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20 Settembre 2007

LETTURE
L'isola della ninfa Calipso (canto V, 85-115)
E ad Ermes chiedeva Calipso, la divina tra le dee, facendolo sedere su di un seggio splendido, colorato: "Come mai sei venuto qui, o Ermes, mio ospite venerato e caro? Prima almeno non ci venivi spesso. Dì quello che hai in mente di comunicarmi. Ben volentieri io son disposta a farlo, se posso e se è cosa da farsi. Ma vieni avanti con me, voglio porgerti i doni ospitali". Così parlava la dea; e gli pose dinanzi una mensa, la colmava di ambrosia, mescolò il rosso nettare con l'acqua. Ed egli beveva e mangiava, il messaggero Argicida.
Dopo che ebbe finito di pranzare e si fu ristorato, le disse: "Mi domandi perché venni qui, tu che sei una dea e a un dio lo chiedi. Ebbene te lo dirò questo messaggio con esattezza, giacché lo vuoi. Zeus me l'ordinò di venire qui: io non ne avevo voglia. E chi attraversa volentieri tanta acqua che non ha fine? E poi non c'è neanche qui nelle vicinanze una città di mortali che compiono sacrifici agli dei e scelte ecatombi. Ma davvero, credimi, non può un altro dio trasgredire la volontà di Zeus egioco nè ignorarla. Egli dice che c'è da te un uomo, il più infelice fra tutti gli altri. Eì uno di quegli uomini che combattevano per nove anni intorno alla città di Priamo e nel decimo anno la distrussero e se ne andarono a casa: ma nel ritorno offesero Atena e la dea suscitò contro loro un vento maligno e ondate lunghe. Allora tutti gli altri perirono, i suoi valorosi compagni d'arme; lui invece il vento e l'onda lo portavano attraverso il mare e lo spinsero qui, a questa isola. E ora Zeus ti comanda di mandarlo via, costui, di lasciarlo andare al più presto. Non gli tocca morire qui lontano dai suoi cari, ma è destino per lui di rivederli ancora e giungere nella casa dall'alto tetto e nella terra dei padri".
da: Odissea, a cura di G. Tonna, Garzanti, Milano 1968
Scheria, l'isola dei Feaci (canto V, 269-280)
Lieto del vento, distese le vele Odissseo luminoso.
Così col timone drizzava il cammino sapientemente,
seduto: mai sonno sugli occhi cadeva,
fissi alle Pleiadi, fissi a Boòte che tardi tramonta,
e all'Orsa, che chiamano pure col nome di Carro,
e sempre si gira e Orione guarda paurosa,
e sola non ha parte ai lavacri d'Oceano;
quella infatti gli aveva ordinato Calipso, la dea luminosa,
di tenere a sinistra nel traversare il mare.
Per diciassette giorni navigò traversando l'abisso,
al diciassettesimo apparvero i monti ombrosi
della terra feacia...
da: Odissea, a cura di R. Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino 1963
I racconti alla corte di Alcinoo: i Ciconi (canto IX, 37-81)
Ma ora voglio narrarti il mio tormentato ritorno, quello che Zeus mi inflisse quando da Troia salpai. Da Ilio il vento, spingendomi, mi avvicinò ai Ciconi, a Ismaro, dove devastai la città, sterminai gli abitanti. Le spose e molte ricchezze rapimmo dalla città e le spartimmo, perché nessuno mi ssalpasse privato d'equa porzione. Allora ordinai che fuggissimo con agile piede, ma loro, gli stolti, non obbedirono. E molto vino lì fu bevuto e molti greggi sgozzavano lungo la spiaggia e buoi dal passo strascicato e dalle corna ricurve. Intanto andarono i Ciconi a chiedere aiuto ai Ciconi che erano loro vicini, più folti e più forti, e che abitavano nell'interno, esperti a combattere contro i nemici dai carri o, alla bisogna, appiedati. E vennero al mattino quante sono le foglie e i fiori che spuntano a primavera: allora la mala sorte voluta da Zeus si accostò a noi sventurati perché soffrissimo molti dolori. Schieratisi presso le navi veloci, attaccavano battaglia: si lottò con le aste dalla punta di bronzo. Finché fu mattina e cresceva il sacro giorno, resistemmo respingendoli anche se erano più numerosi, ma quando il sole volse all'ora in cui si staccano i buoi, allora i Ciconi sopraffecero gli Achei volgendoci in fuga. Per ogni nave morirono sei compagni dai forti schinieri: noi altri sfuggimmo al destino di morte.
