Non abbiamo motti fissi, alla casbah. Li scegliamo di volta in volta. L'ultima volta, comunque, la scelta è stata facile: "We do not want to publish the address of the Internet site where this film can be seen, in order to avoid propagating corruption in society" (siasat-e rouz & agence france presse, 11.6.07)
ROMA - Sono 3 milioni 700 mila gli immigrati regolari in Italia. Un numero aumentato del 21,6% - pari al 6,2% sulla popolazione complessiva (nell'Ue è il 5,6%) - in un anno e tale da collocare l'Italia, per ritmo di crescita, al vertice europeo. Lo stima il 17/o rapporto sull'immigrazione redatto dalla Caritas Italiana e dalla Fondazione Migrantes. Nel 2006 il trend di crescita (700 mila in un anno) è stato tale che, se sarà confermato, farà arrivare fra 20-30 anni gli stranieri a 10 milioni ed oltre. Novità di quest'anno, la presenza paritaria delle donne rispetto agli uomini (49,9%) e tale da essere maggioranza. Le uniche ad avere una prevalenza maschile sono solo Lombardia e Puglia. I minori sfiorano le 700 mila unità (18,4% del totale). Ogni 10 immigrati, 5 sono europei (la metà comunitari); 4 suddivisi fra africani e asiatici, 1 americano. L'aumento di 700 mila unità in un anno (un sesto rispetto all'anno precedente) é il numero complessivo di stranieri contati appena 5 anni fa, nel 2002. I rumeni, col 15,1% di presenza, è la comunità più numerosa; segue i marocchini (10,5%), gli albanesi (10,3%), gli ucraini (5,3%). Sei immigrati su 10 si trovano al nord; al centro c'é il 26,7%, al sud il 10,2% e nelle isole il 3,6%. In sei anni, dal 2000 al 2006, gli immigrati dall'Est sono saliti di 14 punti mentre l'Africa ne ha persi 5 e l'America 2.
GLI ORTODOSSI SUPERANO I CATTOLICI Gli immigrati di fede ortodossa hanno superato quelli di fede cattolica. E' una delle novità del rapporto 2007 della Caritas Italiana/Migrantes, in cui si conferma un'importante presenza di musulmani che sono oltre un milione 200 mila e costituiscono il secondo gruppo religioso del paese fra gli stranieri. Nell'ultimo anno, i cristiani sono rimasti stabili (circa 1.800.000) ma per effetto della crescita degli ortodossi (aumentati di 259.000 unità) che hanno così superato i cattolici (685 mila) ed arrivando a quota 918 mila. I musulmani invece sono aumentati di 103 mila unità, in gran parte a causa dei ricongiungimenti familiari e delle nuove nascite. Secondo le stime del rapporto, a scuola le fedi sono così suddivise: 236 mila cristiani (tra i quali 117 mila ortodossi e 99 mila cattolici), 185 mila musulmani, 16 mila fra induisti e buddisti. Chiudono la lista le religioni tradizionali africane (6 mila) e la religione ebraica (mille). Da rilevare, fra gli studenti la diminuzione di 1,3 punti percentuale per i cristiani e l'aumento di 4,5 per i musulmani.
IRREGOLARI, SOLO UN TERZO E' STATO RIMPATRIATO Gli stranieri irregolari intercettati lo scorso dalle forze dell'ordine sono stati 124.383. Di questi solo il 36,5% è stato rimpatriato effettivamente, quasi la metà di quelli del 1999. Il 13% di questi irregolari sono giunti via mare, ossia 22.016 persone, quasi mille in meno rispetto al 2005. "Così il mare - afferma il rapporto - da fondamentale elemento per gli scambi, continua ad essere uno sconfinato cimitero". Ma le tragedie via terra non sono da meno: si viaggia e spesso si muore nascosti nei tir, sotto i treni ed addirittura nei carrelli degli aerei. Nel 2006, sono stati rimpatriati solo il 36,5% (45.5449) è stato effettivamente rimpatriato contro il 64,1% del 1999. Tuttavia, segnala la Caritas, se si tiene contro dell'ultimo allargamento della Ue e il numero degli intercettati in posizione irregolare scende dopo tanti anni al di sotto delle 100 mila unità, ossia a 84.245. Sugli irregolari, per il rapporto, "aiuta il ragionamento e non la paura". Servono norme più più agili e politiche di contenimento che insistano sulla virtualità dei rimpatri assistiti. Soprattutto se, per effetto dell'ampliamento dell'Ue, per la prima volta i cittadini stranieri intercettati in posizione irregolare sono scesi al di sotto delle 100 mila. Gli stranieri incidono per quasi un quarto sulle denunce penali ed altrettanto per presenze in carcere. I maggiori protagonisti a livello penale sono gli irregolari (4 casi su 5) per lo più per reati legati allo sfruttamento della prostituzione, all'estorsione, al contrabbando e alla ricettazione. L'acquisizione della cittadinanza nel 2005 ha avuto un vero e proprio boom (19.266 casi) se si considera gli 11.945 del 2004.Il 40% dei casi sono cittadini dell'est europeo. Nel periodo 1995-2005 sono state presentate 213.047 domande per ottenere la cittadinanza, delle quali 125.535 definite positivamente. Nella maggior parte si è trattato di matrimoni (80% da cittadini dell'est) mentre si sono ridotti i casi di naturalizzazione (20.731).
SEMPRE PIU' PROPRIETARI DI CASE Aumenta il numero degli immigrati proprietari di un'abitazione. Nel 2006 - come rileva il rapporto - sono stati un sesto tra quanti hanno acquistato una casa e tendenzialmente stanno diventando la metà di quanti hanno bisogno della prima casa. Gli immobili che preferiscono sono quelli da ristrutturare, vicino alle reti di trasporto ed alle scuole dei figli. Gli stranieri coprono tuttavia il segmento più basso del mercato: 117 mila euro per una casa di 50 metri quadrati, "che costringe al sovraffollamento", il volume di affari annuo complessivo è di 1,5 miliardi di euro.
ROMA – Il lavoro degli immigrati concorre alla produzione di ricchezza in Italia con un contributo del 6,1% del Pil. Il dato emerge dallo studio della Caritas (rapporto Caritas/Migrantes), che ha indicato come siano ormai 3,7 milioni gli immigrati regolari in Italia. Una cifra che equivale al 6,2% della popolazione complessiva. Praticamente la stessa proporzione tra peso sulla popolazione complessiva e contributo al Pil nazionale. Frutto di un «tasso di occupazione notevolmente alto».
Brescia - Si sfoglia l’album dell’orrore nell’aula al primo piano del Palazzo di giustizia di Brescia. Le immagini che mostrano le 28 coltellate inferte a Hina, dirette soprattutto al volto, quelle del suo corpo martoriato che viene disseppellito nell’orto della casa paterna a Sarezzo, quelle dell’autopsia. È un macabro crescendo cui è difficile reggere senza versare una lacrima, senza voltare gli occhi dall’altra parte.
Eppure Mohammed Salem, quel padre che, l’11 agosto in quella casa la sgozzò come un agnello sacrificale, fa galleggiare lo sguardo nel vuoto. E tace. Tace per tutte le otto ore dell’udienza. Tace anche e soprattutto quando il pubblico ministero, Paolo Guidi, dopo due ore di requisitoria, mette sulla bilancia della Giustizia le sue pesanti richieste: trent’anni per quel padre pachistano che, quattordici mesi fa decise di punire nel modo più barbaro la figlia ventenne per i suoi usi e costumi oramai più italiani che pachistani. E trent’anni anche per i due cognati della ragazza, attribuendo quindi loro un ruolo tutt’altro che passivo nel delitto. Si era sempre parlato e scritto di una esecuzione decisa dopo un gran consiglio di famiglia e ieri il pubblico ministero Guidi pur rifuggendo da terminologie giornalistiche, ha pienamente confermato con la sua requisitoria, la ricostruzione dei fatti lasciando fuori dall’omicidio soltanto lo zio materno di Hina, per il quale ha chiesto due anni di carcere solo per occultamento di cadavere. In buona sostanza, secondo il pubblico ministero, Hina Salem sarebbe stata uccisa dai maschi di casa per «salvare l’onore della famiglia».
Da qui l’aggravante dei «futili motivi» oltre a quella della premeditazione, tenuto conto che la giovane, che aveva scelto in primavera di andare a convivere con un giovane operaio bresciano, Beppe Tempini, sarebbe stata attirata nella casa dei genitori con la scusa della visita di una parente, quindi sarebbe stata portata in mansarda e qui sgozzata. «È meglio, molto meglio che il mio assistito non sia stato presente in aula, e non abbia visto quelle foto», commenta Loredana Gemelli, l'avvocato di parte civile di Beppe Tempini. Di certo per quel giovane, che pure con la sua ostinazione, con la sua cocciuta preoccupazione per l’assenza di Hina, aveva costretto i carabinieri a scavare nell’orto della casa di Sarezzo e a scoprire quella verità agghiacciante, sarebbe stato un ultimo durissimo colpo.
Omicidio Hina, chiesti 30 anni per padre e cognati
BRESCIA (24 ottobre) - Il pm Paolo Guidi ha chiesto 30 anni di reclusione per il padre di Hina Saleem e due cognati della ragazza pachistana uccisa l'11 agosto 2006 per essersi ribellata alle tradizioni imposte dalla sua cultura. In aula lo zio materno e uno dei cognati si sono proclamati estranei all'omicidio. Il pubblico ministero ha chiesto due anni per lo zio materno di Hina, accusandolo di concorso nell'occultamento del cadavere della ragazza (circostanza ammessa dall'imputato), ma non di concorso nell'omicidio. Hina dopo l'omicidio era stata infatti seppellita nell'orto della villetta in cui viveva la famiglia a Sarezzo, nel Bresciano. La seconda udienza del processo con rito abbreviato a carico del padre della 20enne, dello zio e dei due cognati, davanti al gup di Brescia Silvia Milesi è iniziata questa mattina a porte chiuse. Ha deposto un consulente che ha eseguito l'autopsia sul corpo della ragazza ha deposto e, poi, il pm Paolo Guidi ha iniziato la requisitoria. Secondo quanto riferito dall'avvocato di parte civile per il fidanzato di Hina, Loredana Gemelli, uno dei cognati di Hina ha raccontato di non essersi accorto di nulla, arrivando nella casa di Sarezzo, in Valle Trompia (Brescia), nella quale Hina è stata sgozzata e seppellita nell'orto.
MILANO - Dopo due assoluzioni e un annullamento, arriva una nuova sentenza per il marocchino Mohammed Daki e i due tunisini, Maher Bouyahia e Ali Ben Saffi Toumi, accusati di terrorismo internazionale in base a quell'articolo 270 bis entrato in vigore dopo gli attentati dell'11 settembre. Per questa accusa, ieri, la seconda corte d'appello di Milano ha condannato con rito abbreviato Daki a quattro anni di reclusione, gli altri due imputati a sei anni. Una sentenza che ribalta di fatto la decisione di primo grado, pronunciata dal gup Clementina Forleo e basata sulla distinzione tra la nozione di guerrigliero e terrorista, e quella dei giudici della prima corte d'appello milanese che avevano scavalcato quel concetto, stabilendo che il reclutamento di volontari da inviare come kamikaze in Iraq non è terrorismo.
Due pronunciamenti che avevano sollevato un vespaio, ma che a gennaio scorso la Cassazione aveva sconfessato, rinviando i tre imputati davanti a un'altra corte. E ieri, dopo la sentenza, sono arrivati gli opposti commenti di chi aveva portato in tribunale Daki e gli altri due e di chi li aveva assolti. "È stata accolta la tesi della procura e della procura generale che avevano contestato le conclusioni dei giudici precedenti - ha detto il procuratore aggiunto Armando Spataro - prese in base a una distinzione che ha sicuramente diritto di cittadinanza nei processi, ma nei casi concreti deve confrontarsi con gli elementi emersi nelle indagini e che secondo noi erano stati trascurati".
Solo in punto di diritto il commento del giudice Clementina Forleo: "Mi meraviglia che il processo a Daki sia stato celebrato comunque, perché essendo stato espulso aveva un legittimo impedimento". Il marocchino, infatti, non era in aula e su questo si era giocato il possibile rinvio: il suo legale Vainer Burani aveva opposto il legittimo impedimento del suo cliente a essere in Italia e quindi in tribunale. Daki è stato espulso in base alla legge Pisanu nel dicembre 2005 e, secondo l'avvocato, da allora è senza passaporto. Un motivo non provato e non sufficiente, per i giudici, che l'hanno dichiarato contumace andando avanti nella discussione. Da Casablanca Daki ha solo detto: "Sono innocente, ora ho un motivo in più per tornare in Italia e far valere le mie ragioni".
Il processo bis ha avuto tempi brevissimi: ieri mattina si è aperta l'udienza e alle cinque e mezza, dopo meno di due ore di camera di consiglio, i giudici hanno emesso la sentenza, le cui motivazioni saranno note tra quindici giorni ma che potrebbero ricalcare la requisitoria fatta dal sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale, che in aula ha detto: "La sentenza di primo grado guarda con benevolenza gli imputati, che qualifica guerriglieri quasi identificandoli come soldati di guerre di liberazione del proprio paese oppresso.
Ma gli atti parlano di attentati in Italia contro una caserma dei carabinieri di Napoli, contro la metropolitana milanese e il Duomo di Cremona. Dove sono le guerre di liberazione? Da chi?". Mentre Burani e gli altri due legali, Leccisi e Nebuloni, annunciano ricorso in Cassazione, si profila la possibilità di una denuncia per diffamazione contro uno degli imputati, Toumi, che ieri ha lanciato gravi accuse di scorrettezza negli interrogatori contro Spataro - che oggi torna in aula per sostenere l'accusa nel processo per il sequestro dell'imam Abu Omar - e i pm Stefano Dambruoso e Elio Ramondini.
Expelled Moroccan is convicted by Milan appeals court on terror charge
ROME: A Milan appeals court on Tuesday convicted a Moroccan of international terrorism, even though the man had been expelled from Italy two years earlier. Mohamed Daki was deported from Italy to Morocco in 2005. His case made headlines in Italy earlier that year when a Milan acquitted him and two Tunisians of international terrorism charges, ruling their actions were those of guerrillas, not terrorists. The ruling set off a firestorm in Italy.
«Sono uscito un attimo per andare a lavarmi le mani e ho visto quella gran fiammata. Non ho avuto il tempo di pensare, ho fatto un salto indietro e ho sentito il secondo botto. Allora ho capito. Paura? Certo non è stato un bel momento. Anche perché di giorno noi veniamo per pregare, non per farci tirare le bombe addosso». Sono due quelle tirate al centro islamico Alif Baa di Abbiategrasso, alle 14.20 di ieri pomeriggio, per la terza volta in tre mesi. L´attentatore è un uomo col casco scuro e sciarpa bianca: pochi danni, tanto spavento. Il testimone racconta piano, è quasi rilassato adesso, dopo aver raccontato ai carabinieri della compagnia di Abbiategrasso, coordinati dal capitano Paolo Palazzo, e a quelli del Nucleo informativo del colonnello Andrea Chittaro. La molotov, la prima, si è incendiata a non più di due metri di distanza dal suo naso. «Eravamo in tre, io e i miei due amici, anche loro egiziani. Stavamo facendo qualche fotocopia, orari di autobus, cose così. È arrivato all´improvviso. Quello che non capisco è: perché a noi? Io sono in Italia da dieci anni, amo questo paese, lavoro e sono regolare, la maggior parte di noi lo è. Non facciamo mai casini. Perché a noi?».
