Autore: Orma
Da: Marco Orioles, Falchi e colombe. La guerra in Iraq vista dal New York Times e dal Washington Post, 2008 (in corso di pubblicazione)
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L’Europa fotografata dai sondaggi del 2002 e 2003 restituisce segnali eloquenti [Pew Research Center for the People & the Press, 2003]. La contrarietà alla guerra all'Iraq che la Casa Bianca sembra voler scatenare è forte e diffusa, anche nei paesi i cui governi sono dichiaratamente al fianco degli Stati Uniti. Questo dato si ricollega ad indicatori di altro tipo e non meno preoccupanti. I segni della solidarietà post-11 settembre appaiono definitivamente scomparsi, cedendo il posto ad una massiccia disapprovazione della politica del presidente George W. Bush. Ma è soprattutto l’immagine complessiva degli Stati Uniti a mostrare una sostanziale erosione. Non sono in pochi a barrare, dopo la relativa domanda del sondaggio, la casella «molto sfavorevole». Significativamentem, crescono anche quanti vorrebbero una maggiore indipendenza europea dall’alleato americano.
Sono numeri che pesano. Ma in un mondo che si nutre soprattutto di immagini, contano forse di più le riprese mostrate dai teleschermi di tutto il pianeta il 15 febbraio del 2003. Le affollate manifestazioni di piazza tenutesi in parecchi paesi del mondo, sotto l'insegna del redivivo arcobaleno della pace, spingeranno il New York Times a parlare di uno scontro tra due «superpotenze»: l’America e l'«opinione pubblica mondiale» [Tyler, 2003].
Sulle pagine del Financial Times il direttore di Foreign Policy riflette su questi accadimenti, ravvedendovi i sintomi della diffusione di un pernicioso antiamericanismo «light» [Naìm, 2003]. I fermenti che hanno attraversato le strade del mondo qualche giorno prima sarebbero cioé espressione, a detta di Naìm, di una versione più morbida dell’antiamericanismo «hard», caratteristico di coloro che, ad esempio, sono disposti ad immolarsi nel nome dell’ostilità verso il Satana statunitense. Ma questa versione più moderata di antiamericanismo non deve ritenersi affatto, secondo Naìm, innocua né senza conseguenze. Il rigetto istintivo e pregiudiziale verso le azioni internazionali a guida americana non offre a suo giudizio alcun beneficio per nessuno. L’impegno degli Stati Uniti non sarà infatti «la migliore ricetta per i problemi internazionali, ma è spesso l’unica disponibile. Gli americani medi hanno già molte difficoltà a capire per quale motivo essi debbano reggere il carico di essere lo sceriffo del mondo e non ricevere alcuni rispetto in cambio».
La riflessione di Naìm è rivelatrice dell’impazienza che prende piede in America. La sua compostezza appare in questo senso poco rappresentativa. Altre voci si dimostrano assai meno contenute, eradicando dalla discussione ogni traccia politically correct. Molte attingono ad esempio dalla cronaca una cartuccia esplosiva, rilevando come «la vista di milioni di manifestanti antiguerra per le strade delle capitali del mondo aveva convinto il governo iracheno che l’opinione pubblica avrebbe dissuaso gli Stati Uniti dall’attaccare» [MacFarquhar, 2003]. Altre preferiscono farsi beffe dello slogan più popolare delle piazze, che denuncia le mire americane sul petrolio iracheno. Come dire: se proprio non avete meglio da fare che riciclare la vecchia battuta di Dan Wassermann, secondo cui gli americani nel 1991 decisero di muovere guerra a Saddam «per il principio che ci è più caro: sei chilometri al litro», fate pure [Kiwan e Cristiano, 1991: 16].
