Non abbiamo motti fissi, alla casbah. Li scegliamo di volta in volta. L'ultima volta, comunque, la scelta è stata facile: "We do not want to publish the address of the Internet site where this film can be seen, in order to avoid propagating corruption in society" (siasat-e rouz & agence france presse, 11.6.07)
non è senza commozione che mi rivolgo di nuovo a voi, dopo questo lungo silenzio. Scusate la retorica: era per sottolineare che è bello, ogni tanto, risentirsi.
Vi offro qui qualche brano del saggio, ancora in fieri, con cui intendo raccontare la storia di Khatami a Udine. La ricordate, no? Il festival Vicino/lontano, la conferenza dell'ex presidente iraniano alla chiesa di San Francesco, le polemiche sulla scrittrice iraniana C. Djavann che se ne va indignata senza parlare, e poi - dopo un mese di relativa calma - la scoperta dei video su YouTube che ritraggono Khatami mentre, fuori della chiesa di San Francesco, stringe le mani a ben cinque donne, il successivo scandalo internazionale, l'accusa di essere un'agente della CIA piombatami addosso a ciel sereno, la denuncia presentata al Tribunale del Clero di Qom in Iran da "5000 talebeh" con la richiesta di spogliare Khatami dell'abito talare, ecc.
E' la storia di cui potete trovare qualche traccia - oltre che in svariati siti internet, provate a farlo se volete - in un breve articolo di mio pugno scritto qualche tempo fa, e soprattutto nella sezione Khatami di questo sito, che raccoglie più o meno tutti gli articoli sullo scandalo usciti nella stampa nazionale internazionale. Ma ci voleva un pò d'ordine, una storia appunto: di qui le mie ultime fatiche notturne sul PC. E la prospettiva: un saggio, esauriente, possibilmente rivelatore.
Quelli che presento sono, ripeto, dei brevi estratti. Li voglio pubblicare così, nella loro prima versione, probabilmente non l'ultima. Non è chiaro se ci saranno altre anticipazioni. Per ora, mi fa piacere condividere con voi questa emozione. L'emozione di ricostruire un evento che ci ha fortemente coinvolti, tutti insieme, appena un anno fa.
Approfitto per salutarevi di nuovo, amici della casbah. Per omaggiare quelli che continuano a venirci a trovare, nonostante l'attività sia finita da un pezzo, manon hanno smesso di attendersi altre sorprese.
Il libro su cui sto lavorando lo sarà, o almeno speriamo.
Udine, 28 giugno 2008 by Marco Orioles
P.S. Non potevo dimenticare di aggiungere che mi aspetto suggerimenti di ogni tipo per la stesura di questo libro. Se avete il mio numero di telefono, chiamate. Altrimenti usate l'email: è sempre marco.orioles@uniud.it
Il festival e il duplice invito a Khatami e Ramadan
Per le ambizioni culturali di una città vivace come Udine, il mese di maggio 2007 doveva essere un periodo di festa. Il giorno 10 sarebbe iniziata infatti la terza edizione di “Vicino/lontano”, la scintillante kermesse organizzata dall’omonima associazione che, col qualificante sottotitolo “Identità e differenze al tempo dei conflitti”, è giunta alla sua terza edizione. A dispetto della giovane età, l’iniziativa gode oramai di ampio prestigio e risonanza, al punto di essere considerata – scontando l’enfasi del cronista compiacente – un «punto di riferimento della primavera culturale friulana» .
Le copiose anticipazioni uscite sulla stampa, a partire dal ricco carnet di ospiti, confermano questa immagine sontuosa. Per il Messaggero Veneto, Vicino/lontano «anche quest’anno, promette di trasformare la città nella capitale delle culture a confronto». Una promessa impegnativa e non priva di rischi, dato che – come dichiara alla vigilia uno degli organizzatori, Marco Pacini - il leit-motiv del confronto, sorta di biglietto da visita dell’intera manifestazione, sarebbe stato applicato questa volta ai «temi connessi all’islam».
Vicino/lontano decide dunque di gettarsi a capofitto in uno dei topoi più roventi della storia contemporanea, almeno da quando, l’11 settembre 2001, diciannove seguaci di Maometto hanno evidenziato, non senza enfasi, le difficoltà del dialogo con la seconda fede del pianeta. Dedicare all’Islam la propria terza edizione è però una scelta indovinata; tanto più sensata alla luce dell’ormai robusta presenza musulmana insediata nel Vecchio Continente. Venti milioni di soggetti ormai, secondo alcune stime, molti dei quali alle prese con le contraddizioni della doppia appartenenza, con le apparenti incompatibilità tra i valori e gli stili di vita autoctoni e quelli caldeggiati dal Corano e dai suoi odierni interpreti e, soprattutto, esposti alla temibile calamita del fondamentalismo. Una convivenza, quella tra europei e islamici, segnata insomma da alcune stringenti ambivalenze e da, fortunatamente rare, fiammate di incomprensione o di violenza, come il celeberrimo caso delle “vignette di Maometto” in Danimarca ha tristemente evidenziato. Argomenti di cui parlare, insomma, ce ne sono parecchi. Ben fatto, Vicino/lontano.