Il centro Alif Baa raccoglie turchi e tunisini, albanesi e marocchini, egiziani e cingalesi. Il venerdì è di preghiera, il resto della settimana il cancellone verde è aperto e può entrare chi vuole, quando vuole. Per lanciare le altre molotov e il tubo esplosivo ripieno di polvere pirica e chiodi, per gli attentati del 19 luglio e del 10 agosto, erano arrivati alle 3 di notte e all´alba. Stavolta, dopo gli attestati di solidarietà, le condanne e gli annunci di una sorveglianza potenziata, quasi diuturna, il gesto vandalico arriva nella forma più sfrontata, in pieno giorno, terzo in tre mesi. «È una questione che continuiamo a seguire con tutta l´attenzione possibile - garantisce il prefetto Gianvalerio Lombardi - vigiliamo il centro periodicamente con delle pattuglie. È chiaro che il nuovo gesto non è da sottovalutare, ma l´impressione è che non ci sia un allarme particolare». Del resto, anche l´orientamento degli investigatori è quello di considerare la catena di attentati poco più che una balordata, di sicura natura anti-islamica e razzista ma di valore politico poco rilevante. Nessuno ha rivendicato finora le sei molotov, da luglio ad oggi, nemmeno un gruppuscolo fantomatico o sedicente. Più probabile che la mano incendiaria sia da ricercare tra qualche cane sciolto, gravitante nell´orbita dell´estrema destra locale, ispirato da motivi futili. Si attende un errore, un passo falso, per far scattare le manette.
Meana Meana, responsabile del centro, di professione mungitore, da 15 anni ad Abbiategrasso, è corso subito in via Crivellino non appena saputa la notizia. Sospira. «Siamo a metà tra l´impauriti e il rassegnati, ci stiamo abituando». Del resto, intimidazioni e minacce li avevano subiti anche i Testimoni di Geova, i precedenti titolari dell´ex fabbrica. Nel pomeriggio, a consolare la comunità islamica, è arrivato in visita l´assessore alle politiche ricreative Francesco Lovetti. Il signor Giovanni, il pensionato 72enne con finestra sul cortile della moschea, questa volta non ha assistito all´attentato: era in cucina, stava finendo di mangiare. Indicazioni migliori le dovrebbe dare la telecamera di una ditta, a un centinaio di metri dal centro Alif Baa, le cui immagini erano state esaminate già dopo il secondo agguato del 10 agosto: via Crivellino è a senso unico, lo scooter bordeaux, questa volta descritto da due testimoni oculari - l´egiziano e l´operaia della ditta di spedizioni - dovrebbe essere passato con certezza sotto il suo occhio.
Chi si occupa di queste cose, i cosiddetti «esperti», non hanno dubbi: «Deve trattarsi per forza di un fatto squisitamente locale». Una deduzione forse non lapalissiana, ma nemmeno estremamente complessa quella che commenta il terzo episodio in 4 mesi di molotov lanciate contro il centro islamico di Abbiategrasso, l’ex falegnameria di via Crivellino. Stavolta, anziché di notte, come in precedenza, è accaduto poco prima delle 14.30 di ieri. E l’autore sarebbe un giovane con il volto coperto da una grossa sciarpa, arrivato in sella a uno scooter e scomparso così come era arrivato, in un baleno. Ma stavolta non prima che una telecamera della zona l’avesse immortalato.
Diffondiamo molto volentieri un comunicato giuntoci or ora, che annuncia l'arrivo in Udine di una personalità a dir poco straordinaria: il Dalai Lama. Un evento indiscutibilmente eccezionale per la nostra città, che seguiremo molto volentieri da vicino.
10, 11, 12 dicembre: il Dalai Lama in visita a Udine
Sua Santità il XIV Dalai Lama sarà a Udine dal 10 al 12 dicembre in occasione della Giornata internazionale dei diritti dell’uomo per celebrare il 18° anniversario del conferimento del Premio Nobel per la pace.
Un evento unico e irripetibile per la città di Udine: Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama del Tibet sarà in visita a Udine per comunicare il proprio messaggio di pace al mondo e per celebrare la ricorrenza del 10 dicembre 1948, data in cui l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
Sono passati esattamente 10 anni dall’ultima visita del Dalai Lama in Regione che nel 1997 venne a Gorizia per il conferimento della laurea honoris causa in Scienze politiche e diplomatiche. La visita del Dalai Lama a Udine è stata organizzata dal Centro buddhista Cian Ciub Ciö Ling, dal Centro di Accoglienza e di Promozione culturale Ernesto Balducci Onlus e con la collaborazione dello Zen Peacemaker Sangha. Saranno tre giornate dedicate a valori fondamentali e condivisi come la pace, la fratellanza e il rispetto del prossimo: proprio con questo intento, tutte le conferenze aperte al pubblico del Dalai Lama avranno ingresso gratuito con offerta libera.
Il Dalai Lama rappresenta il capo temporale e spirituale del popolo tibetano, presiede il governo tibetano in esilio in India dal 1959 ed è una delle figure religiose più carismatiche e famose nel mondo. La traduzione letterale di Dalai Lama sarebbe "Maestro-oceano", ma viene definito più elegantemente "Oceano di saggezza".Il 10 dicembre 1989 ha ricevuto il Premio Nobel per la pace per il suo impegno nella lotta alla liberazione del Tibet dall’occupazione cinese: il Dalai Lama si è sempre opposto all’uso della violenza, appoggiando solo soluzioni pacifiche basate sulla tolleranza e il rispetto degli uomini con l’obiettivo di preservare l’eredità storica e culturale del suo popolo.
“La pace interiore come responsabilità universale”: questo è il simbolico titolo che è stato dato alla permanenza a Udine del Dalai Lama durante la quale saranno molteplici le occasioni per poterlo ascoltare.
PROGRAMMA
10 dicembre – Castello di Udine mattina incontro con autorità e conferenza stampa
10 dicembre – Teatro Nuovo Giovanni da Udine “La pace interiore come responsabilità universale”: 14.00-16.00 Messaggio di pace di Sua Santità il Dalai Lama Concerto del flautista Nawang Khechong e della cantante Chiukila
11 dicembre – Palasport Carnera “L’ascolto, il confronto, la conoscenza dell’altro” 9.30 – 12.00 Incontro interreligioso tra S.S. il Dalai Lama e un rappresentante della Chiesa Cattolica, un rappresentante della religione ebraica ed un rappresentante della religione musulmana.
11 dicembre – Palasport Carnera Insegnamenti essenziali – iniziazione 14.30 -17.00 Iniziazione di Avalokitesvara
12 dicembre - Palasport Carnera “La formazione come crescita interiore” 9.30 – 11.30 Incontro di S.S. il Dalai Lama con gli studenti delle scuole superiori e dell’Università di Udine
ENTI ORGANIZZATORI
La visita di Sua Santità e di Nawang Khechog è organizzata dal Centro Cian Ciub Ciö Ling, dal Centro di Accoglienza e di Promozione culturale Ernesto Balducci Onlus e con la collaborazione dello Zen Peacemaker Sangha.
Centro Cian Ciub Ciö Ling
È un’associazione per lo studio e la pratica della filosofia e della psicologia buddista che opera sotto la guida di S.S. il Dalai Lama, da cui ha ricevuto direttamente anche il nome. Il centro è attivo dal 1990 a Polava, in provincia di Udine, sotto la guida del Venerabile Gheshe Yeshe Tobden.
Centro di Accoglienza e di Promozione culturale Ernesto Balducci Onlus
Il Centro di accoglienza e di promozione culturale “Ernesto Balducci” di Zugliano (Ud) è un luogo di accoglienza per persone in necessità: ospita una cinquantina di persone, con attenzione alle famiglie con bambini: immigrati in cerca di lavoro, profughi dalle guerre, rifugiati politici o persone in attesa di questo riconoscimento. Il Centro “E. Balducci” svolge un impegno continuo di elaborazione culturale e diffusione di una cultura di reciprocità con la diversità dell’altro con incontri a Zugliano e in tutto il territorio della Regione Friuli. In questi anni è diventato un punto di riferimento significativo per il pubblico e le scuole che desiderano impegnarsi in un percorso di riflessione sulle questioni dell’accoglienza, della costruzione della giustizia e della pace, del dialogo fra culture e religioni. www.centrobalducci.org
Zen Peacemaker Sangha
Lo Zen Peacemaker Sangha è un’organizzazione internazionale che opera per una cultura di pace basata sulla pratica meditativa e l’azione sociale non violenta. L’impegno dell’organizzazione riguarda la realizzazione di progetti sociali a favore di soggetti disagiati, per la difesa diritti umani, dell’uguaglianza sessuale e razziale e l’opposizione ad ogni forma di ingiusta discriminazione a favore un sistema economico giusto e di una politica ambientale sostenibile. www.zenpeacemakers.org
ROMA - Monta l'ondata di addetti stranieri nelle gelaterie e pizzerie italiane. Una fetta di lavoratori che anno dopo anno si sta facendo largo in tante botteghe e laboratori dello Stivale e che sta riuscendo, secondo alcuni inaspettatamente, a sopperire alla mancanza di interesse dei nostri connazionali nella realizzazione di prodotti che da sempre rappresentano un'eccellenza del Made in Italy alimentare. E i numeri del fenomeno cominciano ad essere davvero importanti. Ad esempio nelle gelaterie artigianali i lavoratori stranieri rappresentano al momento circa un terzo degli oltre 90 mila addetti.
"E la percentuale - spiega Loris Molin Pradel, presidente dei gelatieri della Confartigianato - è in sensibile aumento. Le ragioni - sottolinea - sono da ricercare nella scarsa disponibilità che i giovani italiani mostrano nel sacrificare sabati e domeniche, e spesso anche intere nottate, all'interno dei laboratori. Insomma i nostri giovani - aggiunge sorridendo - amano stare più dall'altra parte del bancone, cioé quello dei avventori; anche se non bisogna dimenticare che molte delle oltre 33 mila gelaterie artigianali svolgono un'attività stagionale, che quindi non in grado di garantire 12 mesi l'anno una continuità lavorativa". Ma nelle pieghe di questa realtà convivono anche esperienze lavorative di un certo pregio.
"Devo dire per correttezza - prosegue Molin Pradel - che nelle nostre gelaterie artigianali opera anche una buona percentuale di giovani italiani che, con lungimiranza, sceglie questo tipo di professione in maniera seria, magari cominciando come apprendista, con il chiaro intento di perfezionare quella somma di conoscenze che ti porta ad essere un bravo gelatiere e che ti potrà consentire, un giorno, di aprire un laboratorio in proprio, che, è bene ricordarlo, al momento costa non meno di 50 mila euro, visto che in un laboratorio di gelateria ci sono macchinari che costano mediamente più di un'automobile". Nel frattempo è in via di perfezionamento lo screening degli apprendisti stranieri, "ma da un primo esame - aggiunge l'esponente della Confartigianato - si può dire che la maggior parte dei nuovi addetti stranieri sembra provenire da Ungheria, Repubblica Ceca e Croazia. E si tratta quasi sempre di ragazzi e ragazze - conclude - che operano con passione e perfezionismo".
La quota di presenze straniere cresce anche nelle pizzerie. In questo caso, spiega il segretario generale della Fipe Edi Sommariva, "si tratta per lo più di egiziani, soprattutto a Roma, ma anche tunisini e algerini, che dimostrano quasi sempre di possedere una forte propensione al mestiere di pizzaiolo, con una certa instancabile destrezza, aiutati in questo anche dalla presenza di ricette ormai ben definite e consolidate". In ogni caso la quota non italiana, ricorda, va ad occupare in una prima fase il ruolo di aiuto pizzaiolo.
"E come è noto - chiarisce l'esponente della Confcommercio - ai giovani italiani questa professione sembra interessare sempre meno, tant'é che nel corso degli ultimi 10 anni la presenza dei pizzaioli stranieri é praticamente raddoppiata". Al momento, ricorda, le presenze straniere ammontano a circa 40 mila all'interno delle 28-30 mila pizzerie italiane, con una percentuale del 25-30% da Roma in su e praticamente zero a Sud. "Il periodo di apprendistato - ricorda da ultimo - può durare 2-3 mesi, operato però nella maggior parte dei casi all'interno delle pizzerie, visto che in questo settore non esiste un buon sistema formativo".
I «nuovi» italiani non credono nei «vecchi» partiti. E così ne hanno fondato un altro: «Nuovi Italiani Partito Immigrati». Con un traguardo immediato. Prendere parte alla corsa per le Provinciali 2009, subito dopo per le Europee. Ieri è stato presentato a Milano nome e simbolo del movimento, cinque mesi dopo lo sbarco nella Capitale. La neonata formazione si definisce «progressista, riformista, democratica». Al centro dell’azione «la vita e le condizioni della persona». Anzi degli immigrati, arrivati in Italia con l’anelito della rappresentatività e presto delusi dai partiti italiani e dai suoi esponenti «occupati a difendere soltanto i propri interessi».
La parola magica spunta dopo una manciata di minuti. Parla il vicepresidente Marco Angelelli: «Tre milioni di stranieri regolarmente residenti in Italia e, tra loro, i circa 400mila della Provincia di Milano, sono stufi della casta». Per questo, «intendiamo dare risposte sincere alla popolazione di nuovi italiani che, pagando le tasse e rispettando le leggi, hanno tutto il diritto di concorrere attivamente alla vita politica del Paese». L’ennesimo partito, allora. «Certo, anche se a entrare nei ranghi tradizionali ci avevamo provato alle scorse elezioni nazionali - ammette Angelelli (che come riportato giovedì dal «Giornale» è un ex dell’Italia dei Valori «tradito» dalla dirigenza, ndr) -. Eravamo riusciti a candidare nelle liste dell’Idv due cittadini italiani di origine marocchina, oltre al rappresentante dei musulmani in Italia. Il risultato, invece, fu che coi voti della seconda generazione d’immigrati a Torino in Senato c’è andata Franca Rame. Li avevano messi in fondo alle liste». Eppoi, altro che Pd: «Alle Primarie hanno ammesso il voto degli immigrati senza alcuna garanzia sui brogli. Siamo stati usati».
Il desiderio di far sedere nelle assemblee legislative eletti provenienti da tutto il mondo non è però passato. L’ambizione è di far confluire nel Nipi il maggior numero di nazionalità ed etnie possibili. Nell’organigramma figurano già rappresentanti di Egitto, Sierra Leone, Brasile, Tunisia, Marocco e Romania. Aggiunge il coordinatore milanese Fabio De Lumè: «Una delle prime mosse che faremo è stringere rapporti con la comunità cinese di via Sarpi; del resto, il dialogo è stato intrapreso con Stati Uniti, Australia e Pakistan». Giurano che è possibile mettere attorno a un tavolo candidati così eterogenei per area geografica e obiettivi d’integrazione. Il portavoce romeno, ad esempio, vorrebbe poter trovare un partner nella comunità rom «per far uscire finalmente quel popolo dalla discriminazione e dall’emarginazione». Tranquilli, «basta far riferimento a un corpus di valori comuni, che nel nostro caso è la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea», promettono. «E la Costituzione italiana, ovvio».
Qualcuno pensa sin d’ora alle possibili alleanze in vista delle urne. «Ma gli immigrati sono di destra o di sinistra?». Domanda ingenua, semplicemente evasa: «Di sicuro siamo moderati, staremo alla larga dagli estremismi. Stando così le regole della competizione elettorale, è chiaro che dovremo accordarci con chi di volta in volta sarà compatibile con il nostro programma». A proposito di programma, sul sito del partito risulta «in allestimento». Eppure, ecco le priorità dichiarate alla prima uscita milanese: «Cittadinanza italiana agli immigrati subito, lotta alla criminalità, una legge per risolvere la questione dei clandestini e...la pace tra i popoli».
ROMA - Istruzione medio-alta, conoscenza di due-tre lingue, tre su quattro hanno un lavoro. E sono 620 mila i bambini figli di stranieri nati e residenti in Italia. Per una volta c'è un'indagine all'incontrario che fotografa la realtà dei tre milioni di stranieri che vivono ufficialmente in Italia. Non solo cioè crimini, carcere, devianza e clandestini ma famiglie numerose, laboriose, che cercano di migliorare e migliorarsi e che se per il 55 per cento vorrebbe avere la cittadinanza italiana, il restante 40 per cento sogna di tornare prima o poi a casa. Sono i punti principali dell'indagine sugli immigrati che è stata voluta dal ministro dell'Interno Giuliano Amato, eseguita dalla società Makno e presentata stamani alla Camera dei deputati dal ministro e dal sottosegretario Marcella Lucidi. La ricerca si basa su interviste a mille italiani e 2000 immigrati.
Il livello di istruzione e la conoscenza dell'italiano - Una quota "consistente" tra gli immigrati è composta da persone dotate di un'istruzione "medio-alta" e una quota notevole ha istruzione "superiore". Inoltre Il 27 per cento degli immigrato parla italiano in casa e il 30 per cento parla italiano con i figli. Tre su quattro ritengono di saper parlare "molto o abbastanza bene l'italiano" e il 60 per cento conosce anche francese o inglese.