Altre ancora prendono di mira le diffuse simpatie europee per la causa palestinese, notando causticamente l’assenza di altrettanta empatia verso la controparte israeliana. Si critica inoltre l’ostilità troppo volte preconcetta dell'opinione pubblica e di molti politici europei verso il governo israeliano e le sue sofferte e spesso drammatiche scelte militari. Riflettendo su questa situazione, un osservatore rileverà come il potente, secolare stereotipo antisemita di fattura scespiriana, l'aguzzino Shylock, sia stato ormai soppiantato da un modello radicalmente nuovo: il «Rambo ebreo» invincibile sul campo e odioso per questo [Goldhagen, 2003]. Su altri versanti, si preferisce irridere le perenni illazioni circa la cosiddetta lobby ebraica e l’influenza esercitata sul governo americano [Gomel, 2003]. Consapevole di essere al momento il principale bersaglio di questa araba fenice delle teorie cospiratorie, il gruppo dei neoconservatori celia. Sì, molti tra le nostre fila sono ebrei. Per questo, ironizza David Brooks dell'iperneoconservatore Weekly Standard, abbiamo deciso di chiamarci «Asse della Circoncisione» [cit. in Hagan, 2004: 123].
La goccia che fa traboccare il vaso dell’antieuropeismo verrà comunque dalle posizioni e dichiarazioni dei governi europei. La questione irachena si convertirà in effetti in una vera sfida europea all'America, sebbene nell'ambito di una faida interna al Vecchio Continente, in un clima da fratelli-coltelli decisamente insolito per una famiglia appena riunificata dopo la quarantennale frattura est-ovest. La storia di questo anno «vissuto pericolosamente» dai leader europei, per dirla con Missiroli, è troppo lunga da riepilogare. Facendoci aiutare dallo stesso Missiroli [2004: 126 e sg.] possiamo se non altro riprenderne gli aspetti più significativi. Potremmo partire ad esempio dalla Germania. E' infatti nella terra di Kant e Federico il Grande che si producono le prime, gravi crepe transatlantiche sull'Iraq.
Siamo sul finire dell’estate del 2002. Il cancelliere tedesco in carica Gerard Schröder è impegnato in una difficile campagna elettorale. Impietosi, i sondaggi danno per probabile una sua sconfitta alle urne. Dall’America, frattanto, si accavallano sempre più frequenti «voci che arrivano a ipotizzare un’azione militare diretta e unilaterale contro il regime» di Saddam Hussein. Ecco: i sondaggi dicono che l’opinione pubblica tedesca non gradisce questa possibilità. E il cancelliere conosce la matematica, sa fare uno più uno. Schröder si spinge allora «fino a dichiarare che la Germania, in caso di una sua rielezione, non avrebbe sostenuto» gli Stati Uniti. Non solo, ma l’appoggio tedesco non sarebbe giunto «neppure in caso di un’autorizzazione formale da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu». Le premesse per un deterioramento delle relazioni tra Berlino e Washington ci sono tutte. Le polemiche montano, raggiungendo il culmine «nel celebre e infelicissimo paragone fra Bush e Hitler fatto off the record dal ministro della Giustizia uscente Hertha Daeubler-Gmelin proprio alla vigilia delle elezioni». La rischiosa «scommessa» di Schröder comunque paga alle urne. Pur con un margine risicato, la coalizione che sostiene il suo governo esce vittoriosa dalle elezioni di settembre. Ma la rituale telefonata di rallegramenti da Washington non giunge. Nessuno può sorprendersene, epperò il segnale è chiaro. L’amicizia tra America e Germania è al suo momento più basso.
Seppur tra varie oscillazioni, i problemi tra i due paesi continueranno costanti per tutta la crisi. Il segretario alla difesa americano Rumsfeld paragonerà qualche mese dopo «la Germania alla Libia e all’Iran». Almeno inizialmente, Berlino pare peraltro isolata. Quando George W. Bush decide di «dare una chance al negoziato in Consiglio di Sicurezza e di concentrare la pressione sulla questione delle armi di distruzione di massa», conferma Missiroli, Schröder rimane per qualche tempo «solo nella sua critica a Washington». All’orizzonte tuttavia si profila una svolta. Che matura sulle rive della Senna. Il governo francese aveva mantenuto sino a quel momento una linea ambigua sul capitolo iracheno. «Pur disapprovando le propensioni unilateraliste dell’amministrazione americana e, in particolare, la prospettiva di un nuovo conflitto nella regione medio-orientale», osserva Missiroli, «Parigi ha infatti tenuto aperte più opzioni». Al Consiglio di Sicurezza essa vota così a favore della risoluzione n.1441, votata nel novembre 2002, che «riporta gli ispettori guidati da Hans Blix in Iraq e sembra quanto meno rinviare lo showdown sull’azione militare».