Peccato però che, per affrontare l’ostico argomento, gli organizzatori abbiano scelto di affidarsi a due sorprendenti atout. Come dichiara ancora Pacini al Messaggero Veneto, Vicino/lontano ha deciso infatti di penetrare nel groviglio dei rapporti con l’Oriente, e delle intricate questioni dell’islam in Occidente, «portando a Udine due protagonisti indiscutibili della scena europea e mondiale della cultura e della politica islamica: l’intellettuale Tariq Ramadan e l’ex presidente dell’Iran Mohammad Khatami». Due personaggi che lo stesso giornale, di fatto portavoce ufficiale della manifestazione, presenterà in questo modo al pubblico udinese:
[Khatami] è un intellettuale iraniano e filosofo della politica che ha rivestito la carica di presidente dell’Iran per due mandati dal 1997 al 2005. Ricordato come primo presidente riformatore del paese dopo la rivoluzione islamica del ’79 si è scontrato con la linea dura del clero conservatore, promuovendo una politica fondata sul diritto, la tolleranza, la democrazia, il liberismo. Ha inaugurato una politica estera improntata alla teoria del “dialogo fra le culture”. [Ramadan invece è] docente di filosofia e islamologia a Oxford: personaggio carismatico e controverso, si è formato in Svizzera e al Cairo, ed è stato al centro di feroci polemiche per il suo essere un intellettuale di cultura interamente europea e moderna, ma che rivendica con forza un ruolo per l’identità islamica anche sul suolo europeo. È considerato l’intellettuale musulmano europeo più noto e autorevole e più ascoltato dalle seconde generazione dei giovani musulmani d’Europa. Consulente di Prodi e Blair sui temi del terrorismo islamico, è stato definito uno dei cento protagonisti del dibattito politico internazionale».
Tariq Ramadan e Mohammed Khatami, dunque, verranno e parleranno a Udine. Il primo, come recita il programma della kermesse, animerà l’evento di apertura: il confronto intitolato “In nome di chi? Quando i conflitti invocano le religioni” previsto per la serata del giovedì 10 maggio. A fargli compagnia, il nostrano sociologo delle religioni Stefano Allievi e il ben noto storico parimenti italiano Franco Cardini. L’ex presidente iraniano sarà invece protagonista della conferenza “Nemici per forza?”, la mattina del sabato successivo, sostenuto dal giornalista locale Valerio Pellizzari nel ruolo di intervistatore.
La scelta dei due interlocutori vuole essere, immaginiamo, la dimostrazione dell’alto profilo ormai raggiunto dalla manifestazione. Ambedue i personaggi, in effetti, godono di notevole visibilità e di riconoscibilità a livello popolare, Khatami in particolare. Per un festival che ambisce ad attirare l’attenzione su di sé, l’invito è sicuramente azzeccato. Peccato, tuttavia, che le reputazioni dei due personaggi siano caratterizzate, come più di qualcuno sottolinea, da un certo numero di note stonate. Note ignorate nelle pillole di presentazione del Messaggero Veneto ma che altri, meno distratti, non si sono certo fatti scrupolo di denunciare a chiare lettere.
Gli organizzatori erano certo consapevoli che delle polemiche sarebbero venute fuori. Un invito così, poi, sarebbe stato senz’altro considerato la palese dimostrazione dell’orientamento politico della manifestazione, orientamento sfuggito a non pochi dei partecipanti delle precedenti edizioni. Vicino/lontano, tuttavia, gioca d’anticipo, Nella già citata intervista di presentazione della kermesse, Pacini si vede rivolgere questa domanda: «Alcuni inseriscono vicino/lontano nel novero delle manifestazioni “di sinistra”», chiede il giornalista. «Sottoscrive?». La risposta di Pacini, ovvio, è: «No. Cerchiamo di affrontare i temi sempre con un’ottica alta. Chiamando esperti della materia, non partigiani di una tesi, accogliendo voci dal pensiero di sinistra come da quello di destra» . Grazie Pacini, ma per la cronaca, il trattamento vellutato riservato ai tuoi ospiti confermerà ampiamente il sospetto adombrato con gentilezza dal tuo intervistatore. Ogni cosa, comunque, a suo tempo.
Veniamo anzitutto a Tariq Ramadan. Intellettuale di grido, ma anche controverso: questo lo aveva ammesso anche il Messaggero Veneto. Le controversie che lo riguardano vanno in un certo senso al di là dello spessore del personaggio. Persino un suo acerrimo avversario come Magdi Allam, seppur in chiave ironica, è stato costretto ad ammetterne le qualità. «Se la rivista americana “Time” nel 2003 l’ha designata come uno dei cento pensatori che hanno “modellato il mondo, se ha raccolto attestati di stima e ammirazione di diversi ambienti non solo musulmani, se è corteggiato e osannato da molte comunità islamiche europee, è evidente che lei è una personalità carismatica, ha uno spessore ideale, religioso e culturale, dispone di una eccellente capacità comunicativa e di manipolazione dei media» .
Una telefonata su “YouTube” con Carlo Panella (continua)
Su cosa ci si può confrontare allora, con Khatami? Sulle sue intenzioni riformatrici del paese più oscurantista del mondo, rimaste però sulla carta? O sulle lapidazioni, mai cessate nemmeno nei suoi anni? Dovremmo dialogare intorno alla sua affascinante visione del «dialogo tra le civiltà», divenuto il cavallo di battaglia di un Khatami oggi alla guida di una fondazione che reca appunto questo nome? O dovremmo invece sottolineare le intrinseche difficoltà di questa visione, specie se alimentata con misure a dir poco discutibili: dai generosi finanziamenti e invii di armi alle fazioni palestinesi in lotta contro lo Stato di Israele, Hamas in primis; al sostegno ai miliziani che destabilizzano l’Iraq impegnato nella difficile fase della ricostruzione post-bellica; sino allo strenuo appoggio ai famigerati Hezbollah che abusano della sovranità territoriale libanese per combattere una logorante guerra di guerriglia con il confinante Stato israeliano?