Il lavoro - Tre su quattro hanno dichiarato di avere un lavoro mentre il 25 per cento (soprattutto studenti e casalinghe) è in cerca di un lavoro. Tra chi ha un'occupazione "la maggior parte" ha un contratto regolare; il 25 per cento è pagato a ore, il 16% svolge un'attività autonoma. La stima dei lavoratori a nero è di circa 76 mila. Le occupazioni più diffuse sono operaio, badanti, colf a ore, cameriere. Tra quelle autonome: negoziante, ristoratore e artigiano. Il 35 per cento non risponde alla domanda quanto guadagni al mese; una reticenza analoga arriva anche dal campione degli italiani. Il 10 per cento sostiene che il proprio guadagno dipende "da quanto lavoro riesce a trovare". Significa che circa 150 mila vivono in una condizione di incertezza di reddito. Sul fronte della retribuzione mensile nessuno degli intervistati ammette di andare oltre i mille e cento euro. I più si attestano tra gli 800 e i 1.100. Il 15 per cento dichiara di non avere praticamente tempo libero durante la settimana.
Casa - Il 44 per cento degli immigrati vive con la propria famiglia che diventa "un fattore di stabilizzazione", qualcosa che mette ordine. Il 30 per cento divide la casa con amici o parenti; il 17 per cento con altre persone e il 10 vive da solo.
La cittadinanza - Ci sono bambini - uno o due - in tre famiglie su quattro. Più della metà degli immigrati (il 53%) ha figli nati in Italia: in tutto sono 620 mila, il numero che ha fatto aumentare le nascite in Italia. Il 55 per cento è interessato ad avere la cittadinanza, soprattutto sudamericani e africani. Il 20% non è interessato e dice che prima o poi tornerà a casa. Il 25% è indeciso.
Cosa pensano loro di noi - La sintesi è il titolo di un film: "Italiani brava gente". Alla domanda cosa pensano gli immigrati degli italiani le risposte più frequenti sono state: "brava gente"; "ti aiutano se capiscono che sei sincero"; "sono attenti all'educazione dei figli"; "rispettano gli anziani"; "non capiscono la cultura e le tradizioni del mio paese".
Cosa pensano gli immigrati degli immigrati - tre le risposte più frequenti: "preferiscono stare tra gente dello stesso paese"; "si impegnano a imparare la lingua"; "non capiscono che bisogna rispettare le leggi italiane".
Gli italiani e l'immigrazione - Il 55,9 per cento degli italiani ha un atteggiamento di apertura nei confronti degli immigrati. Il 25,2% ha un atteggiamento di chiusura convinta e il 18,9% di chiusura problematica. Il sentimento di ostilità nasce dal fatto che "la presenza di altri utenti ha peggiorato la qualità dei servizi, la disponibilità degli alloggi e la qualità dei trasporti". Più che un problema di razzismo l'ostilità sembra quindi nascere da una percezione di peggioramento della propria qualità della vita. A questo si aggiungono, peggiorando la situazione, "la questione sicurezza, e l'associazione di idee immigrazione-clandestinità-illegalità. Del tutto assenti, nell'immaginario degli italiani, gli altri volti dell'immigrazione: quella che lavora, produce e contribuisce al bilancio dello Stato. Non riusciamo ad avere memoria di quello che siamo stati noi neppure un secolo fa.
In his celebrated book, Bowling Alone (2000), the political scientist Robert D. Putnam argued that America, and perhaps the Western world as a whole, has become increasingly disconnected from family, friends, and neighbors. We once bowled in leagues; now we bowl alone. We once flocked to local chapters of the PTA, the NAACP, or the Veterans of Foreign Wars; now we stay home and watch television. As a result, we have lost our “social capital”—by which Putnam meant both the associations themselves and the trustworthiness and reciprocity they encourage. For if tools (physical capital) and training (human capital) make the modern world possible, social capital is what helps people find jobs and enables neighborhoods and other small groupings of society to solve problems, control crime, and foster a sense of community.
In Bowling Alone, Putnam devised a scale for assessing the condition of organizational life in different American states. He looked to such measures as the density of civic groups, the frequency with which people participate in them, and the degree to which (according to opinion surveys) people trust one another. Controlling for race, income, education, and the like, he demonstrated that the higher a state’s level of social capital, the more educated and affluent are its children, the lower the murder rate, the greater the degree of public health, and the smaller the likelihood of tax evasion. Nor is that all. High levels of social capital, Putnam showed, are associated with such civic virtues as greater tolerance toward women and minorities and stronger support for civil liberties. But all of these good things have been seriously jeopardized by the phenomenon he identified as “bowling alone.”
After finishing his book, Putnam was approached by various community foundations to measure the levels of social capital within their own cities. To that end he conducted a very large survey: roughly 30,000 Americans, living in 41 different communities ranging downward in size from Los Angeles to Yakima, Washington and even including rural areas of South Dakota. He published the results this year in a long essay in the academic journal Scandinavian Political Studies on the occasion of his having won Sweden’s prestigious Johan Skytte prize.
The names Watson and Crick, it has been said, have “joined Darwin and Copernicus among the immortals”. The pair’s discovery of the structure of DNA, in 1953, has been hailed by fellow Nobel laureates as the greatest single scientific achievement of the 20th century. Today the only one remaining of the two, Dr James Watson, 79, stands alone as “the godfather of DNA”.
When, sitting at a dinner in Lincoln College, Oxford, in 1996, this ageing geneticist gingerly leant over to the guest by his side – the formidable headmistress of a large girls’ boarding school – and said, “I’m looking for some girls,” he was met with an appropriately cold stare. However, when he explained he was in England to hand-pick two students, one male and one female, to live in his Long Island home with him and his wife, Liz, and work as geneticists for a year at Cold Spring Harbor Laboratory, it was an opportunity too good to lose. The headmistress promptly replied: “Well, funnily enough?”
It’s August and I am standing on the shimmering forecourt of the laboratory’s towering neuroscience building. “You’re doing this for the future of women in science,” my headmistress had impressed on me, 10 years earlier, as I left to start my stint at the laboratory bench. Watson, she said, had come over specifically to recruit a girl – a change from the male-dominated programme to date. Glancing up, I see a familiar figure pacing briskly over sun-drenched paving slabs towards me. At 79, Watson looks remarkably unchanged, perhaps his scant wisps of hair a touch whiter and gait a little less sure. “Ah, Charlotte,” he says enthusiastically and, pausing to give me the wide, open-mouthed smile I remember well and fixing me with intense, pale grey eyes, he presses my shoulders and plants a kiss firmly on both cheeks.
I am back in Long Island to discuss the geneticist’s latest and, he tells me, final memoir, Avoid Boring People: Lessons from a Life in Science. His early life and academic career, peppered with useful tips for “those on their way up” as well as those “on the top who do not want their leadership years to be an assemblage of opportunities gone astray”. And – as befits the ultimate memoir of a forthright scientist – an inflammatory epilogue with eye-popping theories that will, undoubtedly, leave ethicists choking with disbelief. We are not alone, however. A rotund thirty-something man asks for a photograph, puffing his chest and beaming proudly into the camera lens. Later, Watson tells me that the visitor was a science reporter who confided he has a form of schizophrenia.
A Pordenone una panchina anti-immigrati e anti-punk
Enri Lisetto, Messaggero Veneto, 10 ottobre 2007
C’è chi l’aveva scambiata per un’opera d’arte, chi per una cappa da cucina provvisoriamente “depositata” in giardino, in attesa di collocazione definitiva. Invece no, è tutto più semplice: i condomini di viale Trento, ormai “stremati” da mesi di proteste perché le loro panchine erano diventate un terminal di sosta non solo di stranieri, ma anche di italiani fino a notte fonda, hanno tagliato la testa al toro. Le bocche di lupo non si possono togliere e allora le hanno coperte. Sperimentando un nuovo modello di “architettura”.
E’ stata l’assemblea condominiale (l’area è privata) a deliberare la singolare soluzione che taglia la testa al toro. «Avevamo atteso l’intervento dell’amministrazione pubblica – raccontano alcuni condomini – e visto che non c’è stato, abbiamo provveduto da soli, visto che l’area è comunque privata». Detto e fatto, la piazzetta che si trova a metà di viale Trento ha cambiato volto. Al centro della piazzetta, infatti, si trovano le bocche di lupo dei garage che consentono l’areazione dei locali sottostanti e quindi non possono essere coperte. Chi aveva progettato il condominio, aveva adottato un’altra soluzione: la realizzazione di panchine in graniglia. Vi sedevano la sera (ma spesso anche di giorno) i condomini, poi i tempi sono cambiati, come, in questi mesi, hanno raccontato loro stessi. «Escrementi e immondizie dappertutto, schiamazzi e gente che bivaccava»: lo scenario descritto la primavera scorsa. Petizioni all’amministrazione comunale, ronde padane, contro-ronde di varie associazioni, vigilanza permanente, telecamere, ma il problema, a quanto pare, non è stato risolto (anche se, a onor del vero, anche ieri in viale Trento c’era un presidio di agenti di polizia municipale). E così i condomini si sono riuniti in assemblea. Visto che l’area è privata, hanno deciso di risolvere il problema alla radice, investendo nella soluzione oltre tremila euro. «Le panchine non le possiamo più usare – devono aver pensato – e così le eliminiamo». E hanno individuato una soluzione architettonica piramidale, subito ribattezzata dai passanti come “panchina-antimmigrato”.
Sopra le panchine in graniglia – disposte a quadrato – è stata collocata un’armatura di alluminio che impedisce alla gente di sedersi. «E’ il condominio il proprietario della struttura – hanno ribadito ieri i condomini – e quindi l’assemblea ha votato e approvato la soluzione. L’armatura di alluminio impedisce alla gente di sedersi, perché ormai non se ne poteva più». «Non è questione di essere razzisti – ribadiscono – perché non c’era solo il problema stranieri». Nell’area, dicono i residenti, sostava anche un gruppo di punk a bestia, mentre «a pulire toccava sempre noi». Perché «lattine, bottiglie e vari rifiuti abbandonati, per non parlare di escrementi, erano all’ordine del giorno». Soluzione efficace? «Sì, da quando sono state collocate quelle barriere in alluminio – concludono alcuni residenti – il problema è stato risolto».
UDINE. Da una parte la Cdl chiede al governo provvedimenti per la sicurezza. Dall’altra il sindaco-sceriffo Giancarlo Gentilini, da Treviso, applaude i condòmini pordenonesi che in via Trento si sono auto-tassati per rendere inutilizzabile a immigrati e sbandati una panchina sotto le loro finestre. Dall’altra ancora Rifondazione denuncia la strumentalizzazione («non confondiamo schiamazzi ed emarginazione con pericolo e sicurezza») di quello che è già un caso regionale. Anzi nazionale, visto che della cosiddetta panchina anti-immigrati di Pordenone, che va a fare il paio coi casi di Treviso, Trieste e Padova, ieri discutevano anche a Roma. E intanto a Pordenone, in un’altra zona, in piazzetta Costantini, tra l’ex curia e il parcheggio, ieri sono sparite le vecchie panchine. Ufficialmente rimosse perché pericolose, ma forse in realtà per scoraggiare la sosta.
Sull'immigrazione l'Italia è divisa in due. Migranti si o migranti no? Lo ha chiesto l'emittente televisiva France 24, che trasmette informazione interrottamente in francese, inglese e arabo. L'indagine è stata fatta intervistando telefonicamente circa mille persone in ognuno dei maggiori paesi europei, Francia, Italia, Germania, Gran Bretagna e Spagna. La società di ricerche TNT Sofres ha rivolto le stesse domande a tutti gli intervistati maggiorenni e le ha messe a confronto. Ne esce un quadro dalle tinte simili, che evidenzia stessi pro e contro.
La visione degli italiani sul fenomeno 'immigrazione' è risultata eterogenea. La metà riconosce che gli immigrati rappresentano un'opportunità per l'economia soprattutto per quanto riguarda la mano d'opera aggiuntiva in alcuni settori, nonché un arricchimento culturale per il paese. Ma per 29% degli intervistati gli stranieri sono una minaccia all'identità culturale del paese.
Puntano il dito contro la clandestinità che è un grosso problema per il 74% del campione e contro l'eccessivo numero degli immigrati, recepito come un fattore negativo dal 57%. Relativamente a questi due punti "critici" molti hanno identificato un responsabile nel Governo che, secondo una larga maggioranza (63%), non attua una politica adeguata, capace di rispondere in modo valido alle esigenze della nuova realtà. Ma quanto alle cause delle difficoltà d'integrazione, 53% degli italiani interpellati è convinto che le colpe sono da ricercarsi negli immigrati stessi, rei di non fare abbastanza per inserirsi nel tessuto sociale del paese.
Jean Baptiste "Django" Reinhardt (23 gennaio 1910 – 16 maggio 1953) è il nome di un chitarrista jazz nato a Liberchies in Belgio da una famiglia di zingari. Dopo un lungo girovagare in varie nazioni europee e nordafricane, la sua carovana si fermò alla periferia di Parigi, che Reinhardt ebbe come scenario per quasi tutta la sua carriera.
Quando aveva solo diciotto anni, Reinhardt, il quale aveva già iniziato una carriera da apprezzato banjoista, subì un grave incidente: un incendio divampato di notte nella sua roulotte gli causò l'atrofizzazione dell'anulare e del mignolo della mano sinistra.
Questo incidente era destinato a cambiare la sua vita e la storia stessa della chitarra jazz. Infatti, a causa della menomazione alla mano sinistra, Reinhardt dovette abbandonare il banjo e cominciò a suonare una chitarra che gli era stata regalata, meno pesante e meno ruvida. Nonostante le dita atrofizzate, o forse proprio grazie a tale limitazione, egli sviluppò una tecnica chitarristica rivoluzionaria e del tutto particolare che ancora oggi lascia di stucco e suscita ammirazione per la perizia virtuosistica, la vitalità e l'originalità espressiva. In breve tempo era già in attività con diverse orchestre che giravano la Francia.
Treviso, 10 Oct. (AKI) - An Italian politician has provoked a national controversy by permitting women to wear the Islamic burqa in public despite laws opposing it. The prefect of Treviso, Vittorio Capocelli, who represents the interior ministry in the city, says women should be allowed to wear the garment for religious motives as long as they can be identified if requested, reported the Italian daily, Corriere della Sera.
The garment, which covers the whole body and the face, is usually worn over clothing and is mainly seen in Afghanistan, Pakistan and India. Three years ago, the anti-immigrant Northern League politician and deputy mayor, Giancarlo Gentilini, invoked a 1975 public order law and ordered police to arrest women wearing the burqa.
Italy's minister of equal opportunities Barbara Pollastrini and interior minister Giuliano Amato have strongly deplored Capocelli's decision and said that the use of it was unacceptable. Capocelli's decision has provoked condemnation and approval across the political spectrum, some calling it a "symbol of enslavement", while others called it a necessary step in freedom of religion. Northern League politicians Mario Borghezio said "the prefect of Treviso should put a burqa on his wife." while Roberto Calderoli also from the League, called the office of the prefect an "unnecessary institution."
'Suicide of civilisation' warning as Italian town permits burka
A row has broken out in Italy over the wearing of the burka after the prefect of a city in the north-east announced he was permitting it, despite legislation outlawing any clothing that stops the wearer being recognised.
Al Sindaco di Udine Al Questore di Udine Al Comandante dei Carabinieri di Udine Al Comandante della Polizia Municipale di Udine
e p.c. al Direttore del Gazzettino al Direttore del Messaggero Veneto
Ancora una volta gli onesti abitanti della zona di Udine compresa tra Via San Rocco, Via Volturno, Via Gaeta, Piazzale Cella, sono a scrivere per denunciare le azioni illegali compiute da loschi individui che abitano le case comunali site in via Sabbadini. Ogni giorno si perpetuano furti e atti vandalici ai danni di autovetture, negozi, abitazioni, biciclette ecc. Ultimamente alcuni cittadini sono stati aggrediti fisicamente con pugni e calci solo perché avevano colto in fragranza (sic) di reato i delinquenti in questione. C'è rabbia ed anche paura perchè non ci sentiamo tutelati da coloro che hanno il compito di mantenere l'ordine pubblico. Inoltre è paradossale che questi biechi personaggi siano alloggiati in case comunali, usufruendo di contributi derivati dalle tasse dei cittadini vittime dei loro soprusi. Provate ad andare nelle case, nei negozi, nelle scuole, a verificare qual'è la situazione attuale. Chiediamo che sia ripristinata la legalità, senza dover sperare nella rinascita di quelli della "uno bianca". Se non si prenderanno presto dei provvedimenti la situazione peggiorerà, con conseguenze ben più gravi.
