Non abbiamo motti fissi, alla casbah. Li scegliamo di volta in volta. L'ultima volta, comunque, la scelta è stata facile: "We do not want to publish the address of the Internet site where this film can be seen, in order to avoid propagating corruption in society" (siasat-e rouz & agence france presse, 11.6.07)
di Marco Orioles Dipartimento di Economia, Società e Territorio - Università degli Studi di Udine Maggio 2008
È il quartiere più movimentato della città di Udine, ma anche il più chiacchierato. E si capisce. Nello spazio di appena un decennio, la zona circostante la stazione ferroviaria ha mutato volto, carattere, anima. A cambiare, soprattutto, è stata la sua composizione socio-demografica. Questa è infatti la storia di un’area trasformata repentinamente e radicalmente dall’immigrazione straniera. È la storia, anche, di uno choc culturale, non dissimile da quello sperimentato da altre città italiane ed europee. Una storia, dunque, su cui vale la pena soffermarsi e riflettere, perché contiene i semi del nostro futuro.
Era un’elegante, austera, quasi aristocratica zona residenziale, quella sorta a cavallo del XIX e XX secolo attorno alla stazione delle Ferrovie dello Stato. Troneggianti, i suoi palazzi proiettavano un’ombra rassicurante, paterna, sui pur animati flussi di pendolari e studenti, arginandone le intemperanze. Persino le marginalità, le manifestazioni crepuscolari del disagio o del vizio così tipiche di questi spazi urbani, parevano assimilarne il temperamento, il rigore, la sobrietà. Prostitute, alcolisti e perdigiorno erano, insomma, un’appendice controllata e tollerata. Un epifenomeno incapace, per natura e proporzioni, di incidere su di un equilibrio complessivo, di alterare uno scenario in cui il controllo sociale era esercitato in prima persona e a bassa voce, col cono gelato o il sacchetto della spesa in mano.
Ecco, è precisamente questa sensazione che i tumultuosi anni Novanta hanno spazzato via, disorientando tutti: residenti in primis, ma anche amministratori, giornalisti, forze dell’ordine. L’icona di un quartiere che si compiaceva della propria misurata, sobria ordinarietà si è dissolta, senza scampo, sotto i colpi della forza dirompente del nostro tempo, la globalizzazione con i suoi mille e più flussi: materiali, immateriali e soprattutto umani [Castells 2000; Friedman 2000 e 2004; Orioles 2007].
L’immigrazione straniera, si sa, è il volto più pregnante di questa colossale trasformazione planetaria [Muscarà 2007; Papastergiaidis 2000; Stalker 2003; UN-GCIM 2005]. Ne è, soprattutto, la manifestazione più visibile, specialmente laddove i movimenti e le reti che la alimentano tendono ad addensarsi e concentrarsi [Wood e Landry 2008]. Come è avvenuto, appunto, nella zona della stazione di Udine.
Mentre vi si inaugurava, guarda caso, il primo McDonald’s della città, il quartiere ha visto così paracadutare e moltiplicarsi in gran velocità tutti gli altri segni e simboli dei tempi nuovi. Gli effluvi del kebab, il cicaleccio dei call center, la lussureggiante mercanzia cinese, l’esuberanza degli african shop. E, naturalmente, una moschea. Luoghi nuovi ma, soprattutto, nuovi avventori e residenti, che hanno proiettato sui marciapiedi del quartiere un inedito precipitato antropologico. Un eterogeneo campionario di lingue, atteggiamenti, comportamenti, abiti, ornamenti e riti si è sovrapposto all’antica identità di questa zona, schiacciandola o, nell’infastidita percezione di molti, relegandola in una paradossale posizione di minorità. “Questa non è più via Roma”, ha sottolineato un giovane (ucraino!) riferendosi alla pulsante arteria commerciale dirimpetto la stazione, “ma via Romania”.
Udine insomma ha oggi, indiscutibilmente, un proprio quartiere multietnico. Come tante altre realtà nazionali ed europeee, ovviamente in proporzione. Proporzione, però, tutt’altro che insignificante. Anzi. I numeri parlano chiaro (vedi figura). In base ad una rilevazione anagrafica compiuta dallo scrivente nel maggio 2007, i cittadini stranieri rappresentano un quarto circa dei duemila residenti nel nucleo centrale della cosiddetta casbah (v.le Europa Unita, v.le Leopardi, via Roma, p.zza Repubblica, via della Rosta, via Croce, via de Rubeis, Via Nievo, Via Percoto). Con punte, però, pericolosamente vicine al 50%, come in viale Europa Unita.
