Non abbiamo motti fissi, alla casbah. Li scegliamo di volta in volta. L'ultima volta, comunque, la scelta è stata facile: "We do not want to publish the address of the Internet site where this film can be seen, in order to avoid propagating corruption in society" (siasat-e rouz & agence france presse, 11.6.07)
ROMA - Sono 3 milioni 700 mila gli immigrati regolari in Italia. Un numero aumentato del 21,6% - pari al 6,2% sulla popolazione complessiva (nell'Ue è il 5,6%) - in un anno e tale da collocare l'Italia, per ritmo di crescita, al vertice europeo. Lo stima il 17/o rapporto sull'immigrazione redatto dalla Caritas Italiana e dalla Fondazione Migrantes. Nel 2006 il trend di crescita (700 mila in un anno) è stato tale che, se sarà confermato, farà arrivare fra 20-30 anni gli stranieri a 10 milioni ed oltre. Novità di quest'anno, la presenza paritaria delle donne rispetto agli uomini (49,9%) e tale da essere maggioranza. Le uniche ad avere una prevalenza maschile sono solo Lombardia e Puglia. I minori sfiorano le 700 mila unità (18,4% del totale). Ogni 10 immigrati, 5 sono europei (la metà comunitari); 4 suddivisi fra africani e asiatici, 1 americano. L'aumento di 700 mila unità in un anno (un sesto rispetto all'anno precedente) é il numero complessivo di stranieri contati appena 5 anni fa, nel 2002. I rumeni, col 15,1% di presenza, è la comunità più numerosa; segue i marocchini (10,5%), gli albanesi (10,3%), gli ucraini (5,3%). Sei immigrati su 10 si trovano al nord; al centro c'é il 26,7%, al sud il 10,2% e nelle isole il 3,6%. In sei anni, dal 2000 al 2006, gli immigrati dall'Est sono saliti di 14 punti mentre l'Africa ne ha persi 5 e l'America 2.
GLI ORTODOSSI SUPERANO I CATTOLICI Gli immigrati di fede ortodossa hanno superato quelli di fede cattolica. E' una delle novità del rapporto 2007 della Caritas Italiana/Migrantes, in cui si conferma un'importante presenza di musulmani che sono oltre un milione 200 mila e costituiscono il secondo gruppo religioso del paese fra gli stranieri. Nell'ultimo anno, i cristiani sono rimasti stabili (circa 1.800.000) ma per effetto della crescita degli ortodossi (aumentati di 259.000 unità) che hanno così superato i cattolici (685 mila) ed arrivando a quota 918 mila. I musulmani invece sono aumentati di 103 mila unità, in gran parte a causa dei ricongiungimenti familiari e delle nuove nascite. Secondo le stime del rapporto, a scuola le fedi sono così suddivise: 236 mila cristiani (tra i quali 117 mila ortodossi e 99 mila cattolici), 185 mila musulmani, 16 mila fra induisti e buddisti. Chiudono la lista le religioni tradizionali africane (6 mila) e la religione ebraica (mille). Da rilevare, fra gli studenti la diminuzione di 1,3 punti percentuale per i cristiani e l'aumento di 4,5 per i musulmani.
IRREGOLARI, SOLO UN TERZO E' STATO RIMPATRIATO Gli stranieri irregolari intercettati lo scorso dalle forze dell'ordine sono stati 124.383. Di questi solo il 36,5% è stato rimpatriato effettivamente, quasi la metà di quelli del 1999. Il 13% di questi irregolari sono giunti via mare, ossia 22.016 persone, quasi mille in meno rispetto al 2005. "Così il mare - afferma il rapporto - da fondamentale elemento per gli scambi, continua ad essere uno sconfinato cimitero". Ma le tragedie via terra non sono da meno: si viaggia e spesso si muore nascosti nei tir, sotto i treni ed addirittura nei carrelli degli aerei. Nel 2006, sono stati rimpatriati solo il 36,5% (45.5449) è stato effettivamente rimpatriato contro il 64,1% del 1999. Tuttavia, segnala la Caritas, se si tiene contro dell'ultimo allargamento della Ue e il numero degli intercettati in posizione irregolare scende dopo tanti anni al di sotto delle 100 mila unità, ossia a 84.245. Sugli irregolari, per il rapporto, "aiuta il ragionamento e non la paura". Servono norme più più agili e politiche di contenimento che insistano sulla virtualità dei rimpatri assistiti. Soprattutto se, per effetto dell'ampliamento dell'Ue, per la prima volta i cittadini stranieri intercettati in posizione irregolare sono scesi al di sotto delle 100 mila. Gli stranieri incidono per quasi un quarto sulle denunce penali ed altrettanto per presenze in carcere. I maggiori protagonisti a livello penale sono gli irregolari (4 casi su 5) per lo più per reati legati allo sfruttamento della prostituzione, all'estorsione, al contrabbando e alla ricettazione. L'acquisizione della cittadinanza nel 2005 ha avuto un vero e proprio boom (19.266 casi) se si considera gli 11.945 del 2004.Il 40% dei casi sono cittadini dell'est europeo. Nel periodo 1995-2005 sono state presentate 213.047 domande per ottenere la cittadinanza, delle quali 125.535 definite positivamente. Nella maggior parte si è trattato di matrimoni (80% da cittadini dell'est) mentre si sono ridotti i casi di naturalizzazione (20.731).
SEMPRE PIU' PROPRIETARI DI CASE Aumenta il numero degli immigrati proprietari di un'abitazione. Nel 2006 - come rileva il rapporto - sono stati un sesto tra quanti hanno acquistato una casa e tendenzialmente stanno diventando la metà di quanti hanno bisogno della prima casa. Gli immobili che preferiscono sono quelli da ristrutturare, vicino alle reti di trasporto ed alle scuole dei figli. Gli stranieri coprono tuttavia il segmento più basso del mercato: 117 mila euro per una casa di 50 metri quadrati, "che costringe al sovraffollamento", il volume di affari annuo complessivo è di 1,5 miliardi di euro.
ROMA – Il lavoro degli immigrati concorre alla produzione di ricchezza in Italia con un contributo del 6,1% del Pil. Il dato emerge dallo studio della Caritas (rapporto Caritas/Migrantes), che ha indicato come siano ormai 3,7 milioni gli immigrati regolari in Italia. Una cifra che equivale al 6,2% della popolazione complessiva. Praticamente la stessa proporzione tra peso sulla popolazione complessiva e contributo al Pil nazionale. Frutto di un «tasso di occupazione notevolmente alto».
Brescia - Si sfoglia l’album dell’orrore nell’aula al primo piano del Palazzo di giustizia di Brescia. Le immagini che mostrano le 28 coltellate inferte a Hina, dirette soprattutto al volto, quelle del suo corpo martoriato che viene disseppellito nell’orto della casa paterna a Sarezzo, quelle dell’autopsia. È un macabro crescendo cui è difficile reggere senza versare una lacrima, senza voltare gli occhi dall’altra parte.
Eppure Mohammed Salem, quel padre che, l’11 agosto in quella casa la sgozzò come un agnello sacrificale, fa galleggiare lo sguardo nel vuoto. E tace. Tace per tutte le otto ore dell’udienza. Tace anche e soprattutto quando il pubblico ministero, Paolo Guidi, dopo due ore di requisitoria, mette sulla bilancia della Giustizia le sue pesanti richieste: trent’anni per quel padre pachistano che, quattordici mesi fa decise di punire nel modo più barbaro la figlia ventenne per i suoi usi e costumi oramai più italiani che pachistani. E trent’anni anche per i due cognati della ragazza, attribuendo quindi loro un ruolo tutt’altro che passivo nel delitto. Si era sempre parlato e scritto di una esecuzione decisa dopo un gran consiglio di famiglia e ieri il pubblico ministero Guidi pur rifuggendo da terminologie giornalistiche, ha pienamente confermato con la sua requisitoria, la ricostruzione dei fatti lasciando fuori dall’omicidio soltanto lo zio materno di Hina, per il quale ha chiesto due anni di carcere solo per occultamento di cadavere. In buona sostanza, secondo il pubblico ministero, Hina Salem sarebbe stata uccisa dai maschi di casa per «salvare l’onore della famiglia».