Nell'ennesima speranza di un'azione incisiva si porgono cordiali saluti.
i cittadini esasperati
Udine 03.07.2007
via sabbadini, i cittadini si ribellano ai vandalismi
luana de francisco, messaggero veneto, 25 luglio 2007
Sono spaventati, arrabbiati ed esasperati. Chiedono sicurezza e controlli e puntano l'indice contro quelli che definiscono "loschi individui alloggiati nelle ase comunali di via Sabbadini". Sono i cittadini delle zone comprese tra le vie San Rocco, Volturno e Gaeta e il piazzale Cella. Lo stesso in cui tre settimane fa un residente era stato picchiato in strada, dopo aver tentato di mettere pace tra alcuni nomadi. Un disagio che un gruppo di "onesti cittadini", come si sono definiti loro stessi, ha di recente manifestato attrraverso una lettera inviata al sindaco Cecotti, al questore Padulano e ai comandanti dei Carabinieri e della Polizia municipale.
alta tensione dopo l´arresto. Due carabinieri restano feriti
meo ponte, la repubblica-torino, 24 settembre 2007
Sono da poco passate le 16 di ieri quando alla centrale dei carabinieri arriva la chiamata del capo equipaggio di Acciaio 140, la radiomobile che poco prima è stata inviata in soccorso di una donna scippata in piazza della Repubblica. «Carabiniere a terra, mandate un´ambulanza, presto...». Pochi minuti, contemporaneamente alla squadra di soccorso del 118, a Porta Palazzo arrivano altre sei Radiomobili mentre convergono nella zona anche almeno quattro Volanti della polizia. Appena in tempo per trarre d´impaccio i tre carabinieri di Acciaio 140 assediati da una sessantina di extracomunitari che vogliono liberare lo scippatore appena bloccato dalla pattuglia. Un maresciallo è a terra, colpito alla testa da una bottiglia. Un brigadiere gli fa scudo con il suo corpo e viene ferito a sua volta al braccio. Il terzo carabiniere cerca di tenere lontana la folla di facinorosi dall´auto dove è stato rinchiuso lo scippatore magrebino.
Il Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia si appresta ad approvare in via definitiva un disegno di legge imposto da Illy, incalzato a sua volta da Rifondazione Comunista, che sancisce l'insegnamento obbligatorio del friulano nelle nostre scuole se non espressamente rifiutato dai genitori. Un gioco politico, in vista delle elezioni regionali del prossimo anno, volto a soddisfare le richieste degli autonomisti friulani e a sorpassare il Movimento Friuli e la Lega Nord. Chissà quanti genitori distratti e non informati troveranno i propri figli iscritti a scuola di friulano, che dovrebbe in seguito sostituire l'italiano nell'insegnamento di tutte le materie. Non si riesce a immaginare i costi di questa dittatura linguistica, che prevede l'arruolamento di un esercito di 8 mila docenti e una miriade di testi scolastici tali da conservare le numerose varianti lessicali se non si vuole ricorrere a un friulano standardizzato. Trova giusto che il Friuli volti le spalle all'Italia e alla lingua di Dante, Leopardi e Manzoni?
Antonio Napolitano, Trieste,
Caro Napolitano, ricordo ai lettori che la legge regionale sull'insegnamento del friulano è giustificata, secondo il presidente del Friuli-Venezia Giulia Riccardo Illy, dalla legge nazionale n. 482, approvata nel 1999, che promuove la valorizzazione delle lingue minoritarie parlate nella penisola, e dall'art. 6 della Costituzione in cui è scritto: «La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche».
In un articolo pubblicato dal Corriere del 18 settembre, uno dei maggiori linguisti italiani, Tullio De Mauro (storico della lingua e ministro della Pubblica istruzione dall'aprile del 2000 al giugno del 2001), ha raccontato che la legge nacque, anche se con grande ritardo, da un suo studio del 1974 sullo stato delle minoranze linguistiche in Italia. Un primo progetto legislativo fu approvato dalla Camera dei deputati, ma si insabbiò al Senato e dovette attendere, per diventare legge dello Stato, ancora dieci anni. De Mauro, quindi, è favorevole alla decisione del Friuli- Venezia Giulia e lo ha detto anche in una intervista al Piccolo di Trieste del 5 settembre. Sa che esistono «problemi pratici, di organizzazione, perché un istituto scolastico si metta in grado di offrire questo servizio ad allievi, famiglie e cultura del luogo: scegliere insegnanti in grado di impartire l'insegnamento di una materia in friulano e, in generale, in una lingua diversa da quella abituale nell'insegnamento scolastico; formare opportunamente gruppi di allievi che accettino l'impresa». Ma crede che il «gioco valga la spesa».
13:18 - gioielliere ucciso a udine: fermato un uomo in veneto
(ANSA) - UDINE, 29 SET - Un uomo sospettato quale presunto responsabile dell'omicidio del gioielliere Giacomo Patti, di 35 anni, originario di Rovigo, trovato morto il 17 settembre scorso nella sua oreficeria a Udine, e' stato fermato la scorsa notte nella stazione ferroviaria di Conegliano Veneto (Treviso). L'uomo e' stato condotto a Udine e, nel corso della notte, e' stato interrogato dal sostituto Procuratore della Repubblica di Udine, Giancarlo Buonocore, alla presenza degli investigatori di Polizia e Carabinieri. L'uomo - da quanto si e' riusciti a sapere finora - e' stato bloccato da una pattuglia della Polizia Ferroviaria di Conegliano Veneto, avvisata dai Carabinieri e dalla Polizia di Udine. (ANSA). DF
13:19 - gioielliere ucciso a udine: padre, spero che si penta
(ANSA) - UDINE, 29 SET - ''Spero che si penta e che abbia il coraggio di togliersi un po' di maschere'': e' la prima commossa reazione di Gaspare Patti, il padre del gioielliere Giacomo, ucciso a Udine lo scorso 17 settembre, alla notizia che nel corso della notte un uomo ha fatto le prime ammissioni in ordine alla morte del figlio. Gaspare Patti ha saputo del fermo di un uomo sospettato mentre era in diretta alla trasmissione televisiva ''Sabato e domenica'' di Raiuno che stava ricostruendo proprio le vicende del delitto di Udine. La conduttrice gli ha letto in diretta la notizia del fermo di un uomo e, dopo qualche minuto, quella delle prime ammissioni. Gaspare Patti, dopo lunghi istanti di silenzio, visibilmente commosso, con voce estremamente pacata ha detto di sperare nel pentimento. (ANSA). DF
13:20 - gioielliere ucciso a udine: uomo fermato confessa delitto
(ANSA) - UDINE, 29 SET - L'uomo fermato la scorsa notte dalla Polizia nella stazione ferroviaria di Conegliano Veneto (Treviso) ha confessato di aver ucciso, il 17 settembre scorso, a Udine, il gioielliere Giacomo Patti, di 35 anni, e di aver poi gettato l' arma usata per il delitto nel fiume Ledra. La confessione e' arrivata al termine di un interrogatorio durato circa tre ore, condotto dal sostituto Procuratore della Repubblica del capoluogo friulano, Giancarlo Buonocore, nella caserma dei Carabinieri del capoluogo friulano, dove l'uomo e' stato condotto. Sommozzatori dei Carabinieri e uomini della Polizia Scientifica stanno scandagliando e controllando il letto e gli argini del fiume Ledra, nella zona di via Marangoni, nel centro di Udine, dove l' uomo ha detto di aver gettato l'arma del delitto. (ANSA). DF
13:21 - gioielliere ucciso a udine: chi e' l'uomo fermato
(ANSA) - UDINE, 29 SET - Si chiama Loris Battistella, ha poco piu' di 50 anni, vive a Udine ed e' conosciuto da Polizia e Carabinieri per piccoli furti, l'uomo che ha confessato di aver ucciso, lo scorso 17 settembre, a colpi di pistola, il gioielliere Giacomo Patti, di 35 anni, nella sua gioielleria, nel capoluogo friulano. Il delitto - stando a quanto riferito dallo stesso Battistella al pm Giancarlo Buonocore, che la scorsa notte lo ha interrogato per circa tre ore - e' avvenuto durante una rapina. L'uomo, che viveva di espedienti e piccoli furti, in un condizioni di marginalita' sociale, era entrato nella gioielleria per impossessarsi di denaro e di qualche oggetto, ma il suo tentativo e' poi degenerato. (ANSA). DF
13:22 - gioielliere ucciso a udine: arma rubata ad allenatore galeone
(ANSA) - UDINE, 29 SET - Era stata rubata lo scorso 14 agosto nell'abitazione dell'ex allenatore dell'Udinese Calcio, Giovanni Galeone, la pistola con la quale, il 17 settembre scorso, a udinese, e' stato ucciso il gioielliere Giacomo Patti, di 35 anni. Lo hanno accertato Polizia e Carabinieri che stamani hanno recuperato l'arma nel fiume Ledra, nella zona indicata da Loris Battistella, di 51 anni, che la scorsa notte, al termine di tre ore di interrogatorio, ha confessato di essere il responsabile del delitto. Alla pistola di Galeone - una ''Smith and Wesson'' calibro 38 - gli investigatori erano arrivati al termine di una serie di indagini che avevano portato ad analizzare i furti di pistole compiuti negli ultimi anni in Friuli. (ANSA). DF
Roma, 20 settembre 2007 - Sono stati resi noti i particolari sulla aggressione contro l'accampamento nomadi di via Tiburtina. Si tratta di una quarantina di persone tra i 25 e i 40 anni che con il volto coperto da passamontagna e armati di catene, bastoni, sassi e bottiglie hanno assaltato la baraccopoli.
UN ARRESTO - Uno di loro, un pregiudicato di 40 anni, è stato arrestato, con l'accusa di porto abusivo di arma bianca, oggetti atti ad offendere e resistenza a pubblico ufficiale. Sarà processato per direttissima. L'uomo ha dichiarato di far parte di un "comitato spontaneo" di residenti di Ponte Mammolo intolleranti alla presenza dei rom.
UN ATTO DI INTOLLERANZA - Si tratterebbe, secondo un investigatore dell'Arma, di un tipico "atto di intolleranza". Urlando frasi contro gli immigrati i giovani volevano provocare ''un vero e proprio scontro, una vera guerriglia''. Ma i carabinieri hanno mandato all'aria i piani e hanno fermato una persona sospettata di far parte del gruppo. Il campo, quello di Ponte Mammolo, è lo stesso preso di mira due notti fa quando furono lanciate quattro bottiglie incendiarie, due delle quali esplose, che non hanno causato feriti ma molta tensione e danni alle baracche dove vivono circa una trentina di nomadi romeni.
IL SEQUESTRO - I militari dell'Arma del reparto Territoriale, che indagavano sulla vicenda, hanno sequestrato due notti fa le bottiglie molotov e una tanica di plastica contenente del liquido infiammabile trovata a poca distanza dall'insediamento. E per una maggior sicurezza hanno intensificato i controlli nella zona. La scorsa notte, grazie al loro intervento, è stato evitato che la situazione degenerasse.
LE INDAGINI - Immediate le ricerche del gruppo che ha lanciato le bottiglie molotov da un ponte che sovrasta il campo rom. Gli accertamenti, al momento, sono concentrati sulla persona fermata che dovrà chiarire agli investigatori cosa faceva e con chi era nel momento in cui è stato fermato.
HANNO attaccato i tubi di plastica per innaffiare i fiori ai rubinetti, sono usciti sui balconi e hanno inziato a gettare acqua in strada nel tentativo di scacciare i rom, che il sabato sera trasformano le strade intorno a Porta Portese in un dormitorio, e il giorno dopo sotto le finestre restano cumuli di immondizia ed escrementi. È stata una domenica sera ad alta tensione, la scorsa, a via Rosazza e via Ippolito Nievo, due delle strade dove il sabato notte bivaccano i nomadi che vendono a Porta Portese i rifiuti prelevati dai cassonetti, durante la settimana. L’ALTRO ieri sera, invece, nella zona di Ponte Mammolo, sono state lanciate quattro bottiglie incendiarie contro l’accampamento abusivo di via Furio Cicogna. Solo due si sono incendiate. Nessun ferito.
ROMA (25 settembre) - Bisogna fermare l'arrivo dei rom in Italia. L'appello questa volta non arriva da un esponente del centrodestra che protesta contro la politica sull'immigrazione del governo, ma dal ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero (Prc). Uno stop all'afflusso dei rom, secondo Ferrero, è necessario per consentire una corretta integrazione e per evitare episodi di "rigetto" da parte delle comunità italiane.
Con questo obiettivo, è stato attivato un tavolo di confronto tra le autorità del governo di Bucarest e il ministero della Solidarietà sociale. Lo rende noto un comunicato del dicastero guidato da Ferrero, che ha incontrato una delegazione rumena guidata dal segretario di Stato e presidente dell'Agenzia nazionale rumena per i rom, Gruia Bumbu. Dalla Romania, ha poi sottolineato il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, intervenendo in commissione Affari costituzionali al Senato, «è in atto un vero e proprio esodo di rom», che si spostano «per le condizioni di vita. Il governo romeno è molto attento a collaborare, ma deve rendersi conto che ci sono interazioni tra i Paesi comunitari».
Ferrero invece «ha espresso grande preoccupazione, oltre che per le condizioni di vita delle popolazioni nomadi, per le conseguenze che l'accresciuto afflusso di rom in Italia sta provocando nel tessuto sociale delle nostre comunità locali». «Se l'obiettivo è la piena integrazione dei rom - ha affermato il ministro - è assolutamente indispensabile che il loro afflusso in Italia venga limitato e che si possa quindi intervenire in maniera efficace nei confronti dei 150.000 rom che già risiedono nel nostro Paese».
Come noto, la giunta comunale di Bologna, guidata da un personaggio estraneo alla cultura e all’anima della città, ha deciso una permuta di terreni con una associazione musulmana. Questa permuta – contestata da molti nella valutazione a tutto vantaggio degli islamici – è unita ad una delibera che consentirebbe la creazione della più grande moschea d’europa: a Bologna, nell’area ex Caab (quartiere San Donato). Tale moschea sarebbe affiancata da centro di cultura islamica e probabilmente centri di “accoglienza” e di sostegno per i musulmani.
Troppo facile il sospetto – visti i precedenti di ben più ridotte, nelle dimensioni, moschee in altre città – che il complesso si trasformi in una autentica base, una cittadella nella quale la legge in vigore sarebbe quella islamica e non quella italiana. Una sorta di “santuario”, dotato di extraterritorialità perché non sfugge a nessuno che eventuali irruzioni della Polizia causerebbero violente reazioni di musulmani offesi e anche tensioni internazionali (basti guardare cosa accade per poche innocenti vignette). Quindi un luogo dove i malintenzionati potrebbero ordire le loro trame ed esportare sangue e terrore non solo a Bologna e in Italia, ma in tutta l’europa.
La battaglia contro tale costruzione è appena iniziata e vede in prima fila la Lega e le combattive associazioni costituite per promuovere il referendum contro la moschea. Il quartiere San Donato, i cui abitanti dovrebbero sopportare il peso maggiore dell’eventuale esecutività di tale improvvida decisione, ha organizzato un incontro, nel quale si sono confrontate le opposte parti, alla presenza di una folta cittadinanza, logicamente interessata e coinvolta. L’assemblea è stata accesa. Ne dà il resoconto il quotidiano della nostra città. Spiace constatare che Padre Garuti, direttore del Centro San Domenico, si sia lasciato trascinare dal “politicamente corretto”, andandosene dall’assemblea e dichiarando che “questo è razzismo allo stato puro”. Affermazione che lascia sconcertati, visto che proviene dal rappresentante di una religione che patisce discriminazioni e martiri per mano dei fanatici islamici.