Col nuovo anno la situazione muta però drasticamente. Entra in scena infatti una nuova variabile: il rapprochement tra Francia e Germania. La decisione dei governi di Parigi e Berlino di rafforzare il dialogo reciproco origina soprattutto da questioni interne all’UE. Non a caso, tra gli altri membri della Comunità il movimento viene guardato con sospetto. A dispetto della sua riconosciuta importanza politica ed economica, il «motore» franco-tedesco genera da sempre impressioni ambivalenti se non sgradevoli. Le discussioni su di una ipotetica «Kern-Europa» di matrice carolingia che si pone alla testa del complesso comunitario non hanno mai perso di intensità [Fubini, 2002]. Ora però c’è una novità. L’asse franco-tedesco si compatta non solo in funzione interna, ma anche nel nome di una comune opposizione alla politica americana. Come nota la rivista Limes [2003: 7], prende forma così «la prima ribellione congiunta delle due maggiori potenze continentali all’egemonia a stelle e strisce».
Il no unitario di Francia e Germania alla guerra in Iraq viene «celebrato in pompa versagliese e germanica acribia» in occasione di una ricorrenza particolare: il giubileo del Trattato dell’Eliseo [ibidem]. Tra il 20 ed il 23 gennaio 2003, rammenta Missiroli [2004: 130 e sg.], il quarantennale dell’accordo siglato da Charles de Gaulle e Konrad Adenauer viene festeggiato con la massima solennità. I cronisti registrano «una seduta congiunta di Bundestag e Assemblea Nazionale in quel di Versailles, una riunione congiunta dei governi dei due paesi, nuovi incontri bilaterali a Berlino, e una grande quantità di dichiarazioni comuni». Di queste ultime, le più importanti dal nostro punto di vista sono senz’altro quelle rilasciate da Schröder e da presidente francese Jacques Chirac in occasione di una conferenza stampa congiunta. All’ordine del giorno, la guerra in Iraq. I contenuti paradossalmente non sono l’elemento più importante. I due leader non aggiungono nulla di nuovo. La Germania aveva già ribadito poco innanzi che «non avrebbe comunque votato a favore di alcuna risoluzione [ulteriore rispetto alla 1441] che avesse autorizzato l’uso della forza contro l’Iraq». La Francia, dal canto suo, aveva già palesato l'irrigidimento della propria posizione contraria. Se la conferenza stampa acquista un particolare spessore simbolico, insomma, è perché essa «vede per la prima volta nella storia dell’integrazione europea Francia e Germania pretendere di parlare a nome dell’Unione su un tema non legato alla costruzione comunitaria».
L’UE, sembrano voler affermare Chirac e Schröder, non può che seguirci nella rivolta contro l’arrogante unilateralismo di Bush. I diktat rivolti dal presidente americano alle Nazioni Unite sono semplicemente inaccettabili. Sostenendo nel suo discorso di settembre che l’ONU sarebbe passata alla storia come una «ineffective, irrilevant debating society» se non avesse affrontato di petto Saddam Hussein, Bush aveva rivolto alla massima istituzione internazionale una inammissibile intimidazione. La sua recente impazienza verso il processo delle ispezioni dimostra inoltre chiaramente la cattiva fede degli Stati Uniti. L’Europa ha quindi il dovere di ergersi a difesa della legittimità dell’ONU. Le ispezioni devono continuare fino a quando lo dirà il Consiglio di Sicurezza. Solo quest’ultimo, ed in base al responso delle ispezioni, potrà dire l’ultima parola sugli esiti del disarmo dell’Iraq. Francia e Germania – la prima munita di un utile potere di veto, la seconda appena sedutasi sul seggio a rotazione - faranno pesare di conseguenza il loro voto al Consiglio di Sicurezza.