Da qui l’aggravante dei «futili motivi» oltre a quella della premeditazione, tenuto conto che la giovane, che aveva scelto in primavera di andare a convivere con un giovane operaio bresciano, Beppe Tempini, sarebbe stata attirata nella casa dei genitori con la scusa della visita di una parente, quindi sarebbe stata portata in mansarda e qui sgozzata. «È meglio, molto meglio che il mio assistito non sia stato presente in aula, e non abbia visto quelle foto», commenta Loredana Gemelli, l'avvocato di parte civile di Beppe Tempini. Di certo per quel giovane, che pure con la sua ostinazione, con la sua cocciuta preoccupazione per l’assenza di Hina, aveva costretto i carabinieri a scavare nell’orto della casa di Sarezzo e a scoprire quella verità agghiacciante, sarebbe stato un ultimo durissimo colpo.
Omicidio Hina, chiesti 30 anni per padre e cognati
BRESCIA (24 ottobre) - Il pm Paolo Guidi ha chiesto 30 anni di reclusione per il padre di Hina Saleem e due cognati della ragazza pachistana uccisa l'11 agosto 2006 per essersi ribellata alle tradizioni imposte dalla sua cultura. In aula lo zio materno e uno dei cognati si sono proclamati estranei all'omicidio. Il pubblico ministero ha chiesto due anni per lo zio materno di Hina, accusandolo di concorso nell'occultamento del cadavere della ragazza (circostanza ammessa dall'imputato), ma non di concorso nell'omicidio. Hina dopo l'omicidio era stata infatti seppellita nell'orto della villetta in cui viveva la famiglia a Sarezzo, nel Bresciano. La seconda udienza del processo con rito abbreviato a carico del padre della 20enne, dello zio e dei due cognati, davanti al gup di Brescia Silvia Milesi è iniziata questa mattina a porte chiuse. Ha deposto un consulente che ha eseguito l'autopsia sul corpo della ragazza ha deposto e, poi, il pm Paolo Guidi ha iniziato la requisitoria. Secondo quanto riferito dall'avvocato di parte civile per il fidanzato di Hina, Loredana Gemelli, uno dei cognati di Hina ha raccontato di non essersi accorto di nulla, arrivando nella casa di Sarezzo, in Valle Trompia (Brescia), nella quale Hina è stata sgozzata e seppellita nell'orto.
MILANO - Dopo due assoluzioni e un annullamento, arriva una nuova sentenza per il marocchino Mohammed Daki e i due tunisini, Maher Bouyahia e Ali Ben Saffi Toumi, accusati di terrorismo internazionale in base a quell'articolo 270 bis entrato in vigore dopo gli attentati dell'11 settembre. Per questa accusa, ieri, la seconda corte d'appello di Milano ha condannato con rito abbreviato Daki a quattro anni di reclusione, gli altri due imputati a sei anni. Una sentenza che ribalta di fatto la decisione di primo grado, pronunciata dal gup Clementina Forleo e basata sulla distinzione tra la nozione di guerrigliero e terrorista, e quella dei giudici della prima corte d'appello milanese che avevano scavalcato quel concetto, stabilendo che il reclutamento di volontari da inviare come kamikaze in Iraq non è terrorismo.
Due pronunciamenti che avevano sollevato un vespaio, ma che a gennaio scorso la Cassazione aveva sconfessato, rinviando i tre imputati davanti a un'altra corte. E ieri, dopo la sentenza, sono arrivati gli opposti commenti di chi aveva portato in tribunale Daki e gli altri due e di chi li aveva assolti. "È stata accolta la tesi della procura e della procura generale che avevano contestato le conclusioni dei giudici precedenti - ha detto il procuratore aggiunto Armando Spataro - prese in base a una distinzione che ha sicuramente diritto di cittadinanza nei processi, ma nei casi concreti deve confrontarsi con gli elementi emersi nelle indagini e che secondo noi erano stati trascurati".
Solo in punto di diritto il commento del giudice Clementina Forleo: "Mi meraviglia che il processo a Daki sia stato celebrato comunque, perché essendo stato espulso aveva un legittimo impedimento". Il marocchino, infatti, non era in aula e su questo si era giocato il possibile rinvio: il suo legale Vainer Burani aveva opposto il legittimo impedimento del suo cliente a essere in Italia e quindi in tribunale. Daki è stato espulso in base alla legge Pisanu nel dicembre 2005 e, secondo l'avvocato, da allora è senza passaporto. Un motivo non provato e non sufficiente, per i giudici, che l'hanno dichiarato contumace andando avanti nella discussione. Da Casablanca Daki ha solo detto: "Sono innocente, ora ho un motivo in più per tornare in Italia e far valere le mie ragioni".
Il processo bis ha avuto tempi brevissimi: ieri mattina si è aperta l'udienza e alle cinque e mezza, dopo meno di due ore di camera di consiglio, i giudici hanno emesso la sentenza, le cui motivazioni saranno note tra quindici giorni ma che potrebbero ricalcare la requisitoria fatta dal sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale, che in aula ha detto: "La sentenza di primo grado guarda con benevolenza gli imputati, che qualifica guerriglieri quasi identificandoli come soldati di guerre di liberazione del proprio paese oppresso.
Ma gli atti parlano di attentati in Italia contro una caserma dei carabinieri di Napoli, contro la metropolitana milanese e il Duomo di Cremona. Dove sono le guerre di liberazione? Da chi?". Mentre Burani e gli altri due legali, Leccisi e Nebuloni, annunciano ricorso in Cassazione, si profila la possibilità di una denuncia per diffamazione contro uno degli imputati, Toumi, che ieri ha lanciato gravi accuse di scorrettezza negli interrogatori contro Spataro - che oggi torna in aula per sostenere l'accusa nel processo per il sequestro dell'imam Abu Omar - e i pm Stefano Dambruoso e Elio Ramondini.
Expelled Moroccan is convicted by Milan appeals court on terror charge
ROME: A Milan appeals court on Tuesday convicted a Moroccan of international terrorism, even though the man had been expelled from Italy two years earlier. Mohamed Daki was deported from Italy to Morocco in 2005. His case made headlines in Italy earlier that year when a Milan acquitted him and two Tunisians of international terrorism charges, ruling their actions were those of guerrillas, not terrorists. The ruling set off a firestorm in Italy.
«Sono uscito un attimo per andare a lavarmi le mani e ho visto quella gran fiammata. Non ho avuto il tempo di pensare, ho fatto un salto indietro e ho sentito il secondo botto. Allora ho capito. Paura? Certo non è stato un bel momento. Anche perché di giorno noi veniamo per pregare, non per farci tirare le bombe addosso». Sono due quelle tirate al centro islamico Alif Baa di Abbiategrasso, alle 14.20 di ieri pomeriggio, per la terza volta in tre mesi. L´attentatore è un uomo col casco scuro e sciarpa bianca: pochi danni, tanto spavento. Il testimone racconta piano, è quasi rilassato adesso, dopo aver raccontato ai carabinieri della compagnia di Abbiategrasso, coordinati dal capitano Paolo Palazzo, e a quelli del Nucleo informativo del colonnello Andrea Chittaro. La molotov, la prima, si è incendiata a non più di due metri di distanza dal suo naso. «Eravamo in tre, io e i miei due amici, anche loro egiziani. Stavamo facendo qualche fotocopia, orari di autobus, cose così. È arrivato all´improvviso. Quello che non capisco è: perché a noi? Io sono in Italia da dieci anni, amo questo paese, lavoro e sono regolare, la maggior parte di noi lo è. Non facciamo mai casini. Perché a noi?».