Di lì navigammo oltre affranti in cuore, lieti d'essere scampati alla morte ma avendo perduto cari compagni. Né si spinsero oltre le navi agili a virare prima che per tre volte gridassimo il nome di ciascuno dei miseri compagni che erano morti nella pianura abbattuti dai Ciconi. Contro le navi Zeus adunatore di nuvole sollevò Borea con raffiche inaudite e avvolse di nembi terra e mare: notte sorse dal cielo. Le navi correvano oblique, la forza del vento ne squarciò le vele in tre o quattro brandelli. Temendo la fine, le raccogliemmo sul ponte e a forza di remi spingemmo le navi fino al lido. Lì restammo due notti e due giorni di seguito, mangiandoci il cuore di stanchezza e dolore. Ma, quando Aurora dai riccioli belli recò il terzo giorno, drizzammo gli alberi e issammo le candide vele e sulle navi sedemmo: le dirigevano il vento e i timonieri. E sarei giunto incolume alla terra dei padri, ma doppiando il capo Malea l'onda e la corrente e Borea mi deviarono la rotta spingendomi lungi da Citera.
da: Odissea, a cura di F. Ferrari, Utet, Torino 2001
Alla corte di Alcinoo: i lotofagi (canto IX, 82-104)
Per nove giorni fui trascinato dai venti funesti sul mare ricco di pesci. Il decimo giorno approdammo alla terra dei Lotofagi, i mangiatori di loto. Sbarcammo sulla riva e facemmo provvista d'acqua, i compagni presero il pasto presso le navi veloci. Ma quando ci fummo saziati di cibo e bevande, allora io ne mandai alcuni a informarsi chi fossero gli uomini che vivevano su quella terra: scelsi due uomini, terzo aggiunsi l'araldo. Ed essi si allontanarono e presto giunsero tra i Mangiatori di loto. Non tramarono morte ai miei compagni, i Lotofagi, anzi offrirono loro da mangiare del loto. E quelli che mangiarono il dolce frutto non volevano più ritornare a dare notizie, volevano invece restare là insieme ai Lotofagi, a mangiare loto dimenticando il ritorno. Alle navi li trascinai, a forza, piangenti, e sotto coperta li legai alle concave navi. E agli altri fedeli compagni ordinavo di salire in fretta sulle navi veloci perchè qualcuno non mangiasse del loto e scordasse il ritorno. Essi salirono in fretta e sedettero ai banchi, e, l'uno accanto all'altro, battevano il mare coi remi.
da: Odissea, a cura di M.G. Ciani, Marsilio, Venezia 1994
COMMENTO
da: Bérard J., La colonisation grecque de l’Italie méridionale et de la Sicile dans l’antiquité. L’histoire et la légende, Presses Universitaires de France, Paris 1957 (tr. it. La Magna Grecia, Einaudi, Torino 1963): pp. 307-11.
(...) Nel suo lungo errare per i mari occidentali, l’eroe “molto paziente” si spinge fin nel mare della Libia, dov’è l’odierna Gerba, presso i Lotofagi; e si spinge ancor più oltre fino al lontano stretto di Gibilterra, soggiornando presso la dea Calipso, per tornare infine alle soglie dei mari achei, a Corcira (Corfù), l’isola dei Feaci, da dove i marinai del buon re Alcinoo lo ricondurranno nella sua isola natale, Itaca. Ma lo scenario degli altri suoi viaggi sono le coste italiane.
Ai nostri giorni si è cercato di localizzare con precisione questi vari episodi dei Racconti alla corte di Alcinoo: con un certo successo, giacché le descrizioni geografiche che vi si trovano corrispondono ancora in misura notevole a quello che è lo stato attuale dei diversi luoghi. Se vogliamo seguire le identificazioni proposte da Victor Bérard, il paese dei Lestrigoni si trovava nella parte settentrionale della Sardegna, sulle bocche di Bonifacio: Porto Pozzo è lo stretto e profondo calanco dove Ulisse perse tutte le navi fuorché la propria; non lungi c’è il capo dell’Orso, nome che rende forse quello della fonte Artakaie.