Quella di Chirac e Schröder è un’aperta sfida alla linea degli Stati Uniti. Ed è al tempo stesso una sconfessione dell’altro suo grande architetto, il premier britannico Tony Blair [Romano, 2004]. Dall’altra parte dell’Atlantico, la manovra franco-tedesca non può che essere accolta come una provocazione. E la risposta non si fa attendere. Sulla stampa statunitense prende rapidamente piede il fenomeno dell’«Euro-bashing»: un balletto di affermazioni antieuropee che riflette egregiamente gli umori del momento [Ash, 2003]. Prima di affrontare questo aspetto è indispensabile però aggiungere un altro capitolo alla nostra ricostruzione. È un capitolo fondamentale, senza il quale perderemmo di vista non solo alcuni significativi dettagli della fiammata antieuropea, ma anche l’evoluzione della stessa crisi irachena.
Ci riferiamo ad uno sviluppo maturato proprio in quell’Unione Europea di cui Parigi e Berlino avevano appena rivendicato la guida morale. Pochi giorni dopo la conferenza stampa di Chirac e Schröder, i principali organi della stampa internazionale pubblicano due “lettere aperte”. La prima appare il 30 gennaio sul Wall Street Journal Europe [2003]. In calce, la firma di otto capi di Stato e di governo europei: José Maria Aznar per la Spagna, Tony Blair per l’Inghilterra, José-Manuel Durão Barroso per il Portogallo, Silvio Berlusconi per l’Italia, Vaclav Havel per la Repubblica Ceca, Peter Medgyessy per l’Ungheria, Leszek Miller per la Polonia e Anders Fogh Rasmussen infine per la Danimarca.
La “lettera degli otto”, come viene presto definita, lancia un segnale ben poco sibillino. Il suo titolo lo riassume perfettamente: «United We Stand». Siamo con l’America. Concordiamo con essa nel ritenere che il «regime iracheno e le sue armi di distruzione di massa rappresentano una chiara minaccia alla sicurezza del mondo». La risoluzione del Consiglio di Sicurezza ha «esplicitamente riconosciuto» questo pericolo. Nel ribadire il nostro appoggio a quel provvedimento, pertanto, «noi inviamo un messaggio chiaro, fermo e inequivocabile […] Dobbiamo rimanere uniti nell’insistere che il [regime iracheno] sia disarmato». «Non possiamo permettere», prosegue la lettera, «ad un dittatore di violare» per l’ennesima volta una risoluzione dell’ONU. Il prezzo da pagare sarebbe incommensurabile. Poiché la «Carta ONU affida al Consiglio di Sicurezza il compito di preservare la pace internazionale e la sicurezza», è indispensabile adoperarsi affinché questo organismo mantenga intatta «la sua credibilità». Una credibilità che oggi è sfidata dalla reticenza irachena e che quindi dobbiamo tutelare. Con la più rigorosa fermezza, ma soprattutto con la nostra «coesione».
Come la parola coesione possa essere declinata è per gli otto assolutamente chiaro. Per l’Europa, la coesione non può che comportare rimanere al fianco dell’America. Occorre quindi ribadire la fiducia nel legame transatlantico, un retaggio che la lettera sceglie di celebrare con il più eloquente dei linguaggi:
Noi in Europa abbiamo una relazione con gli Stati Uniti che ha resistito all’usura del tempo. Grazie in larga parte al coraggio, alla generosità e alla lungimiranza americana, l’Europa è stata liberata dalle due forme di tirannia che hanno devastato il nostro continente nel XX secolo: il nazismo ed il comunismo. Grazie, inoltre, alla continua cooperazione tra Europa e Stati Uniti noi siamo riusciti a garantire pace e libertà nel nostro continente. La relazione transatlantica non deve diventare una vittima degli attuali e persistenti tentativi del regime iracheno di minacciare la sicurezza del mondo. Nel mondo di oggi, più che mai, è vitale che noi preserviamo quell’unità e coesione [ibidem].