Il centro Alif Baa raccoglie turchi e tunisini, albanesi e marocchini, egiziani e cingalesi. Il venerdì è di preghiera, il resto della settimana il cancellone verde è aperto e può entrare chi vuole, quando vuole. Per lanciare le altre molotov e il tubo esplosivo ripieno di polvere pirica e chiodi, per gli attentati del 19 luglio e del 10 agosto, erano arrivati alle 3 di notte e all´alba. Stavolta, dopo gli attestati di solidarietà, le condanne e gli annunci di una sorveglianza potenziata, quasi diuturna, il gesto vandalico arriva nella forma più sfrontata, in pieno giorno, terzo in tre mesi. «È una questione che continuiamo a seguire con tutta l´attenzione possibile - garantisce il prefetto Gianvalerio Lombardi - vigiliamo il centro periodicamente con delle pattuglie. È chiaro che il nuovo gesto non è da sottovalutare, ma l´impressione è che non ci sia un allarme particolare». Del resto, anche l´orientamento degli investigatori è quello di considerare la catena di attentati poco più che una balordata, di sicura natura anti-islamica e razzista ma di valore politico poco rilevante. Nessuno ha rivendicato finora le sei molotov, da luglio ad oggi, nemmeno un gruppuscolo fantomatico o sedicente. Più probabile che la mano incendiaria sia da ricercare tra qualche cane sciolto, gravitante nell´orbita dell´estrema destra locale, ispirato da motivi futili. Si attende un errore, un passo falso, per far scattare le manette.
Meana Meana, responsabile del centro, di professione mungitore, da 15 anni ad Abbiategrasso, è corso subito in via Crivellino non appena saputa la notizia. Sospira. «Siamo a metà tra l´impauriti e il rassegnati, ci stiamo abituando». Del resto, intimidazioni e minacce li avevano subiti anche i Testimoni di Geova, i precedenti titolari dell´ex fabbrica. Nel pomeriggio, a consolare la comunità islamica, è arrivato in visita l´assessore alle politiche ricreative Francesco Lovetti. Il signor Giovanni, il pensionato 72enne con finestra sul cortile della moschea, questa volta non ha assistito all´attentato: era in cucina, stava finendo di mangiare. Indicazioni migliori le dovrebbe dare la telecamera di una ditta, a un centinaio di metri dal centro Alif Baa, le cui immagini erano state esaminate già dopo il secondo agguato del 10 agosto: via Crivellino è a senso unico, lo scooter bordeaux, questa volta descritto da due testimoni oculari - l´egiziano e l´operaia della ditta di spedizioni - dovrebbe essere passato con certezza sotto il suo occhio.
Chi si occupa di queste cose, i cosiddetti «esperti», non hanno dubbi: «Deve trattarsi per forza di un fatto squisitamente locale». Una deduzione forse non lapalissiana, ma nemmeno estremamente complessa quella che commenta il terzo episodio in 4 mesi di molotov lanciate contro il centro islamico di Abbiategrasso, l’ex falegnameria di via Crivellino. Stavolta, anziché di notte, come in precedenza, è accaduto poco prima delle 14.30 di ieri. E l’autore sarebbe un giovane con il volto coperto da una grossa sciarpa, arrivato in sella a uno scooter e scomparso così come era arrivato, in un baleno. Ma stavolta non prima che una telecamera della zona l’avesse immortalato.
Diffondiamo molto volentieri un comunicato giuntoci or ora, che annuncia l'arrivo in Udine di una personalità a dir poco straordinaria: il Dalai Lama. Un evento indiscutibilmente eccezionale per la nostra città, che seguiremo molto volentieri da vicino.
10, 11, 12 dicembre: il Dalai Lama in visita a Udine
Sua Santità il XIV Dalai Lama sarà a Udine dal 10 al 12 dicembre in occasione della Giornata internazionale dei diritti dell’uomo per celebrare il 18° anniversario del conferimento del Premio Nobel per la pace.
Un evento unico e irripetibile per la città di Udine: Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama del Tibet sarà in visita a Udine per comunicare il proprio messaggio di pace al mondo e per celebrare la ricorrenza del 10 dicembre 1948, data in cui l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
Sono passati esattamente 10 anni dall’ultima visita del Dalai Lama in Regione che nel 1997 venne a Gorizia per il conferimento della laurea honoris causa in Scienze politiche e diplomatiche. La visita del Dalai Lama a Udine è stata organizzata dal Centro buddhista Cian Ciub Ciö Ling, dal Centro di Accoglienza e di Promozione culturale Ernesto Balducci Onlus e con la collaborazione dello Zen Peacemaker Sangha. Saranno tre giornate dedicate a valori fondamentali e condivisi come la pace, la fratellanza e il rispetto del prossimo: proprio con questo intento, tutte le conferenze aperte al pubblico del Dalai Lama avranno ingresso gratuito con offerta libera.
Il Dalai Lama rappresenta il capo temporale e spirituale del popolo tibetano, presiede il governo tibetano in esilio in India dal 1959 ed è una delle figure religiose più carismatiche e famose nel mondo. La traduzione letterale di Dalai Lama sarebbe "Maestro-oceano", ma viene definito più elegantemente "Oceano di saggezza".Il 10 dicembre 1989 ha ricevuto il Premio Nobel per la pace per il suo impegno nella lotta alla liberazione del Tibet dall’occupazione cinese: il Dalai Lama si è sempre opposto all’uso della violenza, appoggiando solo soluzioni pacifiche basate sulla tolleranza e il rispetto degli uomini con l’obiettivo di preservare l’eredità storica e culturale del suo popolo.
“La pace interiore come responsabilità universale”: questo è il simbolico titolo che è stato dato alla permanenza a Udine del Dalai Lama durante la quale saranno molteplici le occasioni per poterlo ascoltare.
PROGRAMMA
10 dicembre – Castello di Udine mattina incontro con autorità e conferenza stampa
10 dicembre – Teatro Nuovo Giovanni da Udine “La pace interiore come responsabilità universale”: 14.00-16.00 Messaggio di pace di Sua Santità il Dalai Lama Concerto del flautista Nawang Khechong e della cantante Chiukila
11 dicembre – Palasport Carnera “L’ascolto, il confronto, la conoscenza dell’altro” 9.30 – 12.00 Incontro interreligioso tra S.S. il Dalai Lama e un rappresentante della Chiesa Cattolica, un rappresentante della religione ebraica ed un rappresentante della religione musulmana.
11 dicembre – Palasport Carnera Insegnamenti essenziali – iniziazione 14.30 -17.00 Iniziazione di Avalokitesvara
12 dicembre - Palasport Carnera “La formazione come crescita interiore” 9.30 – 11.30 Incontro di S.S. il Dalai Lama con gli studenti delle scuole superiori e dell’Università di Udine
ENTI ORGANIZZATORI
La visita di Sua Santità e di Nawang Khechog è organizzata dal Centro Cian Ciub Ciö Ling, dal Centro di Accoglienza e di Promozione culturale Ernesto Balducci Onlus e con la collaborazione dello Zen Peacemaker Sangha.
Centro Cian Ciub Ciö Ling
È un’associazione per lo studio e la pratica della filosofia e della psicologia buddista che opera sotto la guida di S.S. il Dalai Lama, da cui ha ricevuto direttamente anche il nome. Il centro è attivo dal 1990 a Polava, in provincia di Udine, sotto la guida del Venerabile Gheshe Yeshe Tobden.