Probabilmente Padre Garuti non è in sintonia con il Popolo del San Donato (e di Bologna) che giustamente teme il fanatismo islamico che si è manifestato anche in Italia con il caso di Hina, trucidata dai suoi famigliari perché voleva riscattarsi dalla schiavitù di essere donna musulmana. E che Padre Garuti non sia in sintonia con il Popolo bolognese lo dimostra il sondaggio del Resto del Carlino che, in merito alla questione della moschea si è espresso con un netto “no” da parte del 93,9% dei partecipanti, contro uno striminzito “sì” del 6,1%. Risultato persino più netto rispetto a quello che sta emergendo nel nostro (ben più modesto e ruspante) sondaggio qui a fianco aperto fino al 30 settembre.
Padre Garuti, invece di lasciarsi andare ad una esternazione banale e “politicamente corretta”, dovrebbe domandarsi se quello che lui chiama “razzismo” non sia invece Amore per la propria Identità, per la propria Storia, per la propria Terra. In sostanza se quelli che lui taccia di “razzismo” non siano invece coloro ai quali il Papa si rivolge per riaffermare le radici Cristiane (e Romane) della Civiltà, dell’Occidente e dell’Italia. E’ sicuramente più “papale” il cartello della Lega “Italia terra Cristiana, mai musulmana”, dello scatto di nervi del direttore del Centro San Domenico. Che avrà, comunque, occasione di riscattarsi, perché la battaglia è appena iniziata e potrà fornire anche il suo contributo per vincerla: per Bologna, per l’Italia, per le radici Cristiane (e Romane) dell’Occidente.
Calderoli vuole un "maiale day" contro la costruzione di moschee
MILANO (Reuters) - Dopo la notizia che il comune di Bologna ha dato l'ok alla costruzione di una moschea, il leghista Roberto Calderoli si dice pronto ad organizzare un "maiale day" per rendere i terreni potenzialmente edificabili "infetti" per le persone di religione musulmana.
"Metto personalmente fin da subito a disposizione del comitato contro la moschea sia me stesso che il mio maiale per una passeggiata sul terreno dove si vorrebbe costruire la moschea", dice in una nota il vicepresidente del Senato Calderoli.
Il dirigente leghista ha affermato di averlo già fatto a Lodi, in Lombardia, dove era in progetto progetto di costruire una moschea su un terreno che, "dopo la passeggiata del mio maiale, fu considerato infetto e pertanto non più utilizzabile".
Calderoli, non nuovo ad attacchi alla religione e alla cultura islamica -- la maglietta con una vignetta su Maometto che indossò durante un programma tv gli attirò contro le critiche della comunità musulmana e gli costò le dimissioni da ministro -- invita poi all'organizzazione di un "maiale-day", ovvero "concorsi e mostre per i maiali da passeggiata più belli da tenersi nei luoghi dove chiunque pensi di edificare non un centro di culto ma il potenziale centro di raccolta di una cellula terroristica".
Mega Moschea a Bologna: la Lega porta il caso in Parlamento
"Ormai è chiaro a tutti che i dilettanti che guidano l'amministrazione bolognese sulla questione della Moschea ne hanno combinata una più di Bertoldo. Forse pensavano che nessuno dell'opposizione avesse il coraggio di contrastare la loro politica filo islamica. Non hanno però fatto i conti con l'asse tra la Lega Nord e la Lega Anti Diffamazione Cristiana che oramai ha smontato pezzo per pezzo questa scellerata idea di costruire a Bologna la più grande moschea del Sud Europa. Mi fa piacere che altri partiti politici finalmente si accodino alla battaglia. Certo, avessero seguito prima il coraggio della Lega Nord, ora avremmo risultati ancor più importanti". E' quanto afferma l'on.Gianluca Pini, deputato della Lega Nord eletto in Emilia Romagna e presidente della Lega Anti Diffamazione Cristiana che riunisce il fronte anti moschea e si è fatto promotore del referendum cittadino contro la realizzazione del mega-tempio islamico a Bologna.
Avrebbe avuto una base anche a Udine, in un appartamento della periferia nord cittadina, in una laterale di via Gorizia, la mafia cinese che gestisce la prostituzione. Sabato è scattata l'operazione "zhu nian", che in cinese significa l'anno del maiale, condotta dai carabinieri del comando provinciale di Terni e che ha visto impegnati un centinaio di militari in diverse città italiane e anche nel capoluogo friulano. Le ragazze venivano reclutate in Cina con la promessa di un posto di lavoro o a Milano. Una volta giunte nel nostro Paese erano costrette ad obbedire per riscattare il passaporto che veniva ceduto per una cifra astronomica. Si prostituivano senza neppure sapere dove si trovassero. Restavano chiuse in casa e un incaricato passava a portare del cibo e a ritirare le immondizie. Non potevano scappare perchè erano costantemente tenute sotto controllo.
A Udine i carabinieri avevano constatato l'esistenza di un appartamento utilizzato da prostitute alcuni mesi fa, all'inizio della primavera, comunicando l'esito dei controlli ai colleghi. Quando però è arrivato il momento di entrare in azione e di dare esecuzione ai provvedimenti della Procura di Terni si è scoperto che i cinesi nell'alloggio di Udine non c'erano più e che l'appartamento era rientrato nelle disponibilità del proprietario.
20:42 - UDINE, Il titolare di un piccolo negozio di compravendita di oro usato di Udine e' stato ucciso questo pomeriggio alle 18, freddato da almeno un colpo di arma da fuoco. La vittima e' Giacomo Patti, 35 anni. L'uomo dapprima e' stato tramortito con un pugno in pieno volto e poi raggiunto da un colpo di pistola che e' andato dritto al cuore. All'origine dell'omicidio apparentemente una contrattazione finita male, anche se non e' ancora stata esclusa l'ipotesi della rapina. (Agr)
Udine, gioielliere ucciso con sei colpi di pistola ma nel suo negozio non manca nulla
UDINE. Un gioielliere che ritirava oro usato è stato ucciso da sei colpi di pistola calibro 38 nel negozio di famiglia, a Udine, in viale XXIII Marzo numero 8, a circa un chilometro dalla stazione ferroviaria. L'uomo, Giacomo Patti, 35 anni, celibe, originario di Rovigo, è stato ritrovato in una pozza di sangue nel negozio. Verso le 18.10 alcuni clienti sono entrati nel negozio, ma il locale appariva deserto e si sono quindi rivolti al negoziante accanto, che li ha accompagnati. Dietro il bancone hanno trovato il cadavere crivellato da colpi al torace e al collo. Il medico legale fa risalire l'ora del decesso a circa le 17;30. Le indagini sono a 360 gradi, non si esclude nulla. Il fatto rilevante è che sembra che nulla sia stato rubato dal locale, né gioielli né denaro. L'arma del delitto non è stata ritrovata.
Un'amica: «Mi disse: sono sicuro, ho lo spioncino» La Lega: «Amministratori complici del delitto»
Un negozietto "Golden service" al n. 8 di viale XXIII marzo a Udine, due auto della Polizia messe di traverso, gli agenti a far scorrere il traffico all'ora di punta - le 7 di sera - e gli amici, i curiosi, i vicini che quasi assediano polizia e carabinieri. In una stanza all'interno freddato da tre colpi, uno dritto al cuore, Giacomo Patti, commerciante in oro usato. Il procuratore Giancarlo Buonocore dice lo stretto indispensabile: «Omicidio con arma da fuoco, si presume a scopo di rapina. Non ci può escludere che ci sia stata una reazione della vittima, è da verificare. Sentiremo tutti i testimoni». «Non posso dare indicazioni a chi legge i giornali e poi rilascia dichiarazioni sulla base di ciò che ha letto». «Era all'interno del negozio, disporremo l'autopsia». Non si sbilancia il medico legale Carlo Moreschi. Neppure sull'ora del delitto. Il corpo è stato ritrovato alle 18. Alle 20 il cadavere viene rimosso, alle 21 la Polizia scientifica finisce il lavoro.
Fuori, sulla strada, tanti hanno già risolto il giallo. «Sono qui a vedere l'isola felice, la città dove non succede mai niente», polemizza il consigliere comunale Diego Volpe Pasini di Sos Italia. E Luca Dordolo, che si occupa di sicurezza e immigrazione in commissione per la Lega Nord, si scatena: «È una situazione che denunciamo da anni, consideriamo l'amministrazione complice di questi fatti, da questo delitto a quello avvenuto pochi mesi fa in Borgo Stazione. Perchè abbiamo più volte sollecitato la giunta per maggiori controlli sulle residenze».
Roma, 13 set. (Adnkronos) - Il mese di sacro digiuno del Ramadan, nono mese lunare dell'anno islamico, comincia oggi per la maggior parte dei musulmani del mondo. Uno dei cinque pilastri dell'islam, con la professione di fede, la preghiera, l'elemosina e il pellegrinaggio alla Mecca, il Ramadan è considerato un mese di digiuno e di carità che commemora la rivelazione del corano al profeta Maometto.
Durante questo mese i fedeli si astengono dal mangiare, bere e avere rapporti sessuali dal sorgere del sole fino al suo tramonto. Il musulmano deve, inoltre, durante il mese sacro, purificarsi, contenere le sue passioni ed evitare tutto ciò che può ferire il prossimo. Quest'anno, i musulmani iniziano il Ramadan mentre due dei principali focolai di crisi del medio oriente non cessano di provocare vittime e violenze: l'Iraq e la striscia di Gaza sono infatti anche in queste ore al centro della crisi internazionale.
In molti paesi musulmani i dispositivi di sicurezza sono stati rafforzati, poiché durante gli anni '90 gli attentati terroristici e i massacri di civili più sanguinosi sono stati perpetrati proprio in questo periodo e recentemente gruppi islamici armati come i talebani in Afganistan e Al Qaeda in Maghreb hanno minacciato di intensificare le loro attività. Contrariamente alle prescrizioni dell'islam, infine, si assiste anche durante il mese del Ramadan all'aumento dei prezzi dei prodotti di prima necessità e ogni paese ha adottato disposizioni necessarie per contenere i prezzi.
Roma, 12 set. (Apcom) - La pratica del digiuno imposta a ogni musulmano, che comincia domani con l'inizio del mese di Ramadan, venne istituita dal profeta Mohammed a imitazione del digiuno ebraico di Yom Kippur. E' quanto emerge dal libro 'al Sahih' (il corretto), una sorta di enciclopedia dell'islam scritta da al Bukhari, apostolo del Profeta Mohammed e uno dei principali punti di riferimento degli Ulema islamici in tutto il mondo.
Al Bukahri riferisce che due anni dopo l'Egira, (anno corrispondente al 622 del calendario cristiano in cui il profeta fuggì dalla Mecca a Medina) "il profeta si accorse che gli ebrei di Medina dedicavano un giorno al mese per digiunare". Dal calendario lunare, risultava il decimo giorno del mese di Muharram. "Il Profeta poi - prosegue il racconto - chiese agli ebrei il significato di quel giorno (lo Yom Kippur ndr). "Gli fu detto che era il giorno in cui Allah diede aiuto a Musa (Mosè) che è profeta di Dio, per umiliare, sconfiggere e far annegare il tiranno, il faraone".
Un appello - o una provocazione - ai cittadini udinesi affinché mettano mano al... portafoglio, se credono di dover «difendere l'identità della città» ed evitare che a Udine possa sorgere una seconda moschea. Un'intenzione che sarebbe già stata manifestata da un gruppo di musulmani che farebbero riferimento all'Unione delle comunità islamiche in Italia, una delle più integraliste nel panorama delle associazioni islamiche presenti nella nostra nazione.
Per evitare che un immobile di via San Rocco, già sede del Centro islamico, possa venire acquistato dagli islamici e trasformato in seconda moschea, Il consigliere comunale Diego Volpe Pasini lancia l'idea di una sottoscrizione popolare. Non una raccolta di firme - si badi bene - ma di fondi. «A quanto mi risulta - commenta Volpe Pasini - gli islamici vorrebbero raccogliere, durante il Ramadan che comincia il prossimo 15 settembre, fondi per acquisire l'immobile e trasformarlo in seconda moschea cittadina». Da qui la controproposta: trovare 5mila cittadini udinesi disposti ad investire 54 euro per acquisire una quota dell'immobile di via San Rocco (il valore totale sarebbe quindi di 270mila euro) e scongiurare questo rischio. Per garantire gli investitori e seguire le fasi della raccolta fondi e dell'intera iniziativa, Volpe Pasini avrebbe già richiesto l'assistenza del notaio Antonio Frattasio. «L'Amministrazione Cecotti - commenta - resta immobile di fronte a questa eventualità. E allora, che siano gli stessi cittadini ad attivarsi, se hanno a cuore la difesa dell'identità della città».
ROMA - La Carta dei valori della cittadinanza e dell'integrazione parla ormai anche cinese, grazie alla traduzione ufficiale pubblicata oggi dal ministero dell'Interno per favorirne la diffusione anche all'interno della più numerosa tra le comunità asiatiche in Italia.
La Carta, spiega una nota del Viminale, vuole "riassumere e rendere espliciti i principi fondamentali del nostro ordinamento che regolano la vita collettiva, sia dei cittadini che degli immigrati, cercando di focalizzare i principali problemi legati al tema dell'integrazione. Redatta secondo i principi della Costituzione italiana e delle principali Carte europee e internazionali dei diritti umani, si sofferma in modo particolare su quei problemi che la multiculturalità pone alle società occidentali".
Dignità della persona, diritti e doveri, uguaglianza tra uomo e donna, laicità e libertà religiosa sono tra gli argomenti toccati dalla Carta, che è diventata ormai anche una direttiva generale per il Ministero dell'Interno. Secondo un decreto pubblicato lo scorso giugno, il Viminale deve infatti "ispirarsi" a questo documento e "orientare le relazioni con le comunità degli immigrati e religiose al comune rispetto dei principi della Carta dei valori, nella prospettiva dell'integrazione e della coesione sociale".
Carta dei Valori, della Cittadinanza e dell'Integrazione
L´ITALIA, COMUNITA´ DI PERSONE E DI VALORI
L´Italia è uno dei Paesi più antichi d´Europa che affonda le radici nella cultura classica della Grecia e di Roma. Essa si è evoluta nell´orizzonte del cristianesimo che ha permeato la sua storia e, insieme con l´ebraismo, ha preparato l´apertura verso la modernità e i principi di libertà e di giustizia.
I valori su cui si fonda la società italiana sono frutto dell´impegno di generazioni di uomini e di donne di diversi orientamenti, laici e religiosi, e sono scritti nella Costituzione democratica del 1947. La Costituzione rappresenta lo spartiacque nei confronti del totalitarismo, e dell´antisemitismo che ha avvelenato l´Europa del XX secolo e perseguitato il popolo ebraico e la sua cultura.
La Costituzione è fondata sul rispetto della dignità umana ed è ispirata ai principi di libertà ed eguaglianza validi per chiunque si trovi a vivere sul territorio italiano. Partendo dalla Costituzione l´Italia ha partecipato alla costruzione dell´Europa unita e delle sue istituzioni. I Trattati e le Convenzioni europee contribuiscono a realizzare un ordine internazionale basato sui diritti umani e sulla eguaglianza e solidarietà tra i popoli.
La posizione geografica dell´Italia, la tradizione ebraico-cristiana, le istituzioni libere e democratiche che la governano, sono alla base del suo atteggiamento di accoglienza verso altre popolazioni. Immersa nel Mediterraneo, l´Italia è stata sempre crocevia di popoli e culture diverse, e la sua popolazione presenta ancora oggi i segni di questa diversità.
Tutto ciò che costituisce il patrimonio dell´italia, le sue bellezze artistiche e naturali, le risorse economiche e culturali, le sue istituzioni democratiche sono al servizio degli uomini, delle donne, dei giovani, e delle future generazioni. La nostra Carta costituzionale tutela e promuove i diritti umani inalienabili, per sostenere i più deboli, per garantire lo sviluppo delle capacità e attitudini di lavoro, morali, spirituali, di ogni persona.