Quando si sposta su Tariq Ramadan, l’analisi di Panella si fa altrettanto se non più stringente. Nel caso dell’intellettuale, del resto, la questione del dialogo è resa ancora più indisiosa dalla sua alacre opera di “islamizzazione” tentata in Europa. Non dimentichiamoci infatti, sottolinea Panella, che «Ramadan è il volto presentabile dei Fratelli Musulmani»; è, in altre parole, uno degli esponenti più noti di un movimento transnazionale e ben organizzato che incarna una visione ultrarigorista se non fondamentalista dell’Islam, munito peraltro di apposite appendici terroriste come Hamas e ben oliati meccanismi di reclutamento. Non dimentichiamo nemmeno, a questo punto, che i Fratelli Musulmani in questi ultimi anni si sono insediati capillarmente nel suolo italiano, e non solo, divenendo il punto di riferimento ideologico di gran parte delle moschee e dei centri di culto sorti nel nostro paese. Le parole e le non poche opere a stampa di Tariq Ramadan, in questo senso, rappresentano ben più che l’espressione di un lavorio intellettuale. Sono, soprattutto, missive indirizzate alla nutrita comunità dei musulmani italiani ed europei, chiamati a conformarsi ad una visione dell’Islam che Ramadan si sente chiamato a “riformare” in funzione di un radicamento europeo considerato ormai irreversibile. Con quali fini, ancora non si sa.
Queste brevissime note ci aiutano a capire che forse, dal nostro punto di vista di cittadini del Vecchio Continente, l’incontro con Ramadan avrà un’importanza ben maggiore rispetto a quello con Khatami. Mentre il pensiero di quest’ultimo, in fin dei conti, può avere al più risonanza entro la minoritaria sfera della shi’a, e di quella iraniana in particolare, il sunnita Ramadan si rivolge ad una platea sunnita ben più ampia e, soprattutto, collocata ben dentro le nostre città. Questo dettaglio niente affatto trascurabile spinge così Panella a illustrare con la massima nettezza i suoi dubbi. Anche per non spezzarne l’unità, riportiamo interamente questo passaggio dell’intervista:
Come sapete, [Ramadan] è nipote del fondatore dei Fratelli Musulmani ma soprattutto è figlio del personaggio che negli anni ’40 e ’50 impiantò la presenza dei Fratelli Musulmani in Palestina. Suo padre, che lui ovviamente ha sempre rispettato, è praticamente il fondatore di Hamas. Non come movimento organizzato, perché nacque anni dopo la sua morte, ma tutti gli esponenti e fondatori di Hamas, a partire dallo sceicco Yassin, sono stati suoi allievi. Cosa fa Tariq Ramadan? Ha una grande capacità affabulatoria. Ha sempre vissuto in Europa, risiede e insegna a Friburgo, in Svizzera, e ha compiuto una operazione piuttosto intelligente. Ha assunto in pieno il linguaggio, il lessico no global; se leggete i suoi libri trovate molte frasi, e molte volte la parola altermondialista. E fa finta che l’islam sia un’ideologia che si possa sposare con le tematiche no global. Da qui un suo grande successo salottiero, da qui anche grazie alla sua grande capacità di discorso e di affabulazione, il credito che ha riscosso. Una volta però posto nell’angolo dalle domande dei suoi interlocutori, soprattutto i giornalisti come rivelano peraltro Le Monde e molti altri quotidiani progressisti francesi, innanzitutto si rifiuta sempre di condannare nettamente, senza giri di parole, gli attentati contro i civili e i bambini israeliani, li relativizza sempre […] tanto meno nei confronti dei civili in Iraq. E poi scrive nei suoi libri una prospettiva di riforma dell’islam, e questa è una cosa che affascina gli ambienti della gauche caviar, che è in realtà una prospettiva autoritaria, e mi spiego. Lui non pone al centro della sua riflessione quello che è stato il senso e la capacità del grande islam degli anni a cavallo dell’800 e del 1200 della nostra era, ma si pone soltanto il problema di riformare la norma della sharia, della legge divina. Lui agisce all’interno di una dimensione del mondo tutta definita dall’esistenza di una società musulmana che deve essere regolata dalla sharia; e assegna il compito di attuare questa riforma della sharia – lui ad esempio ha proposto, e ha riscosso molto consenso, una moratoria delle lapidazioni - non già a qualsiasi tipo di struttura democratica, ma solo ed esclusivamente al consesso dei giuristi musulmani, che devono applicare due criteri molto rigidi del diritto musulmano che sono il criterio del consenso tra di loro e della similitudine, cioè si può modificare la sharia se si riesce a trovare nella tradizione islamica una qualche similitudine con dei procedimenti similari. È questa una struttura di pensiero tipicamente fascista; di stato etico in cui il rapporto tra i cittadini e lo stato viene determinato non dall’enfatizzazione dei diritti e doveri della persona e dello Stato nei confronti della persona, ma solo e unicamente nei confronti di una norma, la sharia, che viene acquisita per come è stata definita – cosa che lui non mette minimamente in discussione - dalle cinque scuole che vigono nell’islam, è che si può riformare non da parte di qualsiasi tipo di processo democratico ma da parte di una elite, autonominatasi peraltro perché non hanno alcuna legittimazione questi giuristi [a parte il fatto] che controllano le università coraniche. È un discorso tutto interno allo stato etico, è un discorso di riforma dello stato etico, di tipo però giurisdizionale. Quindi, rifiuto totale di ogni criterio di itjiad, di interpretazione del testo coranico che ha segnato invece il successo dell’islam d’oro.