La valenza di queste dichiarazioni non sfugge a nessuno. Ci si può magari far distrarre dal loro contorno. Dal loro essere cioè un curioso esempio di diplomazia continuata con altri mezzi – o, nel commento fattone da Safire [2003], un ameno saggio di «op-ed diplomacy». Quanto al significato politico c’è però ben poco da discettare. Come nota Missiroli, è assai difficile non cogliere nella lettera «una risposta diretta alla conferenza stampa franco-tedesca, nella misura in cui questa aveva dato l’impressione di voler parlare a nome dell’Europa» [Missiroli, 2004: 132]. Per alcuni intellettuali europei, Juergen Habermas e Jacques Derrida in primis, il documento è una «manifestazione di servilismo nei confronti degli Usa» oltre che «un attacco all’unità d’intenti dell’UE» [cit. in Cristin, 2003: 163]. Riflettendo sulla presenza tra i firmatari della lettera del premier italiano Silvio Berlusconi, i redattori di Limes offrono una conferma, smarcandosi tuttavia dagli accenti polemici. Chiamata a «scegliere tra i due nostri maggiori partner continentali e il nostro alleato globale», l’Italia decide di tirare un violento «schiaffo» ai primi [Limes, 2003: 9].
Per Chirac e Schröder è in effetti uno smacco bruciante. Lo «choc», per dirla ancora con Missiroli, non è peraltro finito. Pochi giorni dopo infatti l’esperienza si ripete, e con modalità pressoché identiche [Fuller, 2003]. La diplomazia degli op-ed registra l’entrata in scena della lettera dei “dieci”. Il secondo atto è questa volta farina del sacco del gruppo cosiddetto di Vilnius, formazione che trae il suo nome dalla località in cui questi paesi si erano riuniti tre anni prima per coordinare il loro futuro ingresso nell’Alleanza Atlantica. Firmando quella lettera, i leader di Albania, Bulgaria, Croazia, Estonia, Lettonia, Lituania, Macedonia, Romania, Slovacchia, Slovenia aggiungono così sostanza alla dissociazione dall’asse franco-tedesco. Qualcuno intravede invero nel documento le impronte di un lobbista americano [Sforza, 2003]. Nessuno smentisce, ma pochi si fermano a questo livello. Molti ritengono semmai che i paesi dell’ex blocco di Varsavia e le altre nazioni orientali hanno «la memoria fresca, e sa[nno] che è stato soprattutto grazie alla fermezza degli Usa […] che l’impero sovietico, con tutti i suoi satelliti, è crollato, non certo grazie ai «vecchi» europei: i francesi che cooperavano con i sovietici nel terzo mondo, i tedeschi che davanti agli SS20 dicevano «meglio rossi che morti”» [Cristin, 2003: 167].
Al di là di ogni speculazione, campeggia un dato di fatto: «la crisi irachena è ormai diventata allo stesso tempo trans-atlantica e intra-europea» [Missiroli, 2004: 133]. Lo «scisma mediorientale», nella definizione di Limes [2003: 7-8], ha prodotto una inedita quanto lacerante «frattura geopolitica». Che ha se non altro un vantaggio: quello di rivelare «chi sta con l’America» e «chi rema contro». Questo confronto intrecciato proseguirà - «senza esclusione di colpi», precisa Missiroli - sino allo scoppio del conflitto. Il suo risultato più eclatante è senza dubbio il «deadlock» al Consiglio di Sicurezza, dove le reciproche incomprensioni fanno arenare ogni ipotesi di compromesso [Glennon, 2003]. Fallisce lo slancio unificatore di Blair, ma lo stesso vale per l’ambizione franco-tedesca. Come annunciato, al Consiglio di Sicurezza l’Europa si divide: «Francia e Germania da una parte e Inghilterra e Spagna dall’altra» [Riotta, 2003: 167]. Questa storia, che si conclude con l’attacco della coalizione anglo-americana qualche settimana più avanti, è sin troppo nota perché si debba aggiungere altro qui. Possiamo invece riprendere, sia pur per sommi capi, un ultimo punto. Possiamo cioè ricordare i violenti «colpi» con cui l’America prende di mira il fronte europeo del «no».