Centro di Accoglienza e di Promozione culturale Ernesto Balducci Onlus
Il Centro di accoglienza e di promozione culturale “Ernesto Balducci” di Zugliano (Ud) è un luogo di accoglienza per persone in necessità: ospita una cinquantina di persone, con attenzione alle famiglie con bambini: immigrati in cerca di lavoro, profughi dalle guerre, rifugiati politici o persone in attesa di questo riconoscimento. Il Centro “E. Balducci” svolge un impegno continuo di elaborazione culturale e diffusione di una cultura di reciprocità con la diversità dell’altro con incontri a Zugliano e in tutto il territorio della Regione Friuli. In questi anni è diventato un punto di riferimento significativo per il pubblico e le scuole che desiderano impegnarsi in un percorso di riflessione sulle questioni dell’accoglienza, della costruzione della giustizia e della pace, del dialogo fra culture e religioni. www.centrobalducci.org
Zen Peacemaker Sangha
Lo Zen Peacemaker Sangha è un’organizzazione internazionale che opera per una cultura di pace basata sulla pratica meditativa e l’azione sociale non violenta. L’impegno dell’organizzazione riguarda la realizzazione di progetti sociali a favore di soggetti disagiati, per la difesa diritti umani, dell’uguaglianza sessuale e razziale e l’opposizione ad ogni forma di ingiusta discriminazione a favore un sistema economico giusto e di una politica ambientale sostenibile. www.zenpeacemakers.org
ROMA - Monta l'ondata di addetti stranieri nelle gelaterie e pizzerie italiane. Una fetta di lavoratori che anno dopo anno si sta facendo largo in tante botteghe e laboratori dello Stivale e che sta riuscendo, secondo alcuni inaspettatamente, a sopperire alla mancanza di interesse dei nostri connazionali nella realizzazione di prodotti che da sempre rappresentano un'eccellenza del Made in Italy alimentare. E i numeri del fenomeno cominciano ad essere davvero importanti. Ad esempio nelle gelaterie artigianali i lavoratori stranieri rappresentano al momento circa un terzo degli oltre 90 mila addetti.
"E la percentuale - spiega Loris Molin Pradel, presidente dei gelatieri della Confartigianato - è in sensibile aumento. Le ragioni - sottolinea - sono da ricercare nella scarsa disponibilità che i giovani italiani mostrano nel sacrificare sabati e domeniche, e spesso anche intere nottate, all'interno dei laboratori. Insomma i nostri giovani - aggiunge sorridendo - amano stare più dall'altra parte del bancone, cioé quello dei avventori; anche se non bisogna dimenticare che molte delle oltre 33 mila gelaterie artigianali svolgono un'attività stagionale, che quindi non in grado di garantire 12 mesi l'anno una continuità lavorativa". Ma nelle pieghe di questa realtà convivono anche esperienze lavorative di un certo pregio.
"Devo dire per correttezza - prosegue Molin Pradel - che nelle nostre gelaterie artigianali opera anche una buona percentuale di giovani italiani che, con lungimiranza, sceglie questo tipo di professione in maniera seria, magari cominciando come apprendista, con il chiaro intento di perfezionare quella somma di conoscenze che ti porta ad essere un bravo gelatiere e che ti potrà consentire, un giorno, di aprire un laboratorio in proprio, che, è bene ricordarlo, al momento costa non meno di 50 mila euro, visto che in un laboratorio di gelateria ci sono macchinari che costano mediamente più di un'automobile". Nel frattempo è in via di perfezionamento lo screening degli apprendisti stranieri, "ma da un primo esame - aggiunge l'esponente della Confartigianato - si può dire che la maggior parte dei nuovi addetti stranieri sembra provenire da Ungheria, Repubblica Ceca e Croazia. E si tratta quasi sempre di ragazzi e ragazze - conclude - che operano con passione e perfezionismo".
La quota di presenze straniere cresce anche nelle pizzerie. In questo caso, spiega il segretario generale della Fipe Edi Sommariva, "si tratta per lo più di egiziani, soprattutto a Roma, ma anche tunisini e algerini, che dimostrano quasi sempre di possedere una forte propensione al mestiere di pizzaiolo, con una certa instancabile destrezza, aiutati in questo anche dalla presenza di ricette ormai ben definite e consolidate". In ogni caso la quota non italiana, ricorda, va ad occupare in una prima fase il ruolo di aiuto pizzaiolo.
"E come è noto - chiarisce l'esponente della Confcommercio - ai giovani italiani questa professione sembra interessare sempre meno, tant'é che nel corso degli ultimi 10 anni la presenza dei pizzaioli stranieri é praticamente raddoppiata". Al momento, ricorda, le presenze straniere ammontano a circa 40 mila all'interno delle 28-30 mila pizzerie italiane, con una percentuale del 25-30% da Roma in su e praticamente zero a Sud. "Il periodo di apprendistato - ricorda da ultimo - può durare 2-3 mesi, operato però nella maggior parte dei casi all'interno delle pizzerie, visto che in questo settore non esiste un buon sistema formativo".
I «nuovi» italiani non credono nei «vecchi» partiti. E così ne hanno fondato un altro: «Nuovi Italiani Partito Immigrati». Con un traguardo immediato. Prendere parte alla corsa per le Provinciali 2009, subito dopo per le Europee. Ieri è stato presentato a Milano nome e simbolo del movimento, cinque mesi dopo lo sbarco nella Capitale. La neonata formazione si definisce «progressista, riformista, democratica». Al centro dell’azione «la vita e le condizioni della persona». Anzi degli immigrati, arrivati in Italia con l’anelito della rappresentatività e presto delusi dai partiti italiani e dai suoi esponenti «occupati a difendere soltanto i propri interessi».
La parola magica spunta dopo una manciata di minuti. Parla il vicepresidente Marco Angelelli: «Tre milioni di stranieri regolarmente residenti in Italia e, tra loro, i circa 400mila della Provincia di Milano, sono stufi della casta». Per questo, «intendiamo dare risposte sincere alla popolazione di nuovi italiani che, pagando le tasse e rispettando le leggi, hanno tutto il diritto di concorrere attivamente alla vita politica del Paese». L’ennesimo partito, allora. «Certo, anche se a entrare nei ranghi tradizionali ci avevamo provato alle scorse elezioni nazionali - ammette Angelelli (che come riportato giovedì dal «Giornale» è un ex dell’Italia dei Valori «tradito» dalla dirigenza, ndr) -. Eravamo riusciti a candidare nelle liste dell’Idv due cittadini italiani di origine marocchina, oltre al rappresentante dei musulmani in Italia. Il risultato, invece, fu che coi voti della seconda generazione d’immigrati a Torino in Senato c’è andata Franca Rame. Li avevano messi in fondo alle liste». Eppoi, altro che Pd: «Alle Primarie hanno ammesso il voto degli immigrati senza alcuna garanzia sui brogli. Siamo stati usati».
Il desiderio di far sedere nelle assemblee legislative eletti provenienti da tutto il mondo non è però passato. L’ambizione è di far confluire nel Nipi il maggior numero di nazionalità ed etnie possibili. Nell’organigramma figurano già rappresentanti di Egitto, Sierra Leone, Brasile, Tunisia, Marocco e Romania. Aggiunge il coordinatore milanese Fabio De Lumè: «Una delle prime mosse che faremo è stringere rapporti con la comunità cinese di via Sarpi; del resto, il dialogo è stato intrapreso con Stati Uniti, Australia e Pakistan». Giurano che è possibile mettere attorno a un tavolo candidati così eterogenei per area geografica e obiettivi d’integrazione. Il portavoce romeno, ad esempio, vorrebbe poter trovare un partner nella comunità rom «per far uscire finalmente quel popolo dalla discriminazione e dall’emarginazione». Tranquilli, «basta far riferimento a un corpus di valori comuni, che nel nostro caso è la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea», promettono. «E la Costituzione italiana, ovvio».
Qualcuno pensa sin d’ora alle possibili alleanze in vista delle urne. «Ma gli immigrati sono di destra o di sinistra?». Domanda ingenua, semplicemente evasa: «Di sicuro siamo moderati, staremo alla larga dagli estremismi. Stando così le regole della competizione elettorale, è chiaro che dovremo accordarci con chi di volta in volta sarà compatibile con il nostro programma». A proposito di programma, sul sito del partito risulta «in allestimento». Eppure, ecco le priorità dichiarate alla prima uscita milanese: «Cittadinanza italiana agli immigrati subito, lotta alla criminalità, una legge per risolvere la questione dei clandestini e...la pace tra i popoli».