Assai superiore rispetto al dato medio udinese (10%), come di tanti altri capoluoghi italiani [Caritas 2007], questa densità abitativa è l’evidente spia dell’attrazione esercitata sui migranti da queste strade. L’indicatore di un processo di concentrazione avvenuto spontaneamente, frutto della convergenza di miriadi di decisioni individuali che la popolazione locale ha visto atterrare e cumularsi, una dopo l’altra, giorno dopo giorno. Una situazione sui generis, inoltre, anche per la vistosa pluralità di nazionalità rappresentate, nessuna delle quali preponderante sulle altre. Albanesi e pakistani; croati e russi; filippini e algerini, cinesi e colombiani. Le bandiere del pianeta sventolano un pò tutte, qui, a spizzichi e bocconi.
Un ghetto. Un suk. Una casbah. Persino un Bronx. Nella vox populi come nella stampa, le etichette circolate per descrivere questa situazione si sprecano. E tradiscono, oltre al disagio diffuso, la paura. Quale? Beh, non è una sola. C’è, anzitutto, la fatidica questione della sicurezza, la stessa deflagrata a suo tempo nella Padova di via Anelli, nei dedali del centro storico di Genova, o nella Torino di Porta Palazzo. È lo spettro di una zona oramai fuori controllo, anzi, in mano ad altri. L’incubo di un’area tranquilla che, dall’oggi al domani, si fa ricettacolo di criminalità e devianza d’importazione; teatro di attività illecite praticate alla luce del sole o, peggio, celate negli appartamenti e magari dietro l’incomprensibile vociare dei tanti capannelli fuori dagli esercizi commerciali o davanti ad una panchina.
Questo è il timore verso cui si è indirizzato maggiormente, e comprensibilmente, l’impegno delle istituzioni. Le forze dell’ordine si sono prodigate non poco negli ultimi tempi per riaffermare l’impressione del controllo e rassicurare la preoccupata cittadinanza. Con misure concrete, quali l’incremento della sorveglianza e l’efficace repressione delle condotte più indesiderate, dalla prostituzione nelle strade allo strisciante traffico di stupefacenti. Ma anche con gesti simbolici, come l’apprezzata scelta di svolgere qui l’annuale Festa della Polizia.
La strategia, manco a dirlo, ha funzionato solo in parte. Basta leggere il “Messaggero Veneto” per rendersene conto. Per ogni comunicato del Questore o del Prefetto volto a ribadire il messaggio chiave – non c’è alcun problema di sicurezza nel quartiere – non si sono fatte attendere né le smentite, per quanto peregrine, né le segnalazioni secondo cui il problema risiederebbe altrove. Dove, di grazia?
Cosa succede a Udine, in via del Vascello 12? O meglio: chi sono e cosa fanno quegli individui dalle fattezze mediorientali che ogni giorno, discretamente, oltrepassano la stazione ferroviaria e, percorso il sottopasso di via della Cernaia, si eclissano dietro le alte mura di un edificio dall’aspetto anonimo e niente affatto scintillante?
Come tutti i cittadini di Udine sanno, l’edificio in questione, sito appunto in via del Vascello, ospita la sede della Comunità islamica del Friuli. A dispetto della sua notorietà, questo luogo rimane avvolto in una coltre di mistero. Come misteriose, del resto, paiono le attività consumate al suo interno. Le dinamiche di gruppo dei musulmani udinesi e friulani sfuggono ancora ad una chiara riconoscibilità e sono, conseguentemente, destinatarie delle più torbide speculazioni. Al momento, insomma, la cosiddetta “moschea” di Udine resta per l’immaginario popolare un luogo oscuro: una scheggia di società conficcata ben dentro il suo cuore e ciononostante priva di legami con le altre sue parti.