La campagna denigratoria verso Francia e Germania non comincia invero nel 2003. Ora però le sue proporzioni sono a dir poco ragguardevoli. Le accuse e gli insulti che investono l’«asse del rifiuto» [Ash 2003a] non si contano più. Numerosi rivoli alimentano questa corrente. I principali si diramano da due sedi: la classe politica e la stampa. Per il primo campo, il caso più eclatante è probabilmente la battuta al vetriolo del segretario Donald Rumsfeld. Incuneandosi nelle divisioni emerse in seno al Vecchio Continente, Rumsfeld può bollare gli oppositori come “Vecchia Europa”. La corrispondente “Nuova Europa”, naturalmente, raduna i fedeli alleati schieratisi con l’America nel nome del disarmo iracheno. Le voci dei media gradiscono la proposta, e si prodigano nel riverberarla con mezzi propri.
Il motivo della Nuova e Vecchia Europa si dimostra in effetti quanto mai prolifico. Un esempio illuminante appare sul Washington Times, quotidiano di note simpatie conservatrici. L’intervento prende spunto da un nuovo sviluppo, non meno incandescente, delle tensioni intra-europee. Come rappresaglia per la lettera dei dieci, il presidente Jacques Chirac aveva formulato parole durissime verso i paesi dell’Europa orientale [Lidner, 2003]. Inoltre, per essere ancora più chiaro, aveva fatto modo di escluderne i rappresentanti da un incontro ufficiale tenutosi a Bruxelles. Le nazioni mitteleuropee accolgono il rancore del leader transalpino con rammarico e insoddisfazione. Qualcuno, di nuovo, risponde a mezzo stampa. Ci è stato detto di «tacere», commenta da Tallin il ministro Laar [2003]. «È così che la futura Europa funzionerà?». Sembra proprio «come ai tempi in cui Mosca diceva cosa fare ai suoi satelliti». Il pessimo ricordo suscitato dalle improvvide gesta di Chirac genera anche un salutare sarcasmo. Tra i paesi dell’Est, il presidente francese viene celermente soprannominato «Jacques Brezhnev» [Sikorski, 2003].
È questo lo sfondo su cui, dalle pagine del Washington Times, decide di intervenire Blankley. «Molti americani», esordisce sardonicamente l’articolo:
hanno mal giudicato il recente comportamento francese. Li abbiamo accusati di essere assai sofisticati, di usare un sottile, astuto e altisonante linguaggio per colpirci alle Nazioni Unite. Li abbiamo accusati di essere deboli e pacificatori per istinto. Ma questo lunedì alla riunione dell’Unione Europea [da cui sono stati esclusi i leader dell’Europa orientale] Chirac, il settantenne ben vestito presidente francese, ha dimostrato che eravamo completamente in errore. Si è rivelato come un delinquente volgare, grossolano e prepotente [Blankley, 2003].
Come si può notare, l’articolo non è tenero. Ma il bello deve ancora venire. Perché l’episodio di cui si è reso protagonista Jacques Chirac, continua Blankley, è un puro esempio di «ipocrisia». Da quale pulpito infatti costui si permette di biasimare i paesi dell’Est, quando il paese che l’ha eletto «misura perversamente la sua gloria sulla base della sua capacità di tradire amici e alleati»? Il comportamento del presidente francese è reso poi ancor più disdicevole perché prende di mira, tra gli altri, la Polonia. Un paese che nella seconda guerra mondiale, mentre i francesi «gettavano le armi», ha visto il fiore della propria gioventù scagliare «uno degli ultimi nonché più valorosi attacchi di cavalleria della storia» contro i carri armati nazisti, finendo «uccisi fino all’ultimo uomo». E mentre i polacchi «stavano morendo dentro i loro stivali», cosa stavano facendo i connazionali di Chirac? Essi «rastrellarono allegramente e spedirono i loro ebrei ai campi di morte tedeschi. Come osano quindi i francesi», incalza Blankley, «ricattare, di tutti i popoli, proprio i polacchi (e i cechi e gli slovacchi), che essi aiutarono a vendere a Monaco»?