ROMA - Istruzione medio-alta, conoscenza di due-tre lingue, tre su quattro hanno un lavoro. E sono 620 mila i bambini figli di stranieri nati e residenti in Italia. Per una volta c'è un'indagine all'incontrario che fotografa la realtà dei tre milioni di stranieri che vivono ufficialmente in Italia. Non solo cioè crimini, carcere, devianza e clandestini ma famiglie numerose, laboriose, che cercano di migliorare e migliorarsi e che se per il 55 per cento vorrebbe avere la cittadinanza italiana, il restante 40 per cento sogna di tornare prima o poi a casa. Sono i punti principali dell'indagine sugli immigrati che è stata voluta dal ministro dell'Interno Giuliano Amato, eseguita dalla società Makno e presentata stamani alla Camera dei deputati dal ministro e dal sottosegretario Marcella Lucidi. La ricerca si basa su interviste a mille italiani e 2000 immigrati.
Il livello di istruzione e la conoscenza dell'italiano - Una quota "consistente" tra gli immigrati è composta da persone dotate di un'istruzione "medio-alta" e una quota notevole ha istruzione "superiore". Inoltre Il 27 per cento degli immigrato parla italiano in casa e il 30 per cento parla italiano con i figli. Tre su quattro ritengono di saper parlare "molto o abbastanza bene l'italiano" e il 60 per cento conosce anche francese o inglese.
Il lavoro - Tre su quattro hanno dichiarato di avere un lavoro mentre il 25 per cento (soprattutto studenti e casalinghe) è in cerca di un lavoro. Tra chi ha un'occupazione "la maggior parte" ha un contratto regolare; il 25 per cento è pagato a ore, il 16% svolge un'attività autonoma. La stima dei lavoratori a nero è di circa 76 mila. Le occupazioni più diffuse sono operaio, badanti, colf a ore, cameriere. Tra quelle autonome: negoziante, ristoratore e artigiano. Il 35 per cento non risponde alla domanda quanto guadagni al mese; una reticenza analoga arriva anche dal campione degli italiani. Il 10 per cento sostiene che il proprio guadagno dipende "da quanto lavoro riesce a trovare". Significa che circa 150 mila vivono in una condizione di incertezza di reddito. Sul fronte della retribuzione mensile nessuno degli intervistati ammette di andare oltre i mille e cento euro. I più si attestano tra gli 800 e i 1.100. Il 15 per cento dichiara di non avere praticamente tempo libero durante la settimana.
Casa - Il 44 per cento degli immigrati vive con la propria famiglia che diventa "un fattore di stabilizzazione", qualcosa che mette ordine. Il 30 per cento divide la casa con amici o parenti; il 17 per cento con altre persone e il 10 vive da solo.
La cittadinanza - Ci sono bambini - uno o due - in tre famiglie su quattro. Più della metà degli immigrati (il 53%) ha figli nati in Italia: in tutto sono 620 mila, il numero che ha fatto aumentare le nascite in Italia. Il 55 per cento è interessato ad avere la cittadinanza, soprattutto sudamericani e africani. Il 20% non è interessato e dice che prima o poi tornerà a casa. Il 25% è indeciso.
Cosa pensano loro di noi - La sintesi è il titolo di un film: "Italiani brava gente". Alla domanda cosa pensano gli immigrati degli italiani le risposte più frequenti sono state: "brava gente"; "ti aiutano se capiscono che sei sincero"; "sono attenti all'educazione dei figli"; "rispettano gli anziani"; "non capiscono la cultura e le tradizioni del mio paese".
Cosa pensano gli immigrati degli immigrati - tre le risposte più frequenti: "preferiscono stare tra gente dello stesso paese"; "si impegnano a imparare la lingua"; "non capiscono che bisogna rispettare le leggi italiane".
Gli italiani e l'immigrazione - Il 55,9 per cento degli italiani ha un atteggiamento di apertura nei confronti degli immigrati. Il 25,2% ha un atteggiamento di chiusura convinta e il 18,9% di chiusura problematica. Il sentimento di ostilità nasce dal fatto che "la presenza di altri utenti ha peggiorato la qualità dei servizi, la disponibilità degli alloggi e la qualità dei trasporti". Più che un problema di razzismo l'ostilità sembra quindi nascere da una percezione di peggioramento della propria qualità della vita. A questo si aggiungono, peggiorando la situazione, "la questione sicurezza, e l'associazione di idee immigrazione-clandestinità-illegalità. Del tutto assenti, nell'immaginario degli italiani, gli altri volti dell'immigrazione: quella che lavora, produce e contribuisce al bilancio dello Stato. Non riusciamo ad avere memoria di quello che siamo stati noi neppure un secolo fa.
In his celebrated book, Bowling Alone (2000), the political scientist Robert D. Putnam argued that America, and perhaps the Western world as a whole, has become increasingly disconnected from family, friends, and neighbors. We once bowled in leagues; now we bowl alone. We once flocked to local chapters of the PTA, the NAACP, or the Veterans of Foreign Wars; now we stay home and watch television. As a result, we have lost our “social capital”—by which Putnam meant both the associations themselves and the trustworthiness and reciprocity they encourage. For if tools (physical capital) and training (human capital) make the modern world possible, social capital is what helps people find jobs and enables neighborhoods and other small groupings of society to solve problems, control crime, and foster a sense of community.
In Bowling Alone, Putnam devised a scale for assessing the condition of organizational life in different American states. He looked to such measures as the density of civic groups, the frequency with which people participate in them, and the degree to which (according to opinion surveys) people trust one another. Controlling for race, income, education, and the like, he demonstrated that the higher a state’s level of social capital, the more educated and affluent are its children, the lower the murder rate, the greater the degree of public health, and the smaller the likelihood of tax evasion. Nor is that all. High levels of social capital, Putnam showed, are associated with such civic virtues as greater tolerance toward women and minorities and stronger support for civil liberties. But all of these good things have been seriously jeopardized by the phenomenon he identified as “bowling alone.”
After finishing his book, Putnam was approached by various community foundations to measure the levels of social capital within their own cities. To that end he conducted a very large survey: roughly 30,000 Americans, living in 41 different communities ranging downward in size from Los Angeles to Yakima, Washington and even including rural areas of South Dakota. He published the results this year in a long essay in the academic journal Scandinavian Political Studies on the occasion of his having won Sweden’s prestigious Johan Skytte prize.
The names Watson and Crick, it has been said, have “joined Darwin and Copernicus among the immortals”. The pair’s discovery of the structure of DNA, in 1953, has been hailed by fellow Nobel laureates as the greatest single scientific achievement of the 20th century. Today the only one remaining of the two, Dr James Watson, 79, stands alone as “the godfather of DNA”.
When, sitting at a dinner in Lincoln College, Oxford, in 1996, this ageing geneticist gingerly leant over to the guest by his side – the formidable headmistress of a large girls’ boarding school – and said, “I’m looking for some girls,” he was met with an appropriately cold stare. However, when he explained he was in England to hand-pick two students, one male and one female, to live in his Long Island home with him and his wife, Liz, and work as geneticists for a year at Cold Spring Harbor Laboratory, it was an opportunity too good to lose. The headmistress promptly replied: “Well, funnily enough?”
It’s August and I am standing on the shimmering forecourt of the laboratory’s towering neuroscience building. “You’re doing this for the future of women in science,” my headmistress had impressed on me, 10 years earlier, as I left to start my stint at the laboratory bench. Watson, she said, had come over specifically to recruit a girl – a change from the male-dominated programme to date. Glancing up, I see a familiar figure pacing briskly over sun-drenched paving slabs towards me. At 79, Watson looks remarkably unchanged, perhaps his scant wisps of hair a touch whiter and gait a little less sure. “Ah, Charlotte,” he says enthusiastically and, pausing to give me the wide, open-mouthed smile I remember well and fixing me with intense, pale grey eyes, he presses my shoulders and plants a kiss firmly on both cheeks.