Con questo attacco a tutto campo, Panella si premura di ribadire il messaggio chiave dell’intervista: ogni ipotesi di dialogo con Ramadan è del tutto illusoria. Cosa attendersi d’altronde da un uomo che, nel presentarsi come un campione di un Islam aggiornato al III millennio, sta compiendo al più un’operazione di restyling che non rinnega, e anzi ripropone, le asprezze dell’Islam? Che, nonostante la pur rivendicata apertura alla modernità, bandisce «ogni criterio [di] interpretazione del testo coranico» rinnovando per quest’ultimo, e per le «cinque scuole» che mille anni or sono l’hanno compulsato in lungo e in largo, il ruolo di guida unica per i fedeli? E che, dietro le acrobazie retoriche di cui è indiscusso maestro, cela una visione religiosa tutta incentrata sulla sharia, il diritto islamico, con i suoi ferrei corollari patriarcali e misogini e, soprattutto, ostili ad ogni ipotesi di conversione ad altre religioni? Insomma, che senso ha dialogare con un uomo che propone, quale cornice ideale per la convivenza in Europa, uno «stato etico» che chiama i neo-concittadini musulmani a conformarsi ad un modulo di «pensiero tipicamente fascista», ignorandone così le aspirazioni ad una maggiore autonomia – civile, etica e politica - dalla guida della religione?
di Marco Orioles Dipartimento di Economia, Società e Territorio - Università degli Studi di Udine Maggio 2008
È il quartiere più movimentato della città di Udine, ma anche il più chiacchierato. E si capisce. Nello spazio di appena un decennio, la zona circostante la stazione ferroviaria ha mutato volto, carattere, anima. A cambiare, soprattutto, è stata la sua composizione socio-demografica. Questa è infatti la storia di un’area trasformata repentinamente e radicalmente dall’immigrazione straniera. È la storia, anche, di uno choc culturale, non dissimile da quello sperimentato da altre città italiane ed europee. Una storia, dunque, su cui vale la pena soffermarsi e riflettere, perché contiene i semi del nostro futuro.
Era un’elegante, austera, quasi aristocratica zona residenziale, quella sorta a cavallo del XIX e XX secolo attorno alla stazione delle Ferrovie dello Stato. Troneggianti, i suoi palazzi proiettavano un’ombra rassicurante, paterna, sui pur animati flussi di pendolari e studenti, arginandone le intemperanze. Persino le marginalità, le manifestazioni crepuscolari del disagio o del vizio così tipiche di questi spazi urbani, parevano assimilarne il temperamento, il rigore, la sobrietà. Prostitute, alcolisti e perdigiorno erano, insomma, un’appendice controllata e tollerata. Un epifenomeno incapace, per natura e proporzioni, di incidere su di un equilibrio complessivo, di alterare uno scenario in cui il controllo sociale era esercitato in prima persona e a bassa voce, col cono gelato o il sacchetto della spesa in mano.
Ecco, è precisamente questa sensazione che i tumultuosi anni Novanta hanno spazzato via, disorientando tutti: residenti in primis, ma anche amministratori, giornalisti, forze dell’ordine. L’icona di un quartiere che si compiaceva della propria misurata, sobria ordinarietà si è dissolta, senza scampo, sotto i colpi della forza dirompente del nostro tempo, la globalizzazione con i suoi mille e più flussi: materiali, immateriali e soprattutto umani [Castells 2000; Friedman 2000 e 2004; Orioles 2007].
L’immigrazione straniera, si sa, è il volto più pregnante di questa colossale trasformazione planetaria [Muscarà 2007; Papastergiaidis 2000; Stalker 2003; UN-GCIM 2005]. Ne è, soprattutto, la manifestazione più visibile, specialmente laddove i movimenti e le reti che la alimentano tendono ad addensarsi e concentrarsi [Wood e Landry 2008]. Come è avvenuto, appunto, nella zona della stazione di Udine.
Mentre vi si inaugurava, guarda caso, il primo McDonald’s della città, il quartiere ha visto così paracadutare e moltiplicarsi in gran velocità tutti gli altri segni e simboli dei tempi nuovi. Gli effluvi del kebab, il cicaleccio dei call center, la lussureggiante mercanzia cinese, l’esuberanza degli african shop. E, naturalmente, una moschea. Luoghi nuovi ma, soprattutto, nuovi avventori e residenti, che hanno proiettato sui marciapiedi del quartiere un inedito precipitato antropologico. Un eterogeneo campionario di lingue, atteggiamenti, comportamenti, abiti, ornamenti e riti si è sovrapposto all’antica identità di questa zona, schiacciandola o, nell’infastidita percezione di molti, relegandola in una paradossale posizione di minorità. “Questa non è più via Roma”, ha sottolineato un giovane (ucraino!) riferendosi alla pulsante arteria commerciale dirimpetto la stazione, “ma via Romania”.
Udine insomma ha oggi, indiscutibilmente, un proprio quartiere multietnico. Come tante altre realtà nazionali ed europeee, ovviamente in proporzione. Proporzione, però, tutt’altro che insignificante. Anzi. I numeri parlano chiaro (vedi figura). In base ad una rilevazione anagrafica compiuta dallo scrivente nel maggio 2007, i cittadini stranieri rappresentano un quarto circa dei duemila residenti nel nucleo centrale della cosiddetta casbah (v.le Europa Unita, v.le Leopardi, via Roma, p.zza Repubblica, via della Rosta, via Croce, via de Rubeis, Via Nievo, Via Percoto). Con punte, però, pericolosamente vicine al 50%, come in viale Europa Unita.
