dappertutto alla velocità della luce. È stato stimato ad esempio che due terzi degli italiani siano venuti al corrente della notizia  dei fatti americani entro un’ora: una percentuale che, dopo un’altra ora, aveva ormai raggiunto il 94,7% [Bracciale e Martino, 2002; Orioles, 2002]. Valori analoghi si sono registrati in altre parti del mondo, trasformato come poche altre volte nel passato in un unico “villaggio globale” tenuto insieme dai mezzi di comunicazione di massa [Huddy, Khatib e Capelos, 2002]. Filtrato dal colossale apparato di telecomunicazione che solca, attraversa e oltrepassa il nostro pianeta, il messaggio di morte dei terroristi si trasformava così istantaneamente in una grande emozione globale.

La replica degli Stati Uniti, come sappiamo, non sé è fatta attendere. Ma quella senz’altro più sensazionale, dal nostro punto di vista, non è stata quella del governo americano. La replica più sonora ai terroristi è venuta infatti dai privati cittadini, americani e non. Nel giro di poche ore dalla caduta delle Torri Gemelle, il tessuto di internet aveva già cominciato ad accogliere una serie di immagini digitali che, nello spazio di pochi bit, sintetizzavano i più schietti sentimenti popolari. Di lì a poche settimane, queste immagini si sarebbero moltiplicate a dismisura, creando un giacimento iconografico in continua espansione. Un serbatoio davvero traboccante che avrebbe finito per inondare anche il web italiano, pronto a far proprio il messaggio di fondo veicolato da quegli esemplari o ad aggiungervi le proprie sfumature. 

Vengono definite in gergo tecnico «cybercartoon» [Ellis, 2002] e sono ormai una presenza fissa della rete o, se vogliamo, una sorta di «folklore virtuale» [Mason, 1996]. Si tratta, più precisamente, di una delle «inedite modalità di creazione artistica» che possono essere realizzate per mezzo delle nuove tecnologie e vengono poi comunemente esposte, in una sorta di galleria permanente, su internet [Formenti, 2002, p. 84]. Armata di computer, software e un pizzico di creatività, questa schiera di nuovi artisti trova anzi direttamente nella rete la «materia prima digitale» da usare per le proprie creazioni. Ai loro occhi (e mouse), internet rappresenta infatti un «immane deposito di materiali dei quali nessuno è ‘autore’, e che tutti hanno il diritto di prendere, copiare, manipolare per poi rimetterli in circolazione» [ibidem]. Ed è proprio questo che è accaduto, ma con un’intensità sorprendente, dopo l’11 settembre.

Il saccheggio permanente degli oggetti multimediali depositati nella rete è stato posto seduta stante al servizio di un’unica missione, che potremmo definire la caccia “virtuale” ai terroristi. Sbeffeggiati, dileggiati e oltraggiati in ogni maniera, gli iniqui talebani e l’odiato Osama bin Laden si sono trovati così sotto un fuoco incrociato di cybercartoon realizzati in tutto il mondo, con una forte e comprensibile concentrazione della produzione negli Stati Uniti. La conta di quanti ne siano stati creati in quei mesi roventi è praticamente impossibile, come difficile è stimare il numero di animazioni, giochi elettronici e barzellette di ogni tipo che sono stati creati, coniati e diffusi sempre nella rete e con il medesimo scopo. Nata per raccogliere le sole barzellette in lingua italiana, una ricerca curata da chi scrive ne ha accumulate più di cento, ma si tratta certamente di un valore per difetto [Orioles, 2002a e 2003]. La circolazione di questo umorismo digitale non si è peraltro arrestata sulla soglia di internet. Tra il settembre e il novembre del 2001, il segnale sonoro di “messaggio ricevuto” dei telefoni cellulari dei giovani italiani annunciava spesso l’arrivo di battute telegrafiche ma incisive, o di piccole animazioni, sugli attentati, sui talebani o su bin Laden.

Una volta si diceva: una risata vi seppellirà. Nella società dell’informazione questo vecchio detto sembra essere ancora pienamente valido. Basta naturalmente aggiornarlo, modificandolo magari con “un diluvio di risate e di bit”…


Riferimenti bibliografici di questo estratto:

ARQUILLA, J., RONFELDT, D., Osama bin Laden and The Advent of the Netwar, «New Perspectives Quarterly», vol. 18, n. 4, Fall 2001.
BRACCIALE R., MARTINO V., Apocalypse News, in MORCELLINI, M. (a cura di), Torri crollanti. Comunicazione, media e nuovi terrorismi dopo l’11 settembre, Milano: Franco Angeli, 2002.
CASTELLS, M., Galassia Internet, Milano: Feltrinelli, 2002 (ed. or. New York, 2001).
CASTELLS, M., La nascita della società in rete, Milano: Università Bocconi Editore, 2002a (ed. or. New York, 1996).
CORNERO, L., Dall’ultim’ora all’ultimo minuto, in CORNERO, L., MAZZONE, G. (a cura di), 11 settembre: i nuovi media nelle emergenze, Roma: Eri, 2002.
ELLIS, B., Making a Big Apple Crumble: The Role of Humor in Constructing a Global Response to Disaster, «New Directions in Folklore», n. 6, June 2002.
FRIEDMAN, T.L., Le radici del futuro. Mondadori: Milano 2001 (ed. or. New York, 2000).
HUDDY, L., KHATIB, N., CAPELOS, T., Trends: Reactions to the Terrorist Attacks of September 11, 2001,  «Public Opinion Quarterly», Vol. 66, n. 3, Fall 2002.
OLIMPIO, G., La rete del terrore, Milano: Sperling & Kupfer, 2002.
ORIOLES, M., 11 settembre 2001: davanti ai nostri occhi, «Quaderni del Dipartimento Est», Università degli Studi di Udine, n. 31, aprile 2002.
ORIOLES, M., Lo humour sull’11 settembre e la battuta ‘made in Italy’, in MORCELLINI M. (a cura di), Torri crollanti. Comunicazione, media e nuovi terrorismi dopo l’11 settembre, Milano: FrancoAngeli, 2002a.
ORIOLES, M., Chi vince a scacchi tra Bush e bin Laden? Uno sguardo allo humour sull’11 settembre, in BECHELLONI G., NATALE A.L. (a cura di), Narrazioni Mediali dopo l’11 settembre. Dialoghi e conflitti interculturali, Roma: Mediascape Edizioni, 2003.
RAPETTO, U., DI NUNZIO, R., Le nuove guerre, Milano: Rizzoli, 2001.

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