DIGNITA´ DELLA PERSONA, DIRITTI E DOVERI
1. L´Italia è impegnata perché ogni persona sin dal primo momento in cui si trova sul territorio italiano possa fruire dei diritti fondamentali, senza distinzione di sesso, etnia, religione, condizioni sociali. Al tempo stesso, ogni persona che vive in Italia deve rispettare i valori su cui poggia la società, i diritti degli altri, i doveri di solidarietà richiesti dalle leggi. Alle condizioni previste dalla legge, l´Italia offre asilo e protezione a quanti, nei propri paesi, sono perseguitati o impediti nell´esercizio delle libertà fondamentali.
Possiamo vivere con l’Islam? “Perchè no?”, rispondevano alcuni pordenonesi che abbiamo intercettato durante la giornata islamica trascorsa nel Centro di via Monte Pelmo 8. Qui siamo stati accolti da disponibilissimi islamici che ci hanno spiegato, con dovizia di particolari, il volto della loro religione, i progetti e le difficoltà di ogni giorno.
Facce un po’ sospettose si affacciavano dalle finestre dei condomini vicini: fra lo scetticismo e qualche mezza parola, pronunciata fra i denti, che invitava i dirimpettai a cambiare aria. “Sarebbe meglio che non ci fossero”, borbottava un signore anziano, ma, a sentire la comunità musulmana, i contrari alla loro presenza sono molto pochi. Buon vicinato, dunque, anche se non nascondono che stanno cercando un luogo più isolato, più distante dalle abitazioni, in modo che non si crei disagio per i residenti. E le firme del quartiere per cacciarli? “Una bufala, non ci risulta nulla”, smentiscono. Insomma, un caso montato ad arte.
Da un anno la comunità ha trovato il suo luogo di ritrovo in questa strada. Prima era a Cordenons. Sono circa 3 mila 500 gli islamici a Pordenone di cui l’80 per cento risulta praticante. Ogni venerdì si ritrovano un centinaio di seguaci di Allah, mentre ogni domenica suonano le campanelle per una trentina di bambini-alunni che frequentano le lezioni coraniche. La ‘madrassa’ pordenonese, da ottobre a giugno, non vuole solo insegnare arabo e Corano, ma anche dare gli strumenti informatici: i corsi di computer, quindi, affiancano la parola di Maometto. Durante la nostra visita, intorno a noi ecco l’imam Mohamed Ouatiq (dal ’96 è ‘colui che si mette davanti’, secondo il significato letterale di imam), il responsabile del Centro Mustafà Haris, un saggio che interviene per spiegare la verità della loro religione e alcuni fedeli interessati dalle pressanti domande.
Ad attirare l’attenzione, inevitabilmente, il carisma del loro ‘saggio’, figura di riferimento non solo per Pordenone, ma anche per Udine. Niente foto, niente nomi. Del resto, si sa, il buon praticante spesso può essere scambiato per integralista, come nella religione cattolica. Chiediamo se il suo ruolo può essere assimilato a quello degli ulema (i saggi). Alcuni sorridono, ma dicono di sì, che è proprio come se fosse il loro sapiente. Non era neanche troppo fuori luogo il quesito, visto che si ipotizza, per ora sotto forma di progetto, di istituire, magari a livello regionale, il primo consiglio degli ulema del Friuli Venezia Giulia. Giriamo la domanda all’imam Ouatiq.
Legge sul friulano: Adriano Ritossa e Paolo Ciani fuori dal coro da: friuli news, 10 settembre 2007
Adriano Ritossa e Paolo Ciani, consiglieri regionali di AN, hanno diramato una lunga ed articolata nota in merito al dibattito che si sta sviluppando in VI Commissione sulla legge sul friulano, una nota che abbiamo ritenuto di pubblicare integralmente perché estremamente interessante perchè esprime dei concetti decisamente “fuori dal coro”, forse non completamente condivisibili (dipende ovviamente dai punti di vista), ma certamente utili perché il dibattito sul “friulano” esca dalla stucchevolezza farsesca dei salottini affollati da tanti che rincorrono questo carro non per amore o convinzione culturale, ma per meno nobili interessi di campanile ed ancora meno nobili interessi economici.
Questa la nota dei due consiglieri regionali:
"Forse ha ragione l'assessore Antonaz a dire che è ora di finirla con la confusione e le polemiche sull'insegnamento del friulano. La legge nazionale 482 del 1999 sulla tutela delle minoranze linguistiche, all'articolo 4, lo prevede a chiare lettere: nelle elementari e nelle medie inferiori anche "come strumento di insegnamento", ossia come lingua veicolare. I giochi dunque sono fatti con una legge dello Stato, che in proposito ha superato decisamente le meno avanzate disposizione della legge regionale sullo stesso tema, la 15 del 1996.
Il vero problema in effetti sta nella 482, che è una legge di forte contenuto ideologico, e perciò astratta e di ardua applicazione. E' stato affermato che con essa si passa dal monolinguismo al plurilinguismo, rinunciando all'assioma della vincolante identità di Stato nazione e lingua a favore del diritto umano primario, non alienabile né sopprimibile, della libertà di scelta linguistica (così almeno uno degli ispiratori della 482, il grande linguista Tullio De Mauro, già ministro della Pubblica Istruzione nel secondo governo Amato).
Si tratta forse in una posizione condivisibile, se si restasse sul paino delle dichiarazioni di principio. All'atto pratico, lo stesso elenco delle lingue che la 482 tutela presenta serie difficoltà: come ha spiegato Igor Kocijancic, si va da lingue nazionali come il tedesco, lo sloveno e l'albanese a parlate locali con una tradizione scritta assai meno sicura. Senza trascurare il paradosso che in Italia dovrebbero venir insegnati l'occitano e il frano-provenzale, cioè le propaggini italiane di lingue ben più diffuse nella Francia sud-occidentale, che in Francia però sono assai poco tutelate: tanto che del franco-provenzale, descritto per la prima volta dal nostro G.I. Ascoli, i linguisti francesi hanno negato a lungo l'esistenza.
Per il tuo dottorato hai studiato l'antiziganismo nell'Europa allargata, si tratta di un fenomeno diffuso?
L’Europa dei “ventisette”, da est ad ovest, da nord a sud oggi risulta essere attraversata da violenze e da discriminazioni contro le minoranze. Le recentissime ricerche condotte da vari Istituti europei come l’Eumc, l’ECRI dimostrano che i rom costituiscono una minoranza fortemente discriminata. L’EUMC li descrive come il gruppo più vulnerabile, maggiormente deprivato dei propri diritti umani ed esposto al razzismo nell’Unione europea. Ma nonostante esistano ricerche e rapporti che rivelano l’esistenza della discriminazione, i fenomeni di violenza contro i rom aumentano sempre più, fenomeni questi che dimostrano che l’antiziganismo esiste e si sta sviluppando sempre di più in tutta l’Europa, Italia compresa.
In Italia tale fenomeno rimane inosservato perché purtroppo spesso il pregiudizio nei confronti dei rom viene considerato normalità come abbiamo dimostrato in Cittadinanze Imperfette. L’antiziganismo è un comportamento sociale che oggi persiste anche nel nostro paese; persiste nei pensieri, nei sentimenti e nei comportamenti di molte persone e istituzioni. E’ un sentimento pericoloso che alimenta il vortice di discriminazione nel quale i rom e i sinti sono colti, una discriminazione che di fatto però rimane completamente ignorata. Radicato nella storia, alimentato dai mass media e molte volte anche da partiti politici, largamente sottovalutato dagli esperti, il sentimento anti-rom oggi in Europa si presenta a livelli drammatici.
Come si colloca l'Italia?
Il nostro paese non si sottrae agli atteggiamenti discriminatori. Gli stessi campi nomadi sono un esempio evidente della segregazione razziale che esiste in Italia: spazi dove i diritti non esistono, spazi che somigliano a delle riserve indiane, spazi che favoriscono l’esclusione sociale e ostacolano qualsiasi possibilità di interazione sociale, spazi che condannano le minoranze rom e sinte all’annientamento culturale. Nonostante il riconoscimento dei diritti delle comunità rom e sinte sia diventato un importantissimo tema europeo, sta di fatto che a livello nazionale la legge 482/99 sui diritti delle minoranze linguistiche presenti nel territorio italiano, ha volutamente escluso il ròmanes dal dettato delle minoranze linguistiche. I rom e i sinti sono stati esclusi dai vantaggi di tale legge, per il fatto di non essere legati a un territorio determinato.
Art. 1 - Tutela del patrimonio culturale e dell' identita' dei << Rom >>
1. La Regione autonoma Friuli - Venezia Giulia tutela, nell' ambito del proprio territorio, il patrimonio culturale e l' identita' dei << Rom >>, giusta la convenzione delle Nazioni Unite relativa allo stato di apolide (28 settembre 1954) che nel termine comprende e considera anche i Sinti ed ogni altro gruppo zingaro nomade.
2. Conformemente al dettato costituzionale, alle risoluzioni del Comitato dei Ministri del Consiglio d' Europa e del Parlamento europeo, la Regione autonoma Friuli - Venezia Giulia salvaguardia, negli ambiti di propria competenza, i valori culturali specifici, l' identita' storica ed i processi di cambiamento in atto dei << Rom >>.
3. A tal fine la Regione assicura ai << Rom >>, nel prendere atto del nomadismo e della stanzialita', la fruizione di tutti i servizi atti a garantirne l' effettivo esercizio nell' autonomia culturale e socio - economica e ad assicurare la salute ed il benessere personale e sociale, nell' ambito di una piu' consapevole convivenza.
4. Le pubbliche amministrazioni, ovvero gli Enti locali singoli od associati, le Province, le Comunita' montane, la Comunita' collinare e le Associazioni di volontariato cui viene anche demandata l' attuazione degli interventi previsti dalla presente legge, tramite le convenzioni di cui all' articolo 2, devono operare nel pieno rispetto dei caratteri di consapevole diversita' dei gruppi << Rom >> e dei rispettivi sottogruppi parentali.
Prima che un Paese normale, dovremmo essere in grado di diventare - ne è una pre-condizione - un Paese serio, e serio vuol dire capace, responsabile, attendibile. Può essere utile affrontare alla luce di queste categorie - responsabilità, capacità, attendibilità - le iniziative che il governo progetta di contrapporre a una diffusa ondata di panico morale provocata da quella che viene definita "microcriminalità" e concentrata, in quest'occasione, contro i miserabili che occupano spazi pubblici - lavavetri, vagabondi, mendicanti - e il piccolo mondo criminale che vende beni e servizi alla società "per bene": prostitute, piccoli spacciatori di droga. Per necessità semplificatoria, si farà a meno di quel che, nel nuovo senso comune penale, il governo cinicamente giudica superfluo.
Per un momento, allora, lasciamo in un canto qualche questione pur assai essenziale: come, ad esempio, che le politiche pubbliche in tema di sicurezza ridisegnano il profilo stesso della società (e varrebbe la pena discuterne, no?); che molte esperienze hanno messo in dubbio l'efficacia delle politiche criminali nel controllo dei conflitti e dei fenomeni illeciti; che il senso di insicurezza non è necessariamente connesso all'esistenza di pericoli "concreti", ma spesso ha a che fare con il genere, l'età, l'esperienza di vita, la familiarità con l'ambiente in cui si vive, il senso di appartenenza a una comunità.
Via tutto questo. E via (anche se magari leggendolo scopriremmo che l'utopista era molto pragmatico al punto da sostenere che "la grandezza delle pene deve essere relativa allo stato della nazione"), via pure la lezione di Cesare Beccaria che credeva gli uomini liberi e uguali: in fondo nei think tanks (Heritage Foundation, Manhattan Institute), che furono la fucina della ragione penale dei neoconservatori, avevano già in odio "la perversione dell'ideale ugualitario apparso con la Rivoluzione francese". Via questa roba da filosofi. Affidiamoci soltanto al programma del governo. Non al programma originario: quello, prevedeva il carcere solo per i reati più gravi e mai il carcere per violazione di disposizioni amministrative (come sono le ordinanze di un sindaco). Occupiamoci soltanto del disegno annunciato, ex novo. Nel ripensamento affiora subito un primo indizio di inattendibilità perché non c'è risposta alla domanda: che cosa è cambiato rispetto a un anno fa? Pare niente, se il ministro dell'Interno scrive al Corriere della Sera (30 agosto): "Troppo spesso la politica costruisce polemiche su uno stato della sicurezza che amplificano stati d'animo che non possono valere come giudizi generali. I dati ci dicono un'altra cosa".
Epperò, senza un'esplicita ragione, Giuliano Amato annuncia "tolleranza zero", "una lotta all'illegalità così come fece Rudolph Giuliani da sindaco di New York". La mossa svela, quanto meno, un'inversione di rotta e quindi un'incapacità nelle scelte del passato. Per farla corta. Ci sono, in competizione tra loro, due modi di fare polizia: "polizia intensiva" (a "tolleranza zero") e "polizia comunitaria" (o community policing o "polizia di prossimità"). Fino ad oggi in modo condiviso e inaugurata addirittura dal centro-destra di Berlusconi, la nostra scelta era caduta sulla "polizia di prossimità" che ha il suo "caso di scuola" a San Diego, negli stessi anni del governo newyorchese di Giuliani. In tre anni in quella città della California, con l'aumento degli effettivi di polizia di solo il 6 per cento, il numero degli arresti diminuì del 15 per cento. Al contrario, New York - che nelle classifiche della criminalità dell'Fbi in quel 1993 (Giuliani diventa sindaco) si collocava all'87esimo posto su 107 città (non era poi tanto malmessa) - sceglie il metodo della "polizia intensiva" che fece aumentare gli arresti del 24 per cento (314.292 persone soltanto nel 1996); i poliziotti di 12 mila unità; il budget della polizia del 40 per cento (2,6 miliardi di dollari, un importo quattro volte superiore ai fondi concessi agli ospedali pubblici) con un'opzione che provocò il taglio di un terzo dei finanziamenti ai servizi sociali della città e il licenziamento di 8.000 addetti. Con il nuovo indirizzo di "tolleranza zero" fa capolino una traccia di inattendibilità. Anche fingendo di non sapere che la "polizia intensiva" non colpisce singoli delinquenti, ma alcuni gruppi sociali, e per di più alla lunga non è efficace come si crede, dove sono i soldi? Le casse dello Stato permettono di far crescere del 10/20/30 per cento le risorse delle polizie centrali e comunali? Troverà consenso, in caso contrario, una manovra che, per assicurare quei finanziamenti, riduca nelle città del 10/20/30 per cento il bugdet dei servizi sociali, già stressati dalla "cura Berlusconi"?
Tralicci dell’elettricità cadenti con cavi a vista, servizi igienici di fortuna anche senza gli scarichi, qualche doccia improvvisata con acqua corrente, tante roulotte e prefabbricati: così si presenta il campo nomadi di via Monte Sei Busi, dove vivono circa 130 persone. E se dopo i tragici fatti di Livorno (dove quattro bambini sono morti carbonizzati dentro una baracca) dal ministro alla Solidarietà sociale Paolo Ferrero è arrivata una bacchettata ai Comuni accusati di non far nulla per favorire l’integrazione, da palazzo D’Aronco arriva la secca replica dell’assessore ai servizi sociali Daniele Cortolezzis.
«Comune immobile? Non direi proprio – rimarca Cortolezzis – , almeno non nel nostro caso. Sono anni che aspettiamo il via libera del demanio per acquisire a titolo gratuito l’area in modo tale da provvedere alla sistemazione di tutta la zona. C’era già un progetto pronto. Ci saremmo impegnati con i rom a dotare il campo di servizi igienici a norma, a fronte della stipula di una sorta di patto sociale che tra le altre cose prevedeva da parte della comunità un impegno per mandare i figli a scuola e poi a corsi professionali». Il Comune, quindi, sarebbe pronto a impegnarsi con soldi pubblici per garantire all’area sicurezza e igiene. «L’obiettivo era quello di ottenere un’integrazione effettiva consentendo loro di mantenere l’identità culturale sposando nel contempo le regole del vivere comune. A beneficio di tutti i cittadini udinesi. Non mi si dica quindi – ribadisce l’assessore – che questa amministrazione non ha avuto e non ha sensibilità nei confronti dei rom».