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18 Settembre 2007
Estratti da:
la migrazione dei rom dall'india verso occidente
da: F. Cozannet, Gli zingari. Miti e usanze religiose, Jaca Book, Milano 1975: pp. 24-29
(...) Se esiste un popolo le cui origini sono rimaste a lungo misteriose, questo popolo sono gli zingari. Si può anche dire che il mistero di tale origine è stato sistematicamente alimentato da un certo numero di occidentali, che si sono compiaciuti nel proiettare su questo popolo una certa loro sete del misterioso, del meraviglioso per non dire del fantastico, e dagli stessi zingari che a volte ci trovavano qualche vantaggio.In effetti è facile da comprendere come l'improvviso arrivo in Europa, a piccoli gruppi, a partire dal secolo XV, di questi nomadi dalla strana fisionomia non potesse che generare curiosità mista a diffidenza. Il loro aspetto fisico (il più delle volte bruno e abbronzato), le loro particolari usanze, la loro selvaggia libertà, la loro lingua incomprensibile, gli svariati nomi con cui si autodefinivano, tutto ciò costituiva un'ottima base per le leggende più inverosimili riguardo all'origine e alla natura deli zingari. (...) i nomi rivendicati da molti di loro evocano prepotentemente il mistero orientale, in particolare quello di egiziani (egitanos e gitanos in spagnolo, egypsies e gypsies in inglese) e soprattutto quello di zigani o zingari, derivante da un'antica setta eretica dell'Asia minore, gli atsingani (termine che divenne zigeuner in tedesco, cingan in francese antico e tsigane in francese moderno). E' comprensibile che gli zingari avessero interesse ad attribuirsi simili origini misteriose; avendo interesse a farsi accogliere da popolazioni sedentarie diffidenti, attribuendosi origini fantastiche, essi non potevano che attirarsi rispetto e generose accoglienze.
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13 Settembre 2007
rielaborazione di: Marco Orioles, Chi vince a scacchi tra Bush e bin Laden? Uno sguardo allo humour sull’11 settembre, in Bechelloni G., Natale A.L. (a cura di), Narrazioni Mediali dopo l’11 settembre. Dialoghi e conflitti interculturali, Mediascape Edizioni, Roma 2003
1. QUALE 11 SETTEMBRE?Di che parliamo quando diciamo 11 settembre? Parliamo degli edifici, o di chi c’era dentro? Parliamo di New York o includiamo Washington, e un aereo caduto da qualche parte in Pennsylvania? Parliamo del significato politico, simbolico, o della materia di carne, ossa, cemento, acciaio, vetro… Includiamo gli attentatori e il loro suicidio, o li teniamo fuori? E che emozioni mettiamo in campo quando diciamo questo nome – dolore, rabbia, vendetta, solidarietà, amore, patriottismo, rivincita, incredulità, ammirazione, pietà…? (Portelli, 2002, VIII).
Per introdurre il nostro intervento abbiamo scelto di partire da lontano. E di affidarci ad un brano estratto dallo sterminato corpus bibliografico sull’11 settembre 2001. Un corpus in cui, più delle non rare affermazioni apodittiche, a colpire la nostra attenzione sono i numerosi interrogativi. Quello posto da Portelli - «di che parliamo quando diciamo 11 settembre?» - è senza dubbio uno dei più spinosi. Ma è un quesito con cui dobbiamo fare i conti se, volgendo lo sguardo ai fatti principiati in quella mattina di fine estate, non vogliamo accontentarci di definizioni calate dall’alto, ufficiali, probabilmente lontane dal sentire comune.Cosa è stato allora l’11 settembre, per gli abitanti del villaggio planetario: per tutti coloro cioè che hanno visto la «terribile realtà seguita in diretta da telecamere sbigottite» (Grasso, 2001) e l’impensabile didascalia che l’ha accompagnata: «America under attack»? E cosa hanno suscitato gli eventi delle settimane successive, quando questa guerra inedita - una guerra «globale» (Galli, 2002) e «senza limiti» (Liang e Xiangsui, 2001) – si spostava inesorabilmente in Asia centrale, salvo tornare poi al punto di partenza, sotto la terrificante veste dell'«untore» postale: l'uomo mai trovato delle lettere all'antrace (Barnaby, 2001)?