L’offensiva di Blankley è un assaggio di una tavola riccamente imbandita. Gli ingredienti del «France-bashing» sono in effetti numerosi. Molte ricette sono dedicate naturalmente al presidente francese. «Chirac è una Giovanna d’Arco calva», tuona il Wall Street Journal, «un pigmeo, la copia nana di de Gaulle». Sullo stesso quotidiano, Cristopher Hitchens ne parla come del «topo che voleva ruggire». Il leggendario David Letterman, quello che manda in visibilio milioni di telespettatori americani facendoli scompisciare dalle risate, se ne esce con una delle sue: «Chirac chiedeva più elementi per accertare la colpevolezza di Saddam. L’ultima volta che i francesi hanno insistito per avere più prove, se le sono viste sfilare per Parigi con la bandiera tedesca». Altri preferiscono allargarsi all’intera popolazione francese. Sulla National Review, Johan Goldberg attinge per loro dal famoso cartone animato “The Simpsons” l’epiteto «arrendevoli scimmie mangiaformaggio». Frattanto, la stampa plaude alla rivoluzione consumatasi nelle aule del Congresso [Noah, 2003; Stolberg, 2003]. Su iniziativa, accolta entusiasticamente dall'aula, di un depitato repubblicano dell’Ohio, Bob Ney, il menu del Congresso bandisce ogni riferimento alla parola “french”. Via allora le “french fries” e i “french toast”, ribattezzati con i più patriottici nomi “freedom fries” e “freedom toast”.
Meno frequenti, ma altrettanto devastanti, sono i riferimenti agli altri protagonisti del no alla guerra, gli altri "vecchi" europei. Gli americani sono estasiati al suono delle parole di un noto umorista televisivo: «Che cosa rappresentano diecimila tedeschi con le mani alzate? Un esercito». Di identico tenore la battuta rivolta al piccolo ma tenace Belgio: «Perché i belgi non vogliono la guerra? Sono troppo grassi per combattere». Il New York Post di Rupert Murdoch decide infine di omaggiare l’abbraccio franco-tedesco. Una foto gigantesca in prima pagina ritrae il ministro degli esteri transalpino ed il collega tedesco, ma con un piccolo ritocco: i due ministri hanno la testa della pacifica donnola. È l’atto di nascita dell’«asse della donnola», un modo come un altro per rinfacciare a due antichi alleati la loro codardia.
Dulcis in fundo, segnaliamo il violento attacco indirizzato a Joscka Fischer, ministro degli esteri tedesco. A scatenarlo è il «predicozzo impertinente» - definizione dell'acuminato polemista del Washinton Post George Will - formulato da Fischer nel summit NATO di Monaco del 7-9 febbraio 2007 per esprimere la propria perplessità sull’invasione dell’Iraq. Un atto compiuto alla diretta presenza, eyeball to eyeball, dei vertici americani: da Bush a Rumsfeld, passando per Condoleeza Rice. Rivolgendosi a Rumsfeld, riferisce Will, Fischer ha sottolineato che «nel dopoguerra l’America potrebbe dover rimanere per diversi anni in Iraq e ha chiesto se l’America avesse la volontà di rimanerci». Roba non crederci. «Qualcuno dovrebbe dire a Fischer», prosegue Will, «che i soldati USA sono rimasti nel paese di Fischer per 58 anni – non tanto quanto le legioni di Roma, ma abbastanza a lungo per dimostrare la volontà di rimanere».