Stupisce poco, questa situazione. E' un dato di fatto che i nostri rapporti con l’Islam procedano all’insegna della diffidenza e, in casi non rari, del timore o del rancore. Ma alla lunga, è facile prevederlo, il doppio binario su cui ci stiamo muovendo risulterà insostenibile: la crescita e la stabilizzazione della componente immigrata nel nostro territorio, da un lato, appare incompatibile cioè con la debolezza del confronto e degli scambi tra “noi” e “loro”, dall’altro lato.
Aggiungasi che, anche questa è una facile preconizzazione, l’islam non sembra prossimo al tramonto. Pur subendone qua e là i colpi, la seconda religione del pianeta resiste più che bene all'urto coi grandi processi sociali della contemporaneità: modernizzazione, secolarizzazione, globalizzazione. Non che i musulmani d’Occidente (come quelli d’Oriente, del resto) possano alla lunga sfuggire del tutto alla generalizzata “macdonaldizzazione” di usi, costumi e attitudini. I segnali di questa china anzi ci sono già, ben evidenti: basta guardare sui nostri marciapiedi, nei luoghi di lavoro, nei locali pubblici.
Ferme restando le birre e i costumi occidentalizzati di certi musulmani di casa nostra, la forza dell'islam non scemerà facilmente. Vale la pena ricordarlo, visto che lo ripetono tutti: persino nelle laicizzate e profanissime contrade europee le seconde e terze generazioni di immigrati abbracciano con rinnovata convinzione la fede dei padri e dei nonni. Per tacere delle conversioni, che una certa vulgata - priva però di ogni riscontro oggettivo, come ha più volte ricordato Stefano Allievi - vuole in forte aumento. Per dirla con Gilles Kepel, anche a costo di apparire scontati: la "rivincita di Dio" si celebrerà anche, se non soprattutto, sotto le verdi insegne della religione di Maometto.
A fronte di ciò, pertanto, lo status quo è semplicemente impensabile. A meno che non vogliamo replicare immagini già viste altrove: società a compartimenti stagni, incapaci di instaurare sani e sobri rapporti di buon vicinato, restie ad accettare l’altro che vive e prega al proprio fianco. Non chiudiamo gli occhi: siamo chiamati, anzi no, condannati a misurarci con una diversità che, ripetiamo, è qui per restare. Che contribuirà, anche nostro malgrado, all’evoluzione della nostra cultura.
“E’ vergognoso”, scrive un blogger, “che Khatami debba essere punito per aver dato un segno di amicizia ad altri esseri umani secondo le loro usanze”. Anche perché, come sottolinea il quotidiano inglese The Guardian, “sebbene l’islam proibisca in genere le strette di mano tra uomini e donne non imparentati, alcuni ecclesiastici sciiti ammettono che in certi casi è consentito per evitare imbarazzo. In Iran, le strette di mano tra uomini e donne sono divenute comuni negli ultimi anni nonostante le leggi islamiche in vigore”.
Se non è tutto, è l’essenza della storia delle “strette di mano proibite” di Mohammad Khatami a Udine. Uno strano scandalo che, più che in un luogo, nasce su internet. Perché è su internet che viene depositato, sul famoso portale “YouTube” e in uno sconosciuto sito chiamato “la casbah di Udine”, il filmato chiamato Khatami Exit-2. Ed è sempre qui, nel ciberspazio, che si compie la scoperta e, immediatamente dopo, gli accertamenti, i commenti, i giudizi. Una frenesia che contagia anche il pantheon giornalistico: New York Times, Economist, Corriere della Sera. Tutti, morbosamente, a cercare in sei minuti e ventitre secondi gli indizi, i segni, le prove.
Dentro Khatami Exit-2 se ne trovano ben quattro. Chiare ed incontrovertibili, la terza soprattutto. Il sorriso, la maglietta scollata, il braccio longilineo di una ragazza friulana che si protende verso la mano di un seyyed, un discendente della famiglia del profeta: sono, oramai, i pilastri di un caso giudiziario su cui dovrà pronunciarsi il tribunale di Qom. Chiamati a dirimerlo dagli adiratissimi talebeh, studenti di quella scuola teologica che fu frequentata dallo stesso Khatami, i giudici della città santa iraniana hanno un compito apparentemente facile.
Non altrettanto semplice sarà invece il nostro, di compito: provare a ricavare qualche lezione su di un paese, l’Iran, che sui fatti di Udine ha appeso una parte della propria identità. Un’identità attraversata da contraddizioni che però, nell’era digitale, non resteranno a lungo celate.