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25 Agosto 2007
Da: Marco Orioles, Democrazia: radici, problemi, prospettive in Dialogo sulla democrazia di A. Comelli e Marco Orioles, Il Leonardo, Pasian di Prato 2008 )in corso di pubblicazione)
Più che sui gesti clamorosi e rari che i libri di storia amano raccontare, la democrazia si impernia su tante, piccole dosi di routine. Il motore della democrazia, se posso esprimermi in questo modo, funziona a diesel. Vero, purché si ammetta che non sempre è così.
La democrazia si baserà anche su un basso continuo di impegni e scadenze. Ogni tanto però la storia le tende un’imboscata. Allora il nostro buon senso incontra i suoi limiti, costretto com’è a constatare che la macchina si è bloccata. Per farla ripartire, occorre una spinta. Ci vuole l’energia straordinaria che solo uomini straordinari possiedono. Ci vogliono, in una parola, degli eroi.
Dobbiamo farci a questo punto una domanda: le democrazie sanno rispondere alle chiamate della storia? L’ordinaria mediocrità su cui si imperniano è in grado, nel momento del bisogno, di sfornare degli eroi? Chiunque ne conosca le vicissitudini risponderà senza esitazioni che, sì, le democrazie sanno superare le emergenze. Una democrazia sana possiede gli anticorpi con cui debellare anche le minacce più insidiose. Vuoi delle prove, anzi, dei nomi? Te ne posso fare quaranta.
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04 Agosto 2007
Da: Marco Orioles., Vecchie e nuove diversità del Friuli Venezia Giulia, Università degli Studi di Udine, Dipartimento di Economia, Società e Territorio, giugno 2006

Valvasone, Friuli Venezia Giulia, Italy
Presenze in crescita
L’immigrazione straniera in Friuli Venezia Giulia si presta a letture diverse e ramificate. Qualunque analisi non potrà però che partire da un elemento: le proporzioni imponenti raggiunte dal fenomeno [1]. Si prenda un dato semplicissimo: i cittadini stranieri iscritti in anagrafe al primo gennaio 2005 (58.915) [2].
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07 Luglio 2007
Marco Orioles recensisce: Sabino Acquaviva, L’eclissi dell’Europa. Decadenza e fine di una civiltà (Editori Riuniti, Roma 2006)
Università degli Studi di Udine, Dipartimento di Economia, Società e Territorio, luglio 2006
Tutti ricordiamo la parabola di Cassandra, la profetessa cui «nessuno credeva» [Kereny 1989: 538]. Ebbene, dopo aver letto L’eclissi dell’Europa ci auguriamo di non aver trovato la Cassandra dei nostri tempi.
Il vaticinio del sociologo padovano Sabino Acquaviva non è infatti meno funesto di quello annunciato ai troiani dalla figlia di Priamo. «L’Europa», scrive Acquaviva, «sembra avviarsi sulla strada che probabilmente la porterà fuori dal futuro. Il futuro non sarà nostro, ma di altre civiltà». Secondo il sociologo, non abbiamo molte speranze. «Se tutto continuerà così […] siamo destinati a diventare, come è successo ad altre civiltà, e penso alla Grecia, un’appendice del mondo, o – più tardi – un ricordo di cui si occuperanno i libri di storia».
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05 Luglio 2007
Rielaborazione di: Marco Orioles, Dal commercio ambulante ai nuovi operai: un quadro sintetico dell’inserimento lavorativo degli immigrati stranieri in Italia, in Bellencini Meneghel G., Lombardi D. (a cura di), Immigrazione e Territorio, Patron Editore, Bologna 2002
Il punto zero del nostro discorso si trova all'inizio degli anni Settanta del secolo scorso. E' il momento in cui un primo e consistente nucleo di cittadini di paesi esterni all'allora Comunità Economica Europea comincia ad insistere sul territorio italiano con una certa regolarità [AaVv, 1990; Cocchi, 1990; Macioti e Pugliese, 1991]. Tale fase pionieristica presenta purtroppo delle opacità che impediscono una ricostruzione precisa e dettagliata. Tutt’altro che inspiegabile, questo deficit analitico mette a nudo alcuni elementi di grande interesse, gli stessi che hanno fatto dell’Italia un caso sui generis nel panorama migratorio internazionale.