Two Muslim groups have indicated their willingness to exhibit controversial sketches by artist Lars Vilks after galleries in western Sweden declined to show the artworks. Inspired by Sweden's recent 'roundabout dogs' craze, Vilks composed a series of sketches portraying the Muslim prophet Muhammad as just such a creature. The well-known artist took his pictures to galleries in Värmland and Bohuslän. However, both refused to show the drawings on the grounds that the security risk was too great. But now two groups - the Secular Muslims in Sweden (SEMUS) network and the magazine Minaret - have taken a joint decision to exhibit the sketches.
"This will take place at an established musical and cultural venue in Stockholm. Negotiations are underway and I think it will be ready at the beginning of next week," SEMUS spokesman Hooman Anvari told news agency TT. Anvari believes that there is a very good chance that the exhibition will go ahead as planned. "Partly because there's a public interest in generating a nuanced discussion on this issue and partly because Lars Vilks has agreed to participate," he said.
While he himself considers the drawings to be tasteless, Anvari is adamant that they should be put on display. "Our intention is to create a nuanced debate around freedom of speech, religious freedom and democracy. These issues tend to cause polarization if they are not tackled in the right way," he said.
Iran summons swedish envoy iran focus, 28 agosto 2007
Tehran, Iran, Aug. 28 - Iran's Foreign Ministry summoned on Monday Sweden's envoy in Tehran over the recent publication of a caricature of Islam's Prophet Mohammad - deemed to be offensive - in a Swedish daily, the state broadcasting corporation reported. The Iranian Foreign Ministry protested to the Swedish charge d'affaires over the publication of the drawing in the Swedish regional daily Nerikes Allehanda.
The state-run news agency ISNA report that the Iranian Foreign Ministry had condemned the caricature as an “offence to more than one billion Muslims around the world”.
Iran has summoned a senior Swedish diplomat to protest against the publication in a local newspaper of a drawing of Muhammad showing his head on a dog's body, calling it "an insult against the prophet". The Swedish chargé d'affaires, Gunilla von Bahr, was summoned to the Iranian foreign ministry yesterday. "A protest was given to her because of the publication in a newspaper of a cartoon of the prophet Muhammad," a Swedish foreign ministry spokeswoman, Sofia Karlberg, said today. "She was told it was an insult against the prophet. We consider the matter closed."
The row follows the publication earlier this month of a hand-drawn sketch by Swedish artist Lars Vilks in Nerikes Allehanda, a local newspaper in Örebro, a city in southern central Sweden. Mr Vilks' drawing depicted Muhammad's head on a dog's body in a street with traffic around it.
Nerikes Allehanda decided to publish the drawing following a row in the Nordic country this summer over Mr Vilks' attempt to exhibit his series of drawings about Muhammad. At least two galleries declined to show the pictures, citing security fears. "Alongside the picture, we published a comment piece saying that it was serious that there is self-censorship among exhibition [galleries]," said the Nerikes Allehanda editor-in-chief, Ulf Johansson. Nerikes Allehanda has a circulation of about 65,000 copies.
Firenze, 10 lavavetri denunciati e attrezzatura sequestrata adnkronos - 28 agosto 2007
Dieci persone denunciate, con sequestro degli attrezzi del mestiere. E' questo il bilancio ufficiale dei controlli effettuati dalla Polizia Municipale ieri mattina sulle strade di Firenze, il giorno dopo l'ordinanza comunaleche vieta l'esercizio dell'attività di lavavetri.
I primi controlli sono stati eseguiti in persona dal comandante della Polizia Municipale, Alessandro Bartolini, e dall'assessore alla sicurezza e alla vivibilità urbana, Graziano Cioni (Ds). E già nel corso della mattinata i lavavetri non erano piuùpresenti agli incroci. Gli agenti hanno fermato, identificato e denunciato dieci persone, di età compresa fra 19 e 46 anni: otto di nazionalità rumena e due cittadini marocchini, nove uomini e una donna.
La decisione di dire stop ai lavavetri è arrivata a seguito di continue proteste arrivate dagli automobilisti fiorentini. ''Questo atto è la risposta concreta a una situazione pesante che si è creata nelle strade della nostra città. Una risposta alle segnalazioni e denunce arrivate dai cittadini, e anche un modo per intervenire in modo deciso per prevenire fenomeni criminali'', ha detto il sindaco di Firenze, Leonardo Domenici ricordando che dalle indagini della Polizia Municipale e dagli episodi degli ultimi mesi, si sta configurando a Firenze una gestione non legale dell'attività di lavavetri con la suddivisione del territorio in aree 'gestite' da diverse famiglie. Insomma una sorta di racket in formazione se non già operante con tutto quello che ne consegue anche a livello di sfruttamento di minori come manovalanza.
dalla posta dei lettori del messaggero veneto 31 agosto 2007
Programmi estivi con poco friulano
Resto del mondo batte Friuli 71-1. Abbiamo perso anche giocando in casa. Usciamo dal gergo sportivo. L'assessorato alla cultura ha programmato 72 eventi per l'estate. Di questi 72 soltanto uno riguarda il Friuli ed esattamente "Dulinvie". Ma è possibile che questo assessorato sia totalmente asservito e fagocitato dalla cultura italiana?
Vorrei ricordare ai nostri amministratori che Udine si trova in Friuli, nel caso se ne fossero dimenticati. Mentre nel resto della regione ci si attiva per affermare il friulano e la sua cultura, a Udine siamo inglobati e sommersi dalla cultura italiana. Penso che questo sia solamente l'orientamento del nostro assessorato.
Spero vivamente che la nostra lingua e la nostra cultura sopravvvivano nonostante la sonora sconfitta... 71-1!
messaggero veneto - 31 agosto 2007 di Luana de Francisco
Prima ha dovuto assistere alla demolizione delle ville storiche che, sin dall’inizio del secolo scorso, ne avevano fatto una delle zone residenziali più signorili della città. Poi si è vista invadere da un numero sempre più massiccio di extracomunitari in cerca di casa e lavoro, trasformandosi in una delle strade più ambite dall’immigrazione del nuovo Millennio.
Osservata con gli occhi dei pochi residenti nati, cresciuti e qui rimasti e degli ancor meno numerosi commercianti presenti nella zona da più di qualche generazione, via De Rubeis rappresenta uno degli esempi più lampanti di come una strada possa cambiare volto e perdere di fascino nel volgere di pochi decenni. Quasi quanto una vecchia signora caduta in disgrazia e in breve dimenticata da quella stessa società che, nei tempi migliori, l’aveva corteggiata.
Di quell’epoca luminosa, oggi, non resta che il ricordo. “C’erano villa Coceani e villa Panzarotto – racconta Lorena Rossi, da 23 anni titolare del bar Nuovo – e c’era la casa Della Marina, una splendida villa Liberty abbattuta sei anni fa, per fare posto a un nuovo condominio”. Con la demolizione degli edifici storici, l’intera via è stata deprivata della propria impronta originale, quella che l’aveva promossa a strada residenziale.
All'indomani della missione dei presuli della regione che hanno incontrato a Mosca il Patriarca della Chiesa ortodossa russa, Alessio II, che hanno invitato ad Aquileia (visita che potrebbe segnare un riavvicinamento tra le due Chiese), prosegue l'impegno del mondo religioso regionale per la pace e la comprensione tra i popoli. Domenica, alle 17, infatti, presso la Sala S. Paolino in via Treppo a Udine si svolgerà l'annuale incontro delle re[li]gioni presenti in regione.
Dopo Palmanova, l'Abbazia di Rosazzo e Aquileia, sarà dunque Udine ad ospitare la manifestazione organizzata dalla sezione regionale della Conferenza mondiale delle religioni per la pace.
Non si tratta di un incontro di preghiera - spiegano i promotori - ma di condivisione: esponenti delle diverse confessioni cristiane (cattolici, ortodossi e protestanti), dell'ebraismo, dell'islam, del buddhismo e della religione baha'i offriranno riflessioni espressione della propria esperienza di Dio. All'incontro sono invitati i fedeli delle diverse comunità religiose di Udine, Gorizia, Pordenone e Trieste. "In un momento storico in cui correnti fondamentaliste tentano di nuovo di usare la religione come arma di lotta - recita una nota del Crae (Centro ricerche e attività ecumeniche) -, gli uomini animati da sincera fede nel Dio padre di tutti gli uomini vogliono riaffermare il proprio impegno per il dialogo, la riconciliazione e la pace nel rispetto delle diversità e nell'accoglienza reciproca".
Gli interventi saranno intercalati da canti di varie tradizioni religiose: tra questi, il Padre nostro in aramaico. Al termine, un semplice momento conviviale permetterà di gustare alcuni cibi tipici.
Quando va bene sono sputi e insulti, quando va male calci e pugni. Uscire di pattuglia sta diventando sempre più difficile per poliziotti e carabinieri. I criminali, soprattutto quelli stranieri, diventano ogni giorno più violenti. Domenica gli ultimi due episodi: otto agenti si sono visti buttare contro pezzi di motore da tre ladri sorpresi durante un furto; altrettanti carabinieri sono diventati il bersaglio del lancio di bottiglie di una banda di spacciatori tunisini che in stazione stava regolando i conti con un gruppo di nigeriani. Immigrati dell'Est e maghrebini, comunque, sono finiti in manette.
È mezzogiorno quando il proprietario dell'autodemolizioni Simonato che è in Prima Strada nota un'auto parcheggiata davanti alla sua attività. L'imprenditore decide di chiamare il 113. Sul posto arriva una prima Volante. Gli agenti fanno un sopralluogo e scoprono un grosso buco su un muro di cinta. All'esterno qualcuno ha sistemato alcuni pezzi di carrozzeria e motore, come pure alcuni pneumatici. I poliziotti capiscono che i ladri sono ancora all'opera e chiedono rinforzi. Poco dopo di Volanti ne arrivano altre tre. Gli otto poliziotti bloccano gli accessi e setacciano il deposito fin quando intercettano tre individui. Sono i banditi che, senza un attimo di esitazione, cominciano a scaraventare tutto quel che trovano a portata di mano contro gli agenti. Inizia una caccia all'uomo che si conclude con tre colpi di pistola in aria. Davanti a questo avvertimento, i malviventi si lasciano catturare: si tratta di una romeno, Eugeniu Ursu, ventitreenne domiciliato a Campodarsego, e due moldavi che vivono a Piove di Sacco, il ventiseienne Ruslan Iordachii e il trentaduenne Basile Moisei. Vengono arrestati per furto aggravato e resistenza, addosso avevano tenaglie, cesoie e una grossa mazza.
sono un ingegnere di 25 anni, abitante in un quartiere vicino alla stazione di Udine, definito recentemente la casbah friulana. Dopo l'omicidio di un giovane sudamericano vicino al sottopassaggio della stazione, l'attenzione degli organi d'informazione locali sul mio quartiere è cresciuta notevolmente e, di conseguenza, anche l'interesse dei politici.
Sono dapprima passate le fiaccolate e le proposte di ronde da parte di Volpe Pasini, presidente di Sos Italia mentre, da poco, abbiamo ricevuto l'onore di una ricerca sociologica (da cui il nome casbah) all'interno del festival Udine solidale, organizzato dal Comune e a cui hanno aderito esclusivamente esponenti del centrosinistra. Siamo passati così dal populismo di destra che soffia sulle paure della gente, alle etichette e alla visione univoca di una sinistra illuminata.
premesso che: il centro storico di Padova somiglia sempre piu` ad una Casbah: extracomunitari spacciatori e criminali la tengono in ostaggio; la cosiddetta zona della Stanga e` divenuta « zona off limits » della citta` di Padova; il muro antispaccio eretto dalla Giunta comunale di centro sinistra per isolare via Anelli e dintorni, luogo di extracomunitari spacciatori e malavitosi, che lo hanno scelto come base operativa per i loro traffici, e` diventato un caso mediatico e sociologico, tanto da attirare l’attenzione di una televisione di Stato tedesca che sta girando un documentario su questo quartiere definito « il bronx della città del Santo»;
Maxicontrollo straordinario di sicurezza e antiterrorismo in tutta Italia giovedì, nell'imminenza del Ferragosto, con obiettivo call center, Internet point, Money transfer, e in generale i luoghi di aggregazione degli stranieri. In Friuli l'operazione ha coinvolto nel pomeriggio e in serata un centinaio di componenti delle forze dell'ordine che sono intervenuti sia in periferia, da Tarvisio a Lignano, che in città, in particolare nella zona della stazione (via Roma, via Battistig, viale Leopardi, viale Europa Unita...).
L'italiano è già un'abitudine dentro la moschea di Udine. Per gli oltre dieci mila islamici presenti nel capoluogo friulano, il 90 per cento dei quali risulta praticante, ascoltare prima l'arabo delle prediche dell'imam Mohamed Erbesch, detto il 'libico', poi le traduzioni in italiano del portavoce Bouraoui Slatni, algerino, è una realtà apripista nello stivale. Nonostante in altre regioni l'iter verso la 'nazionalizzazione' della lingua usata dentro le moschee sia in ritardo, Udine riesce a fare da capofila nazionale per un'esperienza da integrazione-modello alla quale nemmeno l'Ucoii è arrivata (l'Unione delle comunità islamiche ha da poco affermato di stare ancora lavorando per l'introduzione effettiva dell'italiano in moschea). "Noi abbiamo l'abitudine di tradurre in italiano i discorsi dell'imam", fa sapere Slatni.
Tre esperti hanno riconosciuto le manie di persecuzione e i deliri di Abdelmalek Bayout, l'algerino che lo scorso marzo in via Cernaia uccise a coltellate il colombiano Walter Felipe Novoa Perez. Corrado Barbagallo, consulente del gip, Marco Stefanutti per la Procura e Rodolfo Tesei per la difesa, sono concordi nel rilevare la malattia mentale di Bayout, in passato già in terapia per i suoi problemi psichici, ma sono giunti a conclusioni diverse sulla sua capacità di intendere e volere nel momento in cui ha ammazzato Novoa Perez scambiandolo per uno dei dominicani che, qualche ora prima, lo avevano deriso e preso a cinghiate vicino all'autostazione, ferendolo al volto.
(foto usata dall'ANSA ma scattata, pare, a Pesaro...)
VENEZIA - Sono riprese alle prime luci del giorno le ricerche nelle acque di Cortellazzo di Jesolo di Dragan Cigan, il muratore bosniaco di 32 anni scomparso in mare nel pomeriggio di ieri dopo essere riuscito a salvare due fratelli di 7 e 10 anni di Roncade (Treviso) che avevano chiesto aiuto perché in difficoltà tra le onde. Le operazioni sono condotte dalla Guardia Costiera ausiliaria, la capitaneria di porto e dai vigili del fuoco. Proprio questi ultimi stanno intervenendo con l'elicottero e con gruppi di sommozzatori di Jesolo e Mestre in attesa del supporto anche dei sommozzatori dei vigili del fuoco di Vicenza. Cigan non aveva avuto esitazione nel tuffarsi in acqua appena sentite le grida dei piccoli e, come indicano oggi alcuni quotidiani, era riuscito a salvarli anche con l'aiuto di un altro soccorritore rimasto per ora sconosciuto.
Il premio per il miglior comune 'Riciclone' 2007 di Legambiente va a San Biagio di Callalta, comune trevigiano di 12.456 anime, da sempre attento alla raccolta differenziata. Tra le grandi citta' l'unica vera 'riciclona' e' Torino con il 35,7% di raccolta differenziata. Molto distanziate e non classificate sono invece Palermo, Napoli e Firenze. Male anche Milano che, nonostante una percentuale di raccolta differenziata vicina al 30%, viene superata negli indici di gestione da Roma. Una percentuale, quella raggiunta dal capoluogo lombardo, che non e' migliorata negli ultimi anni soprattutto perche' non si e' investito sulla raccolta dell'umido, osserva Legambiente. Tra i capoluoghi di provincia vince Verbania seguita da Asti e Belluno. Il Veneto che porta nella top ten della classifica di Legambiente in totale ben 9 comuni (8 nella sola provincia di Treviso). Dopo San Biagio ci sono Roncade, Preganziol, Carbonera.