I am back in Long Island to discuss the geneticist’s latest and, he tells me, final memoir, Avoid Boring People: Lessons from a Life in Science. His early life and academic career, peppered with useful tips for “those on their way up” as well as those “on the top who do not want their leadership years to be an assemblage of opportunities gone astray”. And – as befits the ultimate memoir of a forthright scientist – an inflammatory epilogue with eye-popping theories that will, undoubtedly, leave ethicists choking with disbelief. We are not alone, however. A rotund thirty-something man asks for a photograph, puffing his chest and beaming proudly into the camera lens. Later, Watson tells me that the visitor was a science reporter who confided he has a form of schizophrenia.
A Pordenone una panchina anti-immigrati e anti-punk
Enri Lisetto, Messaggero Veneto, 10 ottobre 2007
C’è chi l’aveva scambiata per un’opera d’arte, chi per una cappa da cucina provvisoriamente “depositata” in giardino, in attesa di collocazione definitiva. Invece no, è tutto più semplice: i condomini di viale Trento, ormai “stremati” da mesi di proteste perché le loro panchine erano diventate un terminal di sosta non solo di stranieri, ma anche di italiani fino a notte fonda, hanno tagliato la testa al toro. Le bocche di lupo non si possono togliere e allora le hanno coperte. Sperimentando un nuovo modello di “architettura”.
E’ stata l’assemblea condominiale (l’area è privata) a deliberare la singolare soluzione che taglia la testa al toro. «Avevamo atteso l’intervento dell’amministrazione pubblica – raccontano alcuni condomini – e visto che non c’è stato, abbiamo provveduto da soli, visto che l’area è comunque privata». Detto e fatto, la piazzetta che si trova a metà di viale Trento ha cambiato volto. Al centro della piazzetta, infatti, si trovano le bocche di lupo dei garage che consentono l’areazione dei locali sottostanti e quindi non possono essere coperte. Chi aveva progettato il condominio, aveva adottato un’altra soluzione: la realizzazione di panchine in graniglia. Vi sedevano la sera (ma spesso anche di giorno) i condomini, poi i tempi sono cambiati, come, in questi mesi, hanno raccontato loro stessi. «Escrementi e immondizie dappertutto, schiamazzi e gente che bivaccava»: lo scenario descritto la primavera scorsa. Petizioni all’amministrazione comunale, ronde padane, contro-ronde di varie associazioni, vigilanza permanente, telecamere, ma il problema, a quanto pare, non è stato risolto (anche se, a onor del vero, anche ieri in viale Trento c’era un presidio di agenti di polizia municipale). E così i condomini si sono riuniti in assemblea. Visto che l’area è privata, hanno deciso di risolvere il problema alla radice, investendo nella soluzione oltre tremila euro. «Le panchine non le possiamo più usare – devono aver pensato – e così le eliminiamo». E hanno individuato una soluzione architettonica piramidale, subito ribattezzata dai passanti come “panchina-antimmigrato”.
Sopra le panchine in graniglia – disposte a quadrato – è stata collocata un’armatura di alluminio che impedisce alla gente di sedersi. «E’ il condominio il proprietario della struttura – hanno ribadito ieri i condomini – e quindi l’assemblea ha votato e approvato la soluzione. L’armatura di alluminio impedisce alla gente di sedersi, perché ormai non se ne poteva più». «Non è questione di essere razzisti – ribadiscono – perché non c’era solo il problema stranieri». Nell’area, dicono i residenti, sostava anche un gruppo di punk a bestia, mentre «a pulire toccava sempre noi». Perché «lattine, bottiglie e vari rifiuti abbandonati, per non parlare di escrementi, erano all’ordine del giorno». Soluzione efficace? «Sì, da quando sono state collocate quelle barriere in alluminio – concludono alcuni residenti – il problema è stato risolto».
UDINE. Da una parte la Cdl chiede al governo provvedimenti per la sicurezza. Dall’altra il sindaco-sceriffo Giancarlo Gentilini, da Treviso, applaude i condòmini pordenonesi che in via Trento si sono auto-tassati per rendere inutilizzabile a immigrati e sbandati una panchina sotto le loro finestre. Dall’altra ancora Rifondazione denuncia la strumentalizzazione («non confondiamo schiamazzi ed emarginazione con pericolo e sicurezza») di quello che è già un caso regionale. Anzi nazionale, visto che della cosiddetta panchina anti-immigrati di Pordenone, che va a fare il paio coi casi di Treviso, Trieste e Padova, ieri discutevano anche a Roma. E intanto a Pordenone, in un’altra zona, in piazzetta Costantini, tra l’ex curia e il parcheggio, ieri sono sparite le vecchie panchine. Ufficialmente rimosse perché pericolose, ma forse in realtà per scoraggiare la sosta.
Sull'immigrazione l'Italia è divisa in due. Migranti si o migranti no? Lo ha chiesto l'emittente televisiva France 24, che trasmette informazione interrottamente in francese, inglese e arabo. L'indagine è stata fatta intervistando telefonicamente circa mille persone in ognuno dei maggiori paesi europei, Francia, Italia, Germania, Gran Bretagna e Spagna. La società di ricerche TNT Sofres ha rivolto le stesse domande a tutti gli intervistati maggiorenni e le ha messe a confronto. Ne esce un quadro dalle tinte simili, che evidenzia stessi pro e contro.
La visione degli italiani sul fenomeno 'immigrazione' è risultata eterogenea. La metà riconosce che gli immigrati rappresentano un'opportunità per l'economia soprattutto per quanto riguarda la mano d'opera aggiuntiva in alcuni settori, nonché un arricchimento culturale per il paese. Ma per 29% degli intervistati gli stranieri sono una minaccia all'identità culturale del paese.
Puntano il dito contro la clandestinità che è un grosso problema per il 74% del campione e contro l'eccessivo numero degli immigrati, recepito come un fattore negativo dal 57%. Relativamente a questi due punti "critici" molti hanno identificato un responsabile nel Governo che, secondo una larga maggioranza (63%), non attua una politica adeguata, capace di rispondere in modo valido alle esigenze della nuova realtà. Ma quanto alle cause delle difficoltà d'integrazione, 53% degli italiani interpellati è convinto che le colpe sono da ricercarsi negli immigrati stessi, rei di non fare abbastanza per inserirsi nel tessuto sociale del paese.
Jean Baptiste "Django" Reinhardt (23 gennaio 1910 – 16 maggio 1953) è il nome di un chitarrista jazz nato a Liberchies in Belgio da una famiglia di zingari. Dopo un lungo girovagare in varie nazioni europee e nordafricane, la sua carovana si fermò alla periferia di Parigi, che Reinhardt ebbe come scenario per quasi tutta la sua carriera.
Quando aveva solo diciotto anni, Reinhardt, il quale aveva già iniziato una carriera da apprezzato banjoista, subì un grave incidente: un incendio divampato di notte nella sua roulotte gli causò l'atrofizzazione dell'anulare e del mignolo della mano sinistra.
Questo incidente era destinato a cambiare la sua vita e la storia stessa della chitarra jazz. Infatti, a causa della menomazione alla mano sinistra, Reinhardt dovette abbandonare il banjo e cominciò a suonare una chitarra che gli era stata regalata, meno pesante e meno ruvida. Nonostante le dita atrofizzate, o forse proprio grazie a tale limitazione, egli sviluppò una tecnica chitarristica rivoluzionaria e del tutto particolare che ancora oggi lascia di stucco e suscita ammirazione per la perizia virtuosistica, la vitalità e l'originalità espressiva. In breve tempo era già in attività con diverse orchestre che giravano la Francia.
Treviso, 10 Oct. (AKI) - An Italian politician has provoked a national controversy by permitting women to wear the Islamic burqa in public despite laws opposing it. The prefect of Treviso, Vittorio Capocelli, who represents the interior ministry in the city, says women should be allowed to wear the garment for religious motives as long as they can be identified if requested, reported the Italian daily, Corriere della Sera.
The garment, which covers the whole body and the face, is usually worn over clothing and is mainly seen in Afghanistan, Pakistan and India. Three years ago, the anti-immigrant Northern League politician and deputy mayor, Giancarlo Gentilini, invoked a 1975 public order law and ordered police to arrest women wearing the burqa.