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05 Luglio 2007
Da: Marco Orioles, GxG: una comunità telematica di giovani per i giovani, Rapporto di ricerca, Università degli Studi di Udine, Dipartimento di Economia, Società e Territorio, dicembre 2003
Correva l’anno 1983, quando la rivista americana Time nominò “uomo dell’anno” un personal computer. Allora, una simile scelta poteva sembrare anomala se non bizzarra. Col senno di poi, invece, la mossa della redazione del celebre magazine a stelle e strisce ci pare assolutamente azzeccata, o meglio ancora, lungimirante.
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04 Luglio 2007
Rielaborazione di: Marco Orioles, I vecchi e nuovi volti della comunicazione, in Tellia B. (a cura di), Comunicare, Forum, Udine 2006
(...)
Sebbene la «ciberdemocrazia» sia probabilmente un miraggio lontano, gli attuali cambiamenti nel mondo della comunicazione hanno già fatto sentire i loro effetti, intimandoci se non altro di rivedere un vecchio e consolidato precetto: informazione è potere. Secondo il giornalista americano Thomas Friedman [2001], questo assunto deve essere quanto meno riformulato, visto e considerato che le nuove tecnologie, i nuovi media, fanno entrare in scena addirittura dei «superpoteri». Facoltà straordinarie che, per l’appunto, sono la conseguenza di usi innovativi, spesso spregiudicati ma soprattutto sempre più estesi della risorsa "informazione".
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04 Luglio 2007
Marco Orioles, Le mille globalizzazioni: alla ricerca di una bussola
Il Calamo, Roma 2008

Prologo
«Uno spettro si aggira per l’Europa». Un testo che si apre così, si potrebbe pensare, sarà di sicuro un thriller. E in effetti, come ben sapete, lo è. Annunciato nella prima pagina del Manifesto del Partito Comunista (1848), quel fantasma provocò numerose notti insonni alle vecchie classi dirigenti d’Europa.
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21 Giugno 2007
Da: Marco Orioles, Le mille globalizzazioni: alla ricerca di una bussola,
Il Calamo, Roma 2008 (vai alla Parte I)
II: politica globale?
Che si dia loro credito o meno, molti studiosi ritengono che lo stato nazionale non sia più il luogo dell’identità. Uguale discorso, a quanto pare, può essere fatto per la politica.
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20 Giugno 2007
Da: Marco Orioles, Opinioni a confronto. La stampa americana e l’intervento in Iraq, Università degli Studi di Udine, Dipartimento di Economia, Società e Territorio, giugno 2004: pp. 140-145.
Sull’11 settembre è stato già detto tutto, e anche chi scrive si è espresso in più occasioni [Orioles, 2002, 2002a, 2003 e 2003a]. Un breve riepilogo degli elementi salienti per noi sarà comunque utile. Potremmo trarre le fila da una constatazione assai comune, compiuta in questo caso dal nostro Giovanni Sartori: sulle «due Torri di Manhattan e sul Pentagono di Washington noi abbiamo visto la guerra santa in azione» [Sartori, 2001: 28].
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20 Giugno 2007
Da: Marco Orioles, Democrazia: radici, problemi, prospettive in Dialogo sulla democrazia di A. Comelli e Marco Orioles, Il Leonardo, Pasian di Prato 2007in corso di pubblicazione: pp. 85-91
[…] un giorno conversando col Re, e accadendomi di dirgli che avevamo parecchie migliaia di libri sull’arte del governare, egli, contrariamente a quel che mi ripromettevo, si formò del nostro ingegno una idea bassissima. Dichiarò che abominava e disprezzava, sia in un principe sia in un ministro, ogni forma di mistero, di raffinata scaltrezza e d’intrigo. Non aveva senso per lui quel che io chiamavo segreto di stato, quando un nemico o una nazione rivale non fossero il ballo. Limitava l’arte del governare entro confini angustissimi: al buon senso e alla ragione, alla giustizia e all’equità, al giudizio sollecito delle cause civili e penali, e ad altri ovvii negozi che non mette conto prendere in considerazione. Diceva d’esser persuaso che chi riusciva a far crescere due pannocchie, o due fili d’erba in una zolla in cui prima ne cresceva uno solo era più benemerito dell’umanità e rendeva maggiore servizio al proprio paese che non tutta la razza dei politicanti messi insieme. (J. Swift, I viaggi di Gulliver)
Se la razza dei politicanti ragionasse come questo Re, caro Albino, la nostra discussione non sarebbe mai cominciata. Fortunatamente, non è così. L’arte di governare va coltivata, eccome, nel nostro mondo. È un esercizio che, per lo meno, ci aiuterà a capire la lezione che hai opportunamente ricordato per noi: «il potere tende a corrompere l’animo di chi governa, o almeno a renderlo più spericolato e spregiudicato».