Assai superiore rispetto al dato medio udinese (10%), come di tanti altri capoluoghi italiani [Caritas 2007], questa densità abitativa è l’evidente spia dell’attrazione esercitata sui migranti da queste strade. L’indicatore di un processo di concentrazione avvenuto spontaneamente, frutto della convergenza di miriadi di decisioni individuali che la popolazione locale ha visto atterrare e cumularsi, una dopo l’altra, giorno dopo giorno. Una situazione sui generis, inoltre, anche per la vistosa pluralità di nazionalità rappresentate, nessuna delle quali preponderante sulle altre. Albanesi e pakistani; croati e russi; filippini e algerini, cinesi e colombiani. Le bandiere del pianeta sventolano un pò tutte, qui, a spizzichi e bocconi.
Un ghetto. Un suk. Una casbah. Persino un Bronx. Nella vox populi come nella stampa, le etichette circolate per descrivere questa situazione si sprecano. E tradiscono, oltre al disagio diffuso, la paura. Quale? Beh, non è una sola. C’è, anzitutto, la fatidica questione della sicurezza, la stessa deflagrata a suo tempo nella Padova di via Anelli, nei dedali del centro storico di Genova, o nella Torino di Porta Palazzo. È lo spettro di una zona oramai fuori controllo, anzi, in mano ad altri. L’incubo di un’area tranquilla che, dall’oggi al domani, si fa ricettacolo di criminalità e devianza d’importazione; teatro di attività illecite praticate alla luce del sole o, peggio, celate negli appartamenti e magari dietro l’incomprensibile vociare dei tanti capannelli fuori dagli esercizi commerciali o davanti ad una panchina.
Questo è il timore verso cui si è indirizzato maggiormente, e comprensibilmente, l’impegno delle istituzioni. Le forze dell’ordine si sono prodigate non poco negli ultimi tempi per riaffermare l’impressione del controllo e rassicurare la preoccupata cittadinanza. Con misure concrete, quali l’incremento della sorveglianza e l’efficace repressione delle condotte più indesiderate, dalla prostituzione nelle strade allo strisciante traffico di stupefacenti. Ma anche con gesti simbolici, come l’apprezzata scelta di svolgere qui l’annuale Festa della Polizia.
La strategia, manco a dirlo, ha funzionato solo in parte. Basta leggere il “Messaggero Veneto” per rendersene conto. Per ogni comunicato del Questore o del Prefetto volto a ribadire il messaggio chiave – non c’è alcun problema di sicurezza nel quartiere – non si sono fatte attendere né le smentite, per quanto peregrine, né le segnalazioni secondo cui il problema risiederebbe altrove. Dove, di grazia?
A studentesse e studenti del corso di laurea in Scienze della Formazione primaria, Università degli Studi di Udine:
Lunedì prossimo, 18 febbraio, comincia il corso di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi. L'appuntamento è per le ore 9.00 nell'aula 5 della sede di via Margreth e, poi, ogni lunedì alla stessa ora. Il programma è stato divulgato nei canonici canali del nostro Ateneo, per cui mi limiterò qui a ribadirne gli elementi essenziali.
Anzitutto, lo studio. Che si impernierà su questi argomenti:
1) Il concetto di cultura: accezioni principali; il cammino verso l’accezione “scientifica” o “antropologica”; cultura e civiltà tra illuminismo e romanticismo; che cos’è la cultura per le scienze sociali; analisi della cultura: proprietà generali, caratteri. Approfondimenti: natura e cultura; socializzazione, etnocentrismo, relativismo culturale, universali culturali.
2) La cultura, analisi approfondita di “valori”, “norme sociali”, e “riti”.
3) Rassegna di alcuni approcci sociologici alla cultura, con particolare riguardo a: K. Marx e la sociologia della conoscenza; E. Durkheim; M. Weber; Scuola di Chicago; G. Simmel; T. Parsons.
4) Diversità e pluralismo culturale: diversità “interna” (stratificazione sociale, generazioni, subculture e controculture ecc.) ed etnica; immigrazione straniera e integrazione; il multiculturalismo. Analisi di alcuni esempi inerenti il pianeta Islam: la “guerra delle vignette”; il velo e le donne musulmane; Khatami e le strette di mano proibite; Chahdortt Djavann e il “fascismo islamico” vs. Tariq Ramadan e il "riformismo islamico".
5) Globalizzazione: riflessioni a partire dal saggio del docente “Le mille globalizzazioni”.
6) Comunicazione: excursus storico dall’era dell’oralità ai giorni nostri (tecnologie della comunicazione, internet, telefonia mobile ecc.); teorie e modelli interpretativi della comunicazione di massa.
Tutti questi argomenti saranno trattati a partire da alcuni testi di base, da leggere per sostenere l'esame. Si tratta di: L. Sciolla, Sociologia dei processi culturali (Il Mulino 2007); M. Orioles, Le mille globalizzazioni: alla ricerca di una bussola (Il Calamo, 2007); M. Orioles, I vecchi e nuovi volti della comunicazione, in B. Tellia, a cura, Comunicare (Forum, 2005).
Questo, dunque, per quanto riguarda lo studio “matto e disperatissimo”. Durante il corso, tuttavia, cercheremo di sviluppare alcune abilità “pratiche” e decisamente meno disperate. Sulla scia di quanto fatto l’anno scorso, gli studenti più “volitivi” saranno invitati a realizzare delle micro-ricerche o tesine sull’argomento “immigrazione straniera” e dintorni. Ci proporremo in particolare di realizzare altri video sulla falsariga di quelli attualmente ospitati in questo sito, tutti curati dagli studenti dell’anno scorso e dal docente. Ne parleremo naturalmente a lezione.
Siamo abituati agli imprevisti, alle sorprese, all'ironia della sorte. Ieri però questa nostra predisposizione è stata sfidata da due accadimenti decisamente inconsueti, o meglio, talmente singolari da indurci a riferli in questa sede.