Per sciogliere questo nodo sarà bene fare un passo indietro, anzi due. Dalla notizia ferragostana del rinvio a giudizio di Khatami dobbiamo risalire sino ai giorni della visita udinese (11-12 maggio). Non tutto quel che è successo in questi mesi ci è noto, ma non importa: quanto conosciamo è sufficiente per afferrare i nessi e i significati di questa storia.
Questa pagina, scusateci, è ancora in costruzione. Per il momento, i nostri video su e con Chahdortt Djavann, girati nella calda e turbolenta udine del dodici e tredici di maggio, parlano da soli.
Parlano in francese, i filmati. Ma è un francese comprensibilissimo. Sicuramente più comprensibili, le parole di Chahdortt, della lingua italiana usata in quei giorni in talune sedi. Abbiamo in ogni caso predisposto una traduzione parziale, che trovate più sotto.
Per una comoda fruzione dei video abbiamo allestito una "playlist", che li raccoglie quasi tutti. Sempre in questa sezione troverete poi altri spunti sulla medesima vicenda.
non parlero': chahdortt djavann playlist
traduzione parziale delle dichiarazioni di chahdortt djavann udine, 13 maggio '07 (italiano & english)
Che cos’è per lei il fascismo islamico?
Il sistema islamico è quello in cui le leggi islamiche (sharia) e i dogmi islamici impongono la loro coercizione sulla politica, sulla vita quotidiana e soprattutto sulla vita privata. Per me il fascismo islamico è peggiore del fascismo mussoliniano che avete conosciuto in Italia; è peggio dello stesso nazismo perché vuole soffocare la vita individuale nei domini più intimi che ci siano. Non è solo l’opposizione politica che crea problemi al fascismo islamico, ma anche il mancato rispetto delle leggi e dei dogmi islamici. Il fascismo religioso è il peggior fascismo che ci sia, perché il fascismo islamico, come ogni fascismo religioso, rivendica la sua autorità dalla divinità, cioè dalla verità assoluta e indiscutibile, criticare la quale è un sacrilegio.
Sono le 17.30 di un caldo sabato ormai estivo. Dopo aver atteso invano il professore davanti all’ex cinema ferroviario, inforchiamo nuovamente la nostra bicicletta e ci dirigiamo verso il “Centro”, il luogo stabilito per l’incontro. Devo dire la verità, non sapevo dove fosse e nemmeno che ce ne fosse uno a Udine!
Aspettiamo qualche minuto fuori dal cancello mentre gli uomini che si sono riuniti per la preghiera, lasciano in piccoli capannelli la Moschea: così ascoltiamo (ovviamente senza capire) i discorsi che nascono e si consumano in quei pochi minuti.
Se ne è parlato tanto, se ne parlerà ancora. Come e per quanto, non lo sappiamo. Quanto sappiamo è in ogni caso sufficiente: lo scorso 12 maggio l'ex presidente iraniano ha consegnato a tutti noi, cittadini di Udine, una pillola di pensiero islamico oltre che un certo numero di considerazioni su politica, società, economia e futuro della società globalizzata.
Ebbene, questo dono non solo lo custodiremo gelosamente, ma ne faremo tesoro.
da youtube: "meno male che è successo tra loro" (15 marzo '07)
Alle tre di questo pomeriggio qualsiasi, via della Cernaia sonnecchia. Solo il ronzio di casette gentili, giardini ordinati, ciclisti distratti. Anche qui, all'uscita del sottopasso che porta alla stazione ferroviaria, al "viavai" della casbah, poco si muove.
Ma è un silenzio diverso, quello di oggi. E' come se il rumore assordante dell'omicidio di sabato scorso fosse filtrato sotto l'asfalto. Per scrutarti, di nascosto, con gli occhi di un giovane immigrato colombiano. La foto di Walter Felipe Novoa Perez è infatti lì, all'uscita del sottopasso dove quegli occhi hanno visto per l'ultima volta. Quel che ha visto, nei suoi ultimi minuti, Walter non ce lo racconterà mai ed è meglio così. Che giaccia per sempre qui, la verità. Sotto l'asfalto di via della Cernaia.