Verissimo. Il potere corrompe, diceva Lord Acton, e il potere assoluto corrompe assolutamente.
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19 Giugno 2007
Da: Marco Orioles, Falchi e colombe. La guerra in Iraq vista dal New York Times e dal Washington Post, 2008 (in corso di pubblicazione)
(...)
L’Europa fotografata dai sondaggi del 2002 e 2003 restituisce segnali eloquenti [Pew Research Center for the People & the Press, 2003]. La contrarietà alla guerra all'Iraq che la Casa Bianca sembra voler scatenare è forte e diffusa, anche nei paesi i cui governi sono dichiaratamente al fianco degli Stati Uniti. Questo dato si ricollega ad indicatori di altro tipo e non meno preoccupanti. I segni della solidarietà post-11 settembre appaiono definitivamente scomparsi, cedendo il posto ad una massiccia disapprovazione della politica del presidente George W. Bush. Ma è soprattutto l’immagine complessiva degli Stati Uniti a mostrare una sostanziale erosione. Non sono in pochi a barrare, dopo la relativa domanda del sondaggio, la casella «molto sfavorevole». Significativamentem, crescono anche quanti vorrebbero una maggiore indipendenza europea dall’alleato americano.
Sono numeri che pesano. Ma in un mondo che si nutre soprattutto di immagini, contano forse di più le riprese mostrate dai teleschermi di tutto il pianeta il 15 febbraio del 2003. Le affollate manifestazioni di piazza tenutesi in parecchi paesi del mondo, sotto l'insegna del redivivo arcobaleno della pace, spingeranno il New York Times a parlare di uno scontro tra due «superpotenze»: l’America e l'«opinione pubblica mondiale» [Tyler, 2003].
Sulle pagine del Financial Times il direttore di Foreign Policy riflette su questi accadimenti, ravvedendovi i sintomi della diffusione di un pernicioso antiamericanismo «light» [Naìm, 2003]. I fermenti che hanno attraversato le strade del mondo qualche giorno prima sarebbero cioé espressione, a detta di Naìm, di una versione più morbida dell’antiamericanismo «hard», caratteristico di coloro che, ad esempio, sono disposti ad immolarsi nel nome dell’ostilità verso il Satana statunitense. Ma questa versione più moderata di antiamericanismo non deve ritenersi affatto, secondo Naìm, innocua né senza conseguenze. Il rigetto istintivo e pregiudiziale verso le azioni internazionali a guida americana non offre a suo giudizio alcun beneficio per nessuno. L’impegno degli Stati Uniti non sarà infatti «la migliore ricetta per i problemi internazionali, ma è spesso l’unica disponibile. Gli americani medi hanno già molte difficoltà a capire per quale motivo essi debbano reggere il carico di essere lo sceriffo del mondo e non ricevere alcuni rispetto in cambio».
La riflessione di Naìm è rivelatrice dell’impazienza che prende piede in America. La sua compostezza appare in questo senso poco rappresentativa. Altre voci si dimostrano assai meno contenute, eradicando dalla discussione ogni traccia politically correct. Molte attingono ad esempio dalla cronaca una cartuccia esplosiva, rilevando come «la vista di milioni di manifestanti antiguerra per le strade delle capitali del mondo aveva convinto il governo iracheno che l’opinione pubblica avrebbe dissuaso gli Stati Uniti dall’attaccare» [MacFarquhar, 2003]. Altre preferiscono farsi beffe dello slogan più popolare delle piazze, che denuncia le mire americane sul petrolio iracheno. Come dire: se proprio non avete meglio da fare che riciclare la vecchia battuta di Dan Wassermann, secondo cui gli americani nel 1991 decisero di muovere guerra a Saddam «per il principio che ci è più caro: sei chilometri al litro», fate pure [Kiwan e Cristiano, 1991: 16].