Ambedue le circostanze hanno avuto come teatro la seduta del Consiglio Comunale udinese. Ebbene sì: vuoi per una certa curiosità di fondo, vuoi per le note condizioni ambientali del lunedì sera (città semideserta e locali pubblici in gran parte chiusi), ci siamo fatti tentare dallo spettacolo.
E che spettacolo. Il consigliere Diego Volpe Pasini - la cui scarsa simpatia verso i rom friulani è ormai leggendaria - che richiama i colleghi alle proprie responsabilità verso i rom del campo di via Monte sei Busi: questa no, che non ce l'aspettavamo.
E' andata così. Si stava discutendo di future e impegnative acquisizioni immobiliari da parte del Comune (ex caserme). Erano quasi le sette ormai quando il consigliere ha preso la parola per rinfrescare la memoria dei presenti, ricordando loro una vecchia questione rimasta sospesa: l'acquisizione dell'area di via Monte Sei Busi adibita de facto a campo "nomadi". E' stata dichiarata alienabile da cinque anni, ha sottolineato Volpe Pasini. Cosa si attende, perciò, visto che nulla sembra essersi mosso da allora? E il progetto per la sistemazione dell'area a beneficio degli attuali residenti, pagato e pronto da un paio di decadi ormai: si è smarrito in qualche cassetto di palazzo d'Aronco?
Volpe Pasini non ha tardato a rendere esplicita la provocazione. Ribadendo ai colleghi e soprattutto agli avversari che la "soluzione" a suo avviso sarebbe altra, vale a dire lo sgombero, li ha esortati ad applicare almeno "la loro". Se l'alternativa è l'immobilismo, gli occhi chiusi sul vistoso degrado di quell'area e sulle condizioni in cui versano non pochi suoi abitanti, meglio l'intervento di riqualificazione immaginato a suo tempo dall'istituzione comunale.
Questa, insomma, la nostra prima sorpresa. Conclusasi con un voto prevedibile da parte dell'assemblea: 4 assenti, 2 favorevoli, 15 contrari.
Quanto alla seconda, beh, non richiederà lunghe digressioni. Basti questo: che per il solo fatto di esserci seduti vicino ai cosiddetti "grillini", siamo stati presi anche noi per tali. Chi ci conosce apprezzerà sicuramente l'involontario sense of humour dei due consiglieri caduti nell'inganno. A beneficio di chi è nuovo di queste parti, richiameremo invece una nostra recente dedica ai grillini e alla loro guida spirituale.
If what happened to Khatami was in Italy, a country not under the jurisdiction of the Islamic Republic, during Putin’s recent trip to Iran the same conservatives showed that they can close their eyes on similar “sin”s committed “on the land of Islam”. This picture is taken in Mehrabad Airport, Tehran, and is published by the state-run media. The lady in short skirt is Putin’s flight attendant and you should know that as soon as any flight enters the Iranian air, all female passengers have to cover up. This lady, however, gets away with being unveiled and also shaking hands with a man. Well, that specific man is going to help the Islamic Republic fulfill their nuclear ambitions. So, who cares?
Vanessa Raffin e Isabella Zuodar hanno raggiunto pochi giorni or sono il supremo traguardo: la laurea. La casbah, che molto deve al loro entusiasmo (alcuni video qui presenti sono stati realizzati da loro), non può che unirsi con veemenza al coro dei "Viva" levatisi a Palazzo Antonini.
Viva Vanessa, viva Isabella, neodottoresse in Scienze della Formazione Primaria.
WASHINGTON -- Bill Clinton's greatest domestic achievement, aside from abolishing welfare, was free trade. The crown jewel was the North American Free Trade Agreement. He got that through Congress over sustained union opposition in 1993. Monday, Sen. Hillary Clinton proposed that NAFTA and other existing trade agreements be reassessed every five years.
The Washington Post correctly calls Hillary's retreat from free trade "opportunism under pressure," the pressure being the rampant and popular protectionism of her presidential rivals, particularly in protectionist Iowa. But while "opportunism under pressure" suggests (pace Hemingway) cowardice, the better description of Clintonism is slipperiness. Adaptability. Cynicism, if you like.
Note her clever use of terms. Reassessing NAFTA sounds great to protectionists, but it is perfectly ambiguous. It could mean abolition or radical curtailment. It could also mean establishing a study commission whose recommendations might not reach President Hillary Clinton's desk until too late in her second term.
The Post editorial noted "a perverse kind of good news" in Hillary's free-trade revisionism: "There's little chance that her position reflects any deeply held principle." And there lies the beauty not just of Clinton on free trade but of the Clinton candidacy itself: She has no principles. Her liberalism is redeemed by her ambition; her ideology subordinate to her political needs.
Anniscosto tra er verde d'una villa c'è un bel laghetto, quieto com'un ojo, coll'acqua chiara, limpida e tranquilla che cola a gocce a gocce da uno scojo ch'hai d'appizzà l'orecchie pe' sentilla
El lago è basso, e chi ce guarda drento vede che er fonno è tutto conformato de brecciole che pareno d'argento, framezzo ar vellutello (1) fresco, pulito e bello.
Io che ce vado spesso e volentieri me sdrajo su la riva e guardo l'acqua che me risciacqua tutti li pensieri; ma giusto l'antro jeri, guardanno mejo er fonno, feci caso che c'era un certo vaso... un certo vaso tonno che nun dico sennò quarcuno aggriccerebbe (2) er naso. - Ah! - dissi - che peccato! Chi ce l'avrà buttato? E che dirà la gente quanno vedrà quer coso arivortato? Se scandalizzerà sicuramente. -
E allora, piano piano, con una canna che ciavevo in mano, feci in maniera de cacciallo fòra: fregai l'orbo (3) mezz'ora fra li sassi e le piante: e smòvi e scava e spigni, finarmente lo tirai su, glorioso e trionfante!