Italy's minister of equal opportunities Barbara Pollastrini and interior minister Giuliano Amato have strongly deplored Capocelli's decision and said that the use of it was unacceptable. Capocelli's decision has provoked condemnation and approval across the political spectrum, some calling it a "symbol of enslavement", while others called it a necessary step in freedom of religion. Northern League politicians Mario Borghezio said "the prefect of Treviso should put a burqa on his wife." while Roberto Calderoli also from the League, called the office of the prefect an "unnecessary institution."
'Suicide of civilisation' warning as Italian town permits burka
A row has broken out in Italy over the wearing of the burka after the prefect of a city in the north-east announced he was permitting it, despite legislation outlawing any clothing that stops the wearer being recognised.
Al Sindaco di Udine Al Questore di Udine Al Comandante dei Carabinieri di Udine Al Comandante della Polizia Municipale di Udine
e p.c. al Direttore del Gazzettino al Direttore del Messaggero Veneto
Ancora una volta gli onesti abitanti della zona di Udine compresa tra Via San Rocco, Via Volturno, Via Gaeta, Piazzale Cella, sono a scrivere per denunciare le azioni illegali compiute da loschi individui che abitano le case comunali site in via Sabbadini. Ogni giorno si perpetuano furti e atti vandalici ai danni di autovetture, negozi, abitazioni, biciclette ecc. Ultimamente alcuni cittadini sono stati aggrediti fisicamente con pugni e calci solo perché avevano colto in fragranza (sic) di reato i delinquenti in questione. C'è rabbia ed anche paura perchè non ci sentiamo tutelati da coloro che hanno il compito di mantenere l'ordine pubblico. Inoltre è paradossale che questi biechi personaggi siano alloggiati in case comunali, usufruendo di contributi derivati dalle tasse dei cittadini vittime dei loro soprusi. Provate ad andare nelle case, nei negozi, nelle scuole, a verificare qual'è la situazione attuale. Chiediamo che sia ripristinata la legalità, senza dover sperare nella rinascita di quelli della "uno bianca". Se non si prenderanno presto dei provvedimenti la situazione peggiorerà, con conseguenze ben più gravi.
Nell'ennesima speranza di un'azione incisiva si porgono cordiali saluti.
i cittadini esasperati
Udine 03.07.2007
via sabbadini, i cittadini si ribellano ai vandalismi
luana de francisco, messaggero veneto, 25 luglio 2007
Sono spaventati, arrabbiati ed esasperati. Chiedono sicurezza e controlli e puntano l'indice contro quelli che definiscono "loschi individui alloggiati nelle ase comunali di via Sabbadini". Sono i cittadini delle zone comprese tra le vie San Rocco, Volturno e Gaeta e il piazzale Cella. Lo stesso in cui tre settimane fa un residente era stato picchiato in strada, dopo aver tentato di mettere pace tra alcuni nomadi. Un disagio che un gruppo di "onesti cittadini", come si sono definiti loro stessi, ha di recente manifestato attrraverso una lettera inviata al sindaco Cecotti, al questore Padulano e ai comandanti dei Carabinieri e della Polizia municipale.
alta tensione dopo l´arresto. Due carabinieri restano feriti
meo ponte, la repubblica-torino, 24 settembre 2007
Sono da poco passate le 16 di ieri quando alla centrale dei carabinieri arriva la chiamata del capo equipaggio di Acciaio 140, la radiomobile che poco prima è stata inviata in soccorso di una donna scippata in piazza della Repubblica. «Carabiniere a terra, mandate un´ambulanza, presto...». Pochi minuti, contemporaneamente alla squadra di soccorso del 118, a Porta Palazzo arrivano altre sei Radiomobili mentre convergono nella zona anche almeno quattro Volanti della polizia. Appena in tempo per trarre d´impaccio i tre carabinieri di Acciaio 140 assediati da una sessantina di extracomunitari che vogliono liberare lo scippatore appena bloccato dalla pattuglia. Un maresciallo è a terra, colpito alla testa da una bottiglia. Un brigadiere gli fa scudo con il suo corpo e viene ferito a sua volta al braccio. Il terzo carabiniere cerca di tenere lontana la folla di facinorosi dall´auto dove è stato rinchiuso lo scippatore magrebino.
Il Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia si appresta ad approvare in via definitiva un disegno di legge imposto da Illy, incalzato a sua volta da Rifondazione Comunista, che sancisce l'insegnamento obbligatorio del friulano nelle nostre scuole se non espressamente rifiutato dai genitori. Un gioco politico, in vista delle elezioni regionali del prossimo anno, volto a soddisfare le richieste degli autonomisti friulani e a sorpassare il Movimento Friuli e la Lega Nord. Chissà quanti genitori distratti e non informati troveranno i propri figli iscritti a scuola di friulano, che dovrebbe in seguito sostituire l'italiano nell'insegnamento di tutte le materie. Non si riesce a immaginare i costi di questa dittatura linguistica, che prevede l'arruolamento di un esercito di 8 mila docenti e una miriade di testi scolastici tali da conservare le numerose varianti lessicali se non si vuole ricorrere a un friulano standardizzato. Trova giusto che il Friuli volti le spalle all'Italia e alla lingua di Dante, Leopardi e Manzoni?
Antonio Napolitano, Trieste,
Caro Napolitano, ricordo ai lettori che la legge regionale sull'insegnamento del friulano è giustificata, secondo il presidente del Friuli-Venezia Giulia Riccardo Illy, dalla legge nazionale n. 482, approvata nel 1999, che promuove la valorizzazione delle lingue minoritarie parlate nella penisola, e dall'art. 6 della Costituzione in cui è scritto: «La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche».
In un articolo pubblicato dal Corriere del 18 settembre, uno dei maggiori linguisti italiani, Tullio De Mauro (storico della lingua e ministro della Pubblica istruzione dall'aprile del 2000 al giugno del 2001), ha raccontato che la legge nacque, anche se con grande ritardo, da un suo studio del 1974 sullo stato delle minoranze linguistiche in Italia. Un primo progetto legislativo fu approvato dalla Camera dei deputati, ma si insabbiò al Senato e dovette attendere, per diventare legge dello Stato, ancora dieci anni. De Mauro, quindi, è favorevole alla decisione del Friuli- Venezia Giulia e lo ha detto anche in una intervista al Piccolo di Trieste del 5 settembre. Sa che esistono «problemi pratici, di organizzazione, perché un istituto scolastico si metta in grado di offrire questo servizio ad allievi, famiglie e cultura del luogo: scegliere insegnanti in grado di impartire l'insegnamento di una materia in friulano e, in generale, in una lingua diversa da quella abituale nell'insegnamento scolastico; formare opportunamente gruppi di allievi che accettino l'impresa». Ma crede che il «gioco valga la spesa».