Altre ancora prendono di mira le diffuse simpatie europee per la causa palestinese, notando causticamente l’assenza di altrettanta empatia verso la controparte israeliana. Si critica inoltre l’ostilità troppo volte preconcetta dell'opinione pubblica e di molti politici europei verso il governo israeliano e le sue sofferte e spesso drammatiche scelte militari. Riflettendo su questa situazione, un osservatore rileverà come il potente, secolare stereotipo antisemita di fattura scespiriana, l'aguzzino Shylock, sia stato ormai soppiantato da un modello radicalmente nuovo: il «Rambo ebreo» invincibile sul campo e odioso per questo [Goldhagen, 2003]. Su altri versanti, si preferisce irridere le perenni illazioni circa la cosiddetta lobby ebraica e l’influenza esercitata sul governo americano [Gomel, 2003]. Consapevole di essere al momento il principale bersaglio di questa araba fenice delle teorie cospiratorie, il gruppo dei neoconservatori celia. Sì, molti tra le nostre fila sono ebrei. Per questo, ironizza David Brooks dell'iperneoconservatore Weekly Standard, abbiamo deciso di chiamarci «Asse della Circoncisione» [cit. in Hagan, 2004: 123].
La goccia che fa traboccare il vaso dell’antieuropeismo verrà comunque dalle posizioni e dichiarazioni dei governi europei. La questione irachena si convertirà in effetti in una vera sfida europea all'America, sebbene nell'ambito di una faida interna al Vecchio Continente, in un clima da fratelli-coltelli decisamente insolito per una famiglia appena riunificata dopo la quarantennale frattura est-ovest. La storia di questo anno «vissuto pericolosamente» dai leader europei, per dirla con Missiroli, è troppo lunga da riepilogare. Facendoci aiutare dallo stesso Missiroli [2004: 126 e sg.] possiamo se non altro riprenderne gli aspetti più significativi. Potremmo partire ad esempio dalla Germania. E' infatti nella terra di Kant e Federico il Grande che si producono le prime, gravi crepe transatlantiche sull'Iraq.
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05 Giugno 2007
NETWARS: LETTURE
saggi
Arquilla J., Ronfeldt D., Osama bin Laden and the Advent of Netwar, "New Perspectives Quarterly", n. 4, Fall 2001
Toffler A., Toffler F., The new Intangibles, Rand, Santa Monica, Ca. 1997
articoli
Internet Jihad: A world wide web of terror, "The Economist", July 12, 2007
Azimi N., Hard Realities of Soft Power, "The New York Times", June 14, 2007
Memarian O., YouTube, The Battle of Technology vs. Censorship, "The Huffington Post", June 6, 2007
Akbar Dareini A., Iran blocks access to YouTube, "Usa Today", May 12, 2007
Da: Toffler A., Toffler F., The new Intangibles, in Arquilla J., Ronfeldt D, In Athena’s Camp: Preparing for Conflict in the Information Age, Rand, Santa Monica, 1997: xiii-xxiv.
The way any society engages in conflict reflects the way it does a lot of other things – especially the way its economy is organized. And just as the industrial revolution industrialized warfare, and mass production led to mass destruction, with Clausewitz as the theoretical genius of the era, so today the entire society is going beyond the industrial age – and taking military with it. This turns out to be a revolutionary moment in the fullest meaning of that much over-worked word.
A true revolution occurs when the entire structure of a society changes, not hust when the palace and the local television station are captured by "coup plotters". In a real revolution, civil institutions fall into crisis. Family and role structures change. Others change shake the culture and the value system. Technological breaktroughs (or breakdowns) create an economic upheaval. Taken together, all these produce something far more profound than "revolution" in the customarily narrow sense of the word. (xiii).
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netwars
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08 Aprile 2007