L'affondo più deciso giunge però da Michael Kelly, il columnist del Washington Post poi deceduto nel conflitto iracheno. Se il suo collega Will aveva risposto con una battuta al vetriolo al «predicozzo» di Fischer, Kelly fa molto, molto di più. Il suo è un assalto in piena regola. Anche Kelly prende spunto da una frase pronunciata dal ministro tedesco durante il summit. Dopo che Rumsfeld aveva esposto le ragioni dell’intervento in Iraq, Fischer aveva preso la parola dicendo: «Mi scusi, ma non sono convinto». Ecco, in ampie porzioni, la replica di Kelly:
Rumsfeld può aver convinto i leader di 18 nazioni europee, ma non lei, sig. Fischer. È personale. Questo mi sembra il modo giusto per guardare a questa faccenda. La questione del fallimento nel convincere deve essere visto nel contesto del chi non siamo riusciti a convincere. Qualche volta il “chi” spiega il “perché”. Chi è lei, sig. Fischer? Lei è il ministro degli esteri della Germania … Ma negli anni formativi della sua vita politica, lei non era un uomo da abito blu governativo. Lei era un uomo con il casco nero da motocicletta. Questo è ciò che lei indossava quel giorno nell’aprile 1973 quando l’hanno fotografata, per citare lo storico della Nuova Sinistra Paul Berman, “come un giovane prepotente in una battaglia di strada a Francoforte”. Nel 2001, la rivista Stern ha pubblicato cinque fotografie di lei in azione in quel giorno. Ciò che queste foto illustravano è stato descritto da Berman in un articolo bene informato di 25.000 parole, “La Passione di Joscka Fischer” (The New Republic, 3 settembre 2001). Le foto mostravano lei, sig. Fischer, che infliggeva un “sanguinoso pestaggio” ad un giovane poliziotto di nome Rainer Marx: “Fischer ed altre persone all’assalto; il poliziotto col casco bianco che si rannicchia; il pugno col guanto nero di Fischer che colpisce la schiena del poliziotto rannicchiato; i camerati di Fischer che si radunano tutt’attorno; il poliziotto schiacciato al suolo, Fischer e i suoi camerati che sembrano prenderlo a calci…”. Come Berman ha descritto, sig. Fischer, lei è entrato nella vita pubblica come una figura importante nella sinistra radicale anti-americana, anti-liberale, neo-marxista, di tendenze rivoluzionarie della generazione del 1968. Questa era la sinistra che ha prodotto e appoggiato la banda Baader-Meinhof (o la Fazione Armata Rossa) che, come scrive Berman, “non si fermava in niente”, inclusi “rapimenti, rapine in banca, assassinii”. Lei non era un terrorista, ma era un buono e attivo amico dei terroristi, vero sig. Fischer? […] Nel 2001 il governo tedesco ha processato il suo amico Hans-Joachim Klein, che era stato un “soldato“ segreto delle Celle Rivoluzionarie, alleate della Fazione Armata Rossa e del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. LE Celle Rivoluzionarie hanno fornito un aiuto nell’assassinio degli atleti olimpionici israeliani a Monaco nel 1972, e lo stesso Klein ha preso parte nel 1977 ad una operazione omicida congiunta con Carlo lo Sciacallo in cui tre persone sono state uccise. Nella sua deposizione al processo di Klein, lei è stato accusato di aver ospitato membri della Fazione Armata Rossa nella sua casa per la Lotta Rivoluzionaria, il centro di Francoforte del gruppo Lotta Rivoluzionaria, che lei ha co-fondato con il compagno di casa Daniele “Danny il Rosso” Cohn-Bendit. Lei è stato costretto ad ammettere che c’era del vero nell’accusa […] (Dopo la sua deposizione, lei ha stretto la mano al suo vecchio amico terrorista Klein. Carino). Nel 1969, lei ha partecipato ad una riunione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina in cui la PLO decise che il suo scopo finale era l’estinzione di Israele – vale a dire, l’estinzione o l’espulsione degli ebrei di Israele. Sette anni dopo, i terroristi delle Celle Rivoluzionarie guidate dal suo collega di Francoforte, Wilfried Boese, hanno dirottato un aereo dell’Air France ad Entebbe, Uganda. I dirottatori intendevano uccidere tutti i passeggeri ebrei di quel volo ma sono stati uccisi dai commando israeliani. “Improvvisamente”, scrive Berman, “le implicazioni anti-sioniste hanno colpito [Fischer]. Qual era il significato del voto con cui l’OLP, ad Algeri nel 1969, presente il giovane Fischer, mirava all’estinzione dell’entità sionista? Ora si rendeva conto di cosa significava”. Ecco allora cos’è lei, sig. Fischer, l’uomo che non abbiamo convinto. Lei è l’uomo per cui Monaco non era abbastanza, l’uomo che aveva bisogno di Entebbe per convincersi che uccidere gli ebrei era sbagliato. Lei chiede di essere dispensato. È dispensato.
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