13:18 - gioielliere ucciso a udine: fermato un uomo in veneto
(ANSA) - UDINE, 29 SET - Un uomo sospettato quale presunto responsabile dell'omicidio del gioielliere Giacomo Patti, di 35 anni, originario di Rovigo, trovato morto il 17 settembre scorso nella sua oreficeria a Udine, e' stato fermato la scorsa notte nella stazione ferroviaria di Conegliano Veneto (Treviso). L'uomo e' stato condotto a Udine e, nel corso della notte, e' stato interrogato dal sostituto Procuratore della Repubblica di Udine, Giancarlo Buonocore, alla presenza degli investigatori di Polizia e Carabinieri. L'uomo - da quanto si e' riusciti a sapere finora - e' stato bloccato da una pattuglia della Polizia Ferroviaria di Conegliano Veneto, avvisata dai Carabinieri e dalla Polizia di Udine. (ANSA). DF
13:19 - gioielliere ucciso a udine: padre, spero che si penta
(ANSA) - UDINE, 29 SET - ''Spero che si penta e che abbia il coraggio di togliersi un po' di maschere'': e' la prima commossa reazione di Gaspare Patti, il padre del gioielliere Giacomo, ucciso a Udine lo scorso 17 settembre, alla notizia che nel corso della notte un uomo ha fatto le prime ammissioni in ordine alla morte del figlio. Gaspare Patti ha saputo del fermo di un uomo sospettato mentre era in diretta alla trasmissione televisiva ''Sabato e domenica'' di Raiuno che stava ricostruendo proprio le vicende del delitto di Udine. La conduttrice gli ha letto in diretta la notizia del fermo di un uomo e, dopo qualche minuto, quella delle prime ammissioni. Gaspare Patti, dopo lunghi istanti di silenzio, visibilmente commosso, con voce estremamente pacata ha detto di sperare nel pentimento. (ANSA). DF
13:20 - gioielliere ucciso a udine: uomo fermato confessa delitto
(ANSA) - UDINE, 29 SET - L'uomo fermato la scorsa notte dalla Polizia nella stazione ferroviaria di Conegliano Veneto (Treviso) ha confessato di aver ucciso, il 17 settembre scorso, a Udine, il gioielliere Giacomo Patti, di 35 anni, e di aver poi gettato l' arma usata per il delitto nel fiume Ledra. La confessione e' arrivata al termine di un interrogatorio durato circa tre ore, condotto dal sostituto Procuratore della Repubblica del capoluogo friulano, Giancarlo Buonocore, nella caserma dei Carabinieri del capoluogo friulano, dove l'uomo e' stato condotto. Sommozzatori dei Carabinieri e uomini della Polizia Scientifica stanno scandagliando e controllando il letto e gli argini del fiume Ledra, nella zona di via Marangoni, nel centro di Udine, dove l' uomo ha detto di aver gettato l'arma del delitto. (ANSA). DF
13:21 - gioielliere ucciso a udine: chi e' l'uomo fermato
(ANSA) - UDINE, 29 SET - Si chiama Loris Battistella, ha poco piu' di 50 anni, vive a Udine ed e' conosciuto da Polizia e Carabinieri per piccoli furti, l'uomo che ha confessato di aver ucciso, lo scorso 17 settembre, a colpi di pistola, il gioielliere Giacomo Patti, di 35 anni, nella sua gioielleria, nel capoluogo friulano. Il delitto - stando a quanto riferito dallo stesso Battistella al pm Giancarlo Buonocore, che la scorsa notte lo ha interrogato per circa tre ore - e' avvenuto durante una rapina. L'uomo, che viveva di espedienti e piccoli furti, in un condizioni di marginalita' sociale, era entrato nella gioielleria per impossessarsi di denaro e di qualche oggetto, ma il suo tentativo e' poi degenerato. (ANSA). DF
13:22 - gioielliere ucciso a udine: arma rubata ad allenatore galeone
(ANSA) - UDINE, 29 SET - Era stata rubata lo scorso 14 agosto nell'abitazione dell'ex allenatore dell'Udinese Calcio, Giovanni Galeone, la pistola con la quale, il 17 settembre scorso, a udinese, e' stato ucciso il gioielliere Giacomo Patti, di 35 anni. Lo hanno accertato Polizia e Carabinieri che stamani hanno recuperato l'arma nel fiume Ledra, nella zona indicata da Loris Battistella, di 51 anni, che la scorsa notte, al termine di tre ore di interrogatorio, ha confessato di essere il responsabile del delitto. Alla pistola di Galeone - una ''Smith and Wesson'' calibro 38 - gli investigatori erano arrivati al termine di una serie di indagini che avevano portato ad analizzare i furti di pistole compiuti negli ultimi anni in Friuli. (ANSA). DF
Roma, 20 settembre 2007 - Sono stati resi noti i particolari sulla aggressione contro l'accampamento nomadi di via Tiburtina. Si tratta di una quarantina di persone tra i 25 e i 40 anni che con il volto coperto da passamontagna e armati di catene, bastoni, sassi e bottiglie hanno assaltato la baraccopoli.
UN ARRESTO - Uno di loro, un pregiudicato di 40 anni, è stato arrestato, con l'accusa di porto abusivo di arma bianca, oggetti atti ad offendere e resistenza a pubblico ufficiale. Sarà processato per direttissima. L'uomo ha dichiarato di far parte di un "comitato spontaneo" di residenti di Ponte Mammolo intolleranti alla presenza dei rom.
UN ATTO DI INTOLLERANZA - Si tratterebbe, secondo un investigatore dell'Arma, di un tipico "atto di intolleranza". Urlando frasi contro gli immigrati i giovani volevano provocare ''un vero e proprio scontro, una vera guerriglia''. Ma i carabinieri hanno mandato all'aria i piani e hanno fermato una persona sospettata di far parte del gruppo. Il campo, quello di Ponte Mammolo, è lo stesso preso di mira due notti fa quando furono lanciate quattro bottiglie incendiarie, due delle quali esplose, che non hanno causato feriti ma molta tensione e danni alle baracche dove vivono circa una trentina di nomadi romeni.
IL SEQUESTRO - I militari dell'Arma del reparto Territoriale, che indagavano sulla vicenda, hanno sequestrato due notti fa le bottiglie molotov e una tanica di plastica contenente del liquido infiammabile trovata a poca distanza dall'insediamento. E per una maggior sicurezza hanno intensificato i controlli nella zona. La scorsa notte, grazie al loro intervento, è stato evitato che la situazione degenerasse.
LE INDAGINI - Immediate le ricerche del gruppo che ha lanciato le bottiglie molotov da un ponte che sovrasta il campo rom. Gli accertamenti, al momento, sono concentrati sulla persona fermata che dovrà chiarire agli investigatori cosa faceva e con chi era nel momento in cui è stato fermato.
HANNO attaccato i tubi di plastica per innaffiare i fiori ai rubinetti, sono usciti sui balconi e hanno inziato a gettare acqua in strada nel tentativo di scacciare i rom, che il sabato sera trasformano le strade intorno a Porta Portese in un dormitorio, e il giorno dopo sotto le finestre restano cumuli di immondizia ed escrementi. È stata una domenica sera ad alta tensione, la scorsa, a via Rosazza e via Ippolito Nievo, due delle strade dove il sabato notte bivaccano i nomadi che vendono a Porta Portese i rifiuti prelevati dai cassonetti, durante la settimana. L’ALTRO ieri sera, invece, nella zona di Ponte Mammolo, sono state lanciate quattro bottiglie incendiarie contro l’accampamento abusivo di via Furio Cicogna. Solo due si sono incendiate. Nessun ferito.
ROMA (25 settembre) - Bisogna fermare l'arrivo dei rom in Italia. L'appello questa volta non arriva da un esponente del centrodestra che protesta contro la politica sull'immigrazione del governo, ma dal ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero (Prc). Uno stop all'afflusso dei rom, secondo Ferrero, è necessario per consentire una corretta integrazione e per evitare episodi di "rigetto" da parte delle comunità italiane.
Con questo obiettivo, è stato attivato un tavolo di confronto tra le autorità del governo di Bucarest e il ministero della Solidarietà sociale. Lo rende noto un comunicato del dicastero guidato da Ferrero, che ha incontrato una delegazione rumena guidata dal segretario di Stato e presidente dell'Agenzia nazionale rumena per i rom, Gruia Bumbu. Dalla Romania, ha poi sottolineato il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, intervenendo in commissione Affari costituzionali al Senato, «è in atto un vero e proprio esodo di rom», che si spostano «per le condizioni di vita. Il governo romeno è molto attento a collaborare, ma deve rendersi conto che ci sono interazioni tra i Paesi comunitari».
Ferrero invece «ha espresso grande preoccupazione, oltre che per le condizioni di vita delle popolazioni nomadi, per le conseguenze che l'accresciuto afflusso di rom in Italia sta provocando nel tessuto sociale delle nostre comunità locali». «Se l'obiettivo è la piena integrazione dei rom - ha affermato il ministro - è assolutamente indispensabile che il loro afflusso in Italia venga limitato e che si possa quindi intervenire in maniera efficace nei confronti dei 150.000 rom che già risiedono nel nostro Paese».