Ma nun ve dico quanto feci male; perchè quell'acqua, tanto mai pulita, scossa che fu, rimase intorbidita che pareva un pantano generale.
Così succede spesso ne la vita a la gente che sarva la morale.
(note)
(1) vellutello: sorta di musco (2) aggriccerebbe: arricerebbe (3) fregai l'orbo: lavorai senza costrutto
giorgio linda e magdi allam al palamostre di udine - 7 ottobre 2007
Estratti al volo dalla telecamera, questi fotogrammi offrono un'anteprima del nostro incontro con Magdi Allam. Giunto a Udine ieri su invito dell'associazione Italia-Israele del Friuli e del Rotary, il vicedirettore del Corriere della Sera ha presentato presso il Palamostre il suo ultimo libro, "Viva Israele". Non prima, però, di aver rilasciato a noi della casbah qualche dichiarazione ad hoc.
Giusto per essere chiari, lo diciamo a chiare lettere: è stato un piacere discutere con Magdi Allam. Abbiamo anzi approfittato per chiederglielo: come mai tanto rancore nei tuoi confronti? Come mai, quando si scandiscono queste parole - Magdi Allam - certuni arricciano il naso e talaltri corrono a prendere la penna per sottoscrivere un manifesto contro di lui? Curiosamente, o forse no, sono le stesse reazioni suscitate da un altro nome: Israele.
Non è stata l'unica questione ostica toccata in mezz'ora circa di colloquio. Che condivideremo con voi a breve: sicuramente prima dei filmati della serata al Palamostre, la cui lavorazione richiederà un pò di tempo.
Arrivederci dunque con l'intervista a Magdi Allam. E con i video della presentazione udinese di, lo ripetiamo volentieri, Viva Israele.
dall'intervista con la casbah di udine: elio cabib e magdi allam - 7 ottobre 2007 elio cabib e magdi allam al palamostre - 7 ottobre 2007
La prossima domenica, 7 ottobre, alle ore 21.00 Magdi Allam presenterà il suo ultimo libro, "Viva Israele", presso il Palamostre di Udine, in piazzale P. Diacono. Organizza l'associazione Italia-Israele del Friuli in collaborazione con Rotary Clubs locali.
Casomai sfuggisse, i cittadini stranieri non vanno insediandosi solamente nella zona della stazione ferroviaria, vale a dire nella "casbah". Nella seconda parte dell'intervista, il segretario regionale di Fiamma tricolore Stefano Salmè ricorda a tutti noi che a Udine c'è almeno un'altra area dove si contano sempre più volti nuovi: il quartiere di via Riccardo di Giusto. Una sezione della città, questa, con una storia alle spalle non meno particolare di altre, semmai di più. Ci consegna opinioni controverse, Salmè: come il tema stesso dell'incontro, del resto.
Le agenzie l'hanno battuta pochi minuti fa, la notizia del giorno. Una notizia sconvolgente, per la piccola Udine: un commerciante ammazzato nel suo negozio, a colpi di arma da fuoco. Ecco rispettivamente i lanci dei siti del corriere della sera, di quotidiano.net e del messaggero:
Commerciante oro ucciso a colpi di pistola. 17 settembre, 20:42 - UDINE, Il titolare di un piccolo negozio di compravendita di oro usato di Udine e' stato ucciso questo pomeriggio alle 18, freddato da almeno un colpo di arma da fuoco. La vittima e' Giacomo Patti, 35 anni. L'uomo dapprima e' stato tramortito con un pugno in pieno volto e poi raggiunto da un colpo di pistola che e' andato dritto al cuore. All'origine dell'omicidio apparentemente una contrattazione finita male, anche se non e' ancora stata esclusa l'ipotesi della rapina. (Agr)
Commerciante d'oro rapinato e ucciso. Udine 17 settembre 2007 - È stato freddato attorno alle 18 da almeno un colpo di arma da fuoco il titolare di un piccolo negozio di compravendita di oro usato, Gold 2000, situato in viale 23 marzo a Udine. Si tratta di Giacomo Patti, di 35 anni. L'uomo è stato dapprima tramortito con un pugno in pieno viso e poi colpito con un colpo di pistola, che inizialmente si pensava alla testa, e invece terminato dritto al cuore. All'origine dell'omicidio apparentemente una contrattazione finita male, anche se non è ancora stata esclusa l'ipotesi della rapina. Sul luogo sono intervenuti gli uomini della polizia e dei carabinieri di Udine, assieme al sostituto procuratore dottor Buonocore.
Udine, gioielliere ucciso con sei colpi di pistola ma nel suo negozio non manca nulla - UDINE (17 settembre) - Un gioielliere che ritirava oro usato è stato ucciso da sei colpi di pistola calibro 38 nel negozio di famiglia, a Udine, in viale XXIII Marzo numero 8, a circa un chilometro dalla stazione ferroviaria. L'uomo, Giacomo Patti, 35 anni, celibe, originario di Rovigo, è stato ritrovato in una pozza di sangue nel negozio. Verso le 18.10 alcuni clienti sono entrati nel negozio, ma il locale appariva deserto e si sono quindi rivolti al negoziante accanto, che li ha accompagnati. Dietro il bancone hanno trovato il cadavere crivellato da colpi al torace e al collo. Il medico legale fa risalire l'ora del decesso a circa le 17;30. Le indagini sono a 360 gradi, non si esclude nulla. Il fatto rilevante è che sembra che nulla sia stato rubato dal locale, né gioielli né denaro. L'arma del delitto non è stata ritrovata.