Jesolo, bosniaco si tuffa con un marocchino e muore nel fiume. Il padre e la madre dei bambini ritracciati dopo dagli agenti di polizia di Nicola Pellicani
JESOLO - È annegato, risucchiato dalla corrente alla foce del Piave. Portato chissà dove dall'acqua del fiume che in quel punto, a Cortellazzo (Jesolo), incontra il mare. Ieri mattina attorno alle 12, è scomparso in un attimo Dragan Cigan di 31 anni, cittadino bosniaco, manovale a San Martino di Lupari - in provincia di Padova -, che poco prima si era tuffato in mare assieme ad un altro extracomunitario marocchino H. R. di 35 anni, per soccorrere due fratellini di sette e dieci anni , arrivati al mare con mamma e papà da Roncade (Treviso), che stavano per annegare. Alla fine i bimbi se la sono cavata, mentre Dragan non ce l'ha fatta. Ha lottato con tutte le sue forze ma un'onda se l'è portato via e non è più riuscito a guadagnare terra.
“Se erano italiani non glielo avrebbero fatto…”. Uno strano corteo a Sassuolo fra cancro, Casbah, paura e solidarietà di Daniele Barbieri
In questo sabato 2 luglio Sassuolo appare divisa: da una parte chi è solidale e dall’altra una città disinformata anzi “aizzata” dai giornalisti locali ma che dietro la paura immotivata cela forse un razzismo strisciante. Così fuori dal corteo i commenti sono in prevalenza ostili. Eppure un anziano si ostina a dire: “State sbagliando e sapete perché? Se erano italiani non dicevate così ma del resto se erano italiani non glielo avrebbero fatto uno sgombero schifoso come questo… Ma quando mai si è visto? Molti avevano comprato le case o stavano pagando i mutui, sono tutti lavoratori onesti”. Parole sagge e non solo perché l’anziano li conosce visto che abita a due passi dall’ormai famoso “palazzo verde” o come amano scrivere i giornalisti locali “la Casbah”.
Da: latinos@latinosporelmundo.org Oggetto: invito festa indipendenza della Colombia Data: 18 luglio 2007 14:34:26 GMT+02:00 Cc: recipient list not shown
ASS.LATINOS POR EL MUNDO Te invita a: Celebrar en familia nuestra mas importante fiesta patria UN INVITO A: Tutte le comunita di migranti per il giorno 21 luglio 2007 alla commemorazione del giorno della Liberazione della Colombia.
FESTA DELLA INDIPENDENZA DELLA COLOMBIA Quarta edizione
(ANSA) - ROMA,5 LUG - Il rapporto italiani-stranieri nel nostro paese si e' assestato nel 2006 su 5 immigrati ogni 100 residenti, ma forti differenze tra nord e sud. Nel nord-est il rapporto sale a 7,2 stranieri ogni 100 italiani. Lo rileva il bilancio 2006 Istat secondo cui l'incidenza degli stranieri sul totale della popolazione residente e' aumentata rispetto al 2005. Presenza immigrati sensibilmente piu' elevata nel Centro-Nord rispetto al sud:6,8% nel nord-ovest e 6,4% nel centro; nel mezzogiorno scende all'1,6%.
(ANSA) - GORIZIA 29 GIU - I carabinieri hanno perquisito due appartamenti abitati da cittadini di origine algerina a Gorizia e San Lorenzo Isontino (Gorizia). Le perquisizioni sono state fatte su incarico della Procura della Repubblica di Gorizia che ha in corso indagini preliminari per l'ipotesi di reato di di partecipazione ad associazione con finalita' di terrorismo internazionale di matrice islamica. I militari hanno sequestrato cd, libri e riviste.
IMMIGRAZIONE, «LE STRUMENTALIZZAZIONI NON AIUTANO L'INTEGRAZIONE»
Don Brianti critica i metodi della ricerca su borgo Stazione. Tante le esperienze positive delle parrocchie della zona
«Attenti alla strumentalizzazione dell’immigrazione, di qualunque parte politica». È questo il commento di don Giancarlo Brianti, parroco del Carmine, la parrocchia di Borgo Stazione, sulla ricerca curata da Marco Orioles dell’Università di Udine e presentata sabato a «UdineSolidale» dalla quale emerge che il 30% dei residenti della zona è un immigrato.
Ci sono tanti stranieri, certo, ma l'insicurezza di Borgo stazione, più che concreta, è un problema di percezione del diverso. Almeno a sentire i partecipanti alla presentazione di uno studio fatto sul quartiere, che si è tenuta ieri in Piazza Duomo nell'ambito di Udine Solidale. La ricerca è stata condotta da Marco Orioles, docente dell'ateneo, che ha definito questa zona la "Casbah di Udine", «un quartiere che lancia messaggi inquietanti - ha spiegato il professore - ma dove allo stesso tempo ci sono molti fermenti positivi d'integrazione».
Come per esempio l'associazione Borgo Magnolie che raccoglie i commercianti della zona: «Rappresenta 37 negozi, sia di italiani che di stranieri - ha spiegato Aziz Hosam, uno dei componenti -. Su 60 esercizi presenti nell'area, circa il 15 per cento è di stranieri: un centro commerciale a cielo aperto. La diversità non ci deve mettere paura: noi abbiamo investito i nostri capitali nei negozi e se la gente non viene, è un danno anche per noi. Organizziamo qualche manifestazione, per far capire com'è veramente la realtà».
Il sociologo Orioles: preoccupa la mancanza di regole, ma ci sono opportunità d’incontro e integrazione»
Ghanesi, cinesi, albanesi, romeni, ma anche bengalesi, ucraini, indiani. Sono le nazionalità maggiormente presenti in Borgo stazione che sempre di più si sta trasformando in un quartiere multietnico: un cittadino su tre residente nelle principali vie che si sviluppano attorno alla stazione infatti è straniero, ma in alcune vie si arrivano anche a percentuali del 45% come nel caso di viale Europa Unita. Senza contare gli stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza italiana e quelli non registrati che dimorano nel quartiere senza però essere residenti. La percentuale reale delle presenze potrebbe quindi arrivare anche al 40%.
A colloquio con Arminda Hitaj, presidente dell’Ucai, l’unione delle comunità degli stranieri che vivono in provincia
di Federica Barella
Le storie di donne immigrate; i frammenti di vita di una seconda generazione sempre più attaccata e radicata alla sua nuova terra; i problemi di chi ha ancora bisogno di consigli su tutto; e le aspirazioni di chi ormai è capace di “volare con le proprie ali”. Arminda Hitaj, 39 anni, albanese, da dieci a Udine, mediatrice culturale e presidente dell’Ucai (l’unione delle comunità e delle associazioni di immigrati) ogni giorno vive sulla sua pelle tutto ciò. E di fronte ai fatti di cronaca anche più recenti non si tira indietro a chi le chiede un’opinione.
UDINE - Picchiata dal padre perchè rifiuta un matrimonio già combinato nel paese d’origine, e per essersi trovata un fidanzatino: il fatto è avvenuto a Udine, vittima una ragazza di 16 anni di origine indiana, che è stata affidata a una comunità protetta del capoluogo friulano. La sedicenne si era presentata in classe con numerosi lividi sul corpo, rivelando che il padre l’aveva percossa con un bastone. L’uomo è stato denunciato.
il sorpasso dell'islam: 1,3 miliardi di musulmani orazio la rocca, la repubblica, 20 maggio 2007
CITTÀ DEL VATICANO - "Sorpasso" musulmano sui cattolici. Nel mondo, i seguaci di Maometto sarebbero schizzati a un miliardo e 322 milioni staccando di oltre 100 milioni di unità i fedeli della Chiesa di Roma, fermati a un miliardo 115 milioni. E' quanto emerge dalle ultime rilevazioni relative all'anno 2005 del World Christian Database (Wcb), un istituto demoscopico statunitense specializzato nello studio delle statistiche religiose. Un dato, però, parzialmente contestato dalle autorità vaticane e da analoghe ricerche statistiche prodotte dall'Annuario Pontificio 2007 dove risulta che i cattolici nel mondo fino a tutto il 2005 erano 1 miliardo e 145 milioni, con un incremento del 6,7 per cento rispetto a 5 anni prima, l'anno del Grande Giubileo del 2000.
Per gli analisti del Wcb la crescita delle comunità musulmane rispetto ai cattolici sarebbe, tuttavia, una tendenza "ineluttabile" legata alle dinamiche demografiche che favoriscono i Paesi islamici, notoriamente a più alto tasso di natalità rispetto alle aree del mondo nelle quali prevalgono i cristiani e, in particolare, i cattolici. Tra i musulmani la comunità largamente maggioritaria è quella sunnita con un miliardo 152 milioni di credenti, contro una minoranza sciita di circa 170 milioni.
Udine. Cresce il numero di immigrati in Friuli Venezia Giulia, circa 85 mila stranieri, ma secondo le stime si arriverà a 100 mila entro la fine del 2008. È quanto emerge dall’analisi sullo stato dell’immigrazione in regione presentato ieri nel corso della Conferenza regionale sull’immigrazione della Cgil, che si è svolto nella sede udinese del sindacato. Un incontro organizzato in occasione della Giornata internazionale contro la discriminazione razziale, al quale è intervenuto, tra gli altri, anche l’assessore regionale alle Identità linguistiche e migranti, Roberto Antonaz.
Assomiglia sempre di più a una battaglia personale quella proclamata dal consigliere comunale Diego Volpe Pasini (Sos Italia) contro il Centro islamico di via del Vascello. Da mesi, da anni, domanda vuoi la chiusura del Centro, vuoi l’allontanamento degli islamici, vuoi più controlli. Adesso si è incamminato una volta di più verso la direzione della Procura della Repubblica dove ha depositato una denuncia contro il Centro e i suoi responsabili con l’ipotesi di favoreggiamento nei confronti dell’algerino che ha tagliato la gola al colombiano in via della Cernaia.
La decisione è maturata nel contesto di j’accuse che vede contrapporsi da tempo il consigliere comunale contro la comunità musulmana. “Non è questione di essere ‘contro’ qualcuno, bensì di far rispettare le leggi del nostro paese”, chiarisce Volpe Pasini che non può sopportare le dichiarazioni fatte dal portavoce Mohammed Erbesh. “Loro non vogliono prendere le distanze dall’algerino?”, si chiede retoricamente Pasini, e allora “io li denuncio per favoreggiamento”. Detto, fatto. Le domande che si pone Pasini riguardano il comportamento tenuto dai responsabili del Centro: “L’algerino, sporco di sangue, si è cambiato e lavato nella moschea di via del Vascello, possibile che nessuno l’abbia visto? Non solo. Come mai nessuno ha provveduto a denunciarlo alle forze dell’ordine?”. Insomma per il consigliere comunale il disegno tramato dai musulmani era quello di “coprire il confratello”. Naturalmente, non resta indifferente la comunità friulana che rilancia e contrattacca: “Non vogliamo nemmeno stare ad ascoltare queste affermazioni”, precisa Bouraoui Slatni. E a riprendere questa linea d’azione è anche l’imam Mohammed Erbesh che ricorda come “fin dall’inizio abbiamo collaborato con la Polizia”. I responsabili del Centro si sentono vittima di un attacco strumentale che “non ha ragione d’esistere”. In questo modo, “si vuole gettare discredito contro di noi, noi che siamo vittima dell’episodio, non certo complici”. Intanto, l’appello della comunità è che si ritorni a un clima di moderazione e di rispetto della verità.
COMPAGNON. - Al Ministro dell'interno. - Per sapere - premesso che: l'efferato omicidio in Via della Cernaia è l'ultimo di una serie di fatti criminosi che si stanno registrando nella città di Udine;
Passano le ore ed il caso dell'omicidio di via Cernaia si fa sempre più chiaro tanto che l'udienza di convalida del fermo di Abdelmalek Bayout, operaio algerino di 37 anni residente a Udine, prevista per domani dovrebbe essere praticamente una formalità.
In ogni caso l'algerino avrebbe già fatto ampie ammissioni e vi sarebbero solo da chiarire alcuni particolari soprattutto sulle modalità della piccola rissa che sarebbe ilo movente dell'omicidio di Walter Felipe Novoa Perez (32), il cittadino colombiano trovato morto sgozzato sabato scorso all'imbocco del sottopasso che davia Cernaia porta alla stazione ferroviaria del capoluogo friulano.
E' stato barbaramente sgozzato nel tardo pomeriggio di sabato scorso all'uscita del sotto- passo che dalla stazione ferroviaria porta in via Cernaia in piena città di Udine, un cittadino colombiano Walter Felipe Perez Novoa 32 anni residente nel capoluogo friulano con regolare permesso di soggiorno. L'assassino lo attendeva con un coltello chein un primo tempo non era stato ritrovato nonostante una battuta nella zona durata fino a tarda notte.
Un colombiano di 32 anni è stato trovato senza vita nei pressi della stazione centrale di Udine. L’uomo, conosciuto dalle forze dell’ordine per alcuni precedenti penali, presentava diverse ferite al collo. Dalla prime informazioni sembra che l’uomo sia stato ucciso al culmine di una violenta lite che la vittima ha avuto con altri due uomini, poi fuggiti. [televideo]
Un colombiano di 32 anni, Walter Felipe Perez, conosciuto dalle forze dell’ordine per precedenti penali legati allo spaccio si sostanze stupefacenti, è stato trovato morto sgozzato questa sera in un sottopassaggio nei pressi della stazione centrale di Udine.
S.E.Rev.ma Card. Angelo Scola Presidente Conferenza Episcopale Triveneta
Loro Eccellenza, Vescovi del Nord Est
Le Comunità islamiche e gli Imam dei centri culturali Islamici del Triveneto esprimono il loro vivo ringraziamento e gratitudine per il messaggio di augurio rivolto, in occasione del mese sacro di Ramadhan 2006, dalla Conferenza Episcopale Triveneta ai Musulmani del Nord Est d'Italia. Il messaggio letto e diffuso in vari centri di preghiera della Comunità islamica è stato molto apprezzato dai fedeli Musulmani e ha riacceso speranze di intesa, di dialogo e di pace . Questa iniziativa vostra, conferma per noi Musulmani ciò che il Corano ci ha insegnato: ''troverai che i più prossimi all'amore per i credenti sono coloro che dicono, in verità siamo nazareni, perché tra loro ci sono uomini dediti allo studio e monaci che non hanno alcuna superbia'' (Versetto 82 Sura V).
Si deve dire grazie al Papa se anche a Udine è scoppiato un ‘caso Islam’, abbondantemente tenuto acceso, sviscerato e analizzato per cercare di fissarne l’identikit. Dopo le parole del Pontefice Benedetto XVI, pronunciate nell’ormai storico discorso a Ratisbona, si sono sollevate in coro tutte le comunità sparse sullo stivale e Udine, dove gli islamici sono circa 9 mila secondo la stima del direttivo musulmano (20 mila in tutta la Regione stando all’ultimo rapporto Caritas sui migrantes), non poteva fare eccezione.
La maggioranza degli islamici che vivono a Udine sono impiegati nelle fabbriche, ma sta crescendo la quota dei lavoratori in proprio, soprattutto artigiani. I negozi in cui si vendono i prodotti tipici della cucina islamica e le carni macellate secondo tradizione sono poco meno di una decina, fra Udine (zona via Roma, via Battistig) e provincia (Torviscosa e Codroipo).
"Allah uccide i figli dei popoli civili! Dio tu esisti?". Una scritta al computer, in stampatello maiuscolo, stampata su almeno una cinquantina di rettangoli di carta tagliati con le forbici. Una scritta che ha fatto gelare il sangue a molti ieri mattina presto, quando sono comparsi, sparpagliati a terra in via Roma, il cuore della cosiddetta "kasbah" udinese, all'angolo con via Battistig, soprannominata dagli stessi immigrati "rue d'Alger", per la fitta presenza di negozi e locali gestiti da nordafricani del Maghreb.
Ma Anna Mazzolini, referente udinese di "Un ponte per...", in queste ore di ansia per la sorte delle sue amiche e colleghe, le due Simone che considerava «come due sorelle», non se la sente di condannare nessuno. «Non me la sento di prendere posizioni. Il mio primo pensiero adesso è la salvezza di Simona Pari e Simona Torretta e dell'ingegnere iracheno Raad. Hanno scritto che sono morti, ma quelle rivendicazioni possono anche essere false. Io sono e resto per la pace. Adesso, assieme a don Pierluigi Di Piazza e don Andrea Bellavite stiamo pensando di organizzare una preghiera comunitaria fra le varie religioni, coinvolgendo anche Udine. Mi sembra questa la risposta giusta: molto più valida di tante parole».