E' facile immaginare quel che accadrà ora in città. Un assaggio lo abbiamo già avuto, a pistola praticamente fumante, nello speciale di prima serata predisposto dalla più nota televisione locale. Torna la paura a Udine: ecco il messaggio. Una reazione più che comprensibile, vista l'efferatezza del delitto ed altri significativi dettagli. Una bottega periferica, spartana e poco visibile. Ubicata a ridosso della zona stazione, di quella temutissima casbah in cui sciamano, rumoreggiano e addirittura nidificano frotte di cittadini stranieri.
Già, gli stranieri. Se questo delitto assurgerà a simbolo dell'insicurezza crescente di questa città, come sembra di capire, lo dobbiamo anche a loro. Poco importa che la matrice del delitto sia ancora ignota. A giudicare dalle telefonate giunte alla trasmissione di cui sopra e dagli interventi di alcuni politici presenti in studio, le responsabilità sono chiare. Colpa degli stranieri e di chi li vuole. Delle masse che stanno alterando le apparenze e l'anima del quartiere della stazione, e non solo, e di chi glielo permette. Di chi si rende responsabile del degrado di una città un tempo contegnosa e serena, e di chi lascia colpevolmente fare. E, ovviamente, dei soliti nomadi.
L'insicurezza dei cittadini merita rispetto, attenzione e anche misure fattive. Sull'utilità delle parole, invece, avremmo qualche dubbio.
I nostri migliori auguri di buon lavoro a Sante Ciccarello, nuovo portavoce della Comunità islamica del Friuli. Lo abbiamo incontrato giusto oggi, al Centro di via del Vascello a Udine. Peraltro, quale miglior occasione del primo venerdì del mese di ramadan per una visita alla cosiddetta "moschea"?
All'odierna funzione, svoltasi alle tredici spaccate in un locale gremito di volti di ogni provenienza, abbiamo assistito più che volentieri. Anche se, ovviamente, le uniche parole afferrate da noi sono state quelle pronunciate da Ciccarello prima della preghiera conclusiva. Ribadendo i concetti di chi l'aveva preceduto scandendo la lingua del Corano, il portavoce ha rammentato ai circa duecento fedeli presenti il significato e la valenza del ramadan e auspicato una completa e giosa adesione.
Non è stata la prima visita per noi, né sarà l'ultima. Confermando la disponibilità del suo predecessore, l'amico Bouraoui Slatni, Ciccarello ha subito teso una mano fattiva: abbiamo già immaginato alcune iniziative comuni, di cui il video che presentiamo oggi è un primo risultato.
Il filmato è il prologo (9 minuti e 50 secondi) di una discussione tra noi e Ciccarello che si svilupperà nel tempo. Una riflessione a puntate, mettiamola così, in cui sviscerare i temi e i nodi della convivenza nel friuli multietnico e multireligioso. E raccontare, per dirla con lo stesso Ciccarello, la comunità "laboratorio" dei musulmani friulani.
"moschea aperta": bouraui slatni (sx) e mohammed erbesh con noi al centro di via del vascello (maggio '07)
"Abbiamo non soltanto una differente presenza dal punto di vista etnico e linguistico, ma anche dal punto di vista religioso non siamo tutti rappresentanti di un'idea identica", sottolinea il portavoce nel corso di questa prima videointervista. Da qui la "sfida", analoga a quella di tanti altri luoghi della diaspora musulmana: "elaborare un modello nuovo di coesistenza". Riconciliare le sfumature, che non son poche, e avvicinare così la fatidica quadratura del cerchio: dar vita ad una comunità capace di "essere al tempo stesso fedele ai principi islamici (e) assolutamente integrata" nella società friulana.
A presto dunque con il proseguio della conversazione con Sante Ciccarello. E con le altre iniziative in cantiere, di cui daremo pronto annuncio qui.
Parla Petraeus: estratto dall'audizione al senato dell'11 settembre
da: washington post, Crocker, Petraeus Testify Before the Senate Armed Services Committee on Iraq, September 11, 2007
(...)
SEN. CARL LEVIN, D-MICH. CHAIRMAN: Thank you, Senator McCain.
Again, our welcome to both of you, our thanks to both of you and to your families, that provide essential support for you in the extraordinarily difficult circumstances in which you both work.
We're indebted to you for your appearance here today and for the fact that this is the third of three long hearings for you.
General Petraeus?
PETRAEUS: Thank you, Mr. Chairman. Senator McCain, members of the committee, thank you for the opportunity to provide my assessment of the security situation in Iraq.
process complete ....ClanZ!!==.|.|.Norman.|.|.Morgan|.|.Maverick....x123|
[~X123~]
Bene, ecco qua la home page di friuli news alle ore 10.00 di oggi, domenica 9 settembre. Graziosa, vero? Un simpatico ragnetto verde su sfondo nero, e un piccolo testo di rinforzo al messaggio centrale: "Hacked".
Avrà avuto le sue buone ragioni, questo Norman, per oscurare Fabio Folisi e i suoi collaboratori? Se le tiene per sè, il che fa sospettare che si tratti di cosa serissima. Oppure, di ragione non c'è n'era alcuna, il che renderebbe la cosa ancora più seria.
Rischi del mestiere, in ogni caso. E' proprio una grande casbah, internet.
cambio al vertice dell'arma ad udine da: friuli news
Giorgio Salomoni, il nuovo comandante provinciale dei carabinieri, presentandosi alla stampa ha:
richiamato anche il generale Dalla Chiesa, per stabilire una sorta di patto con i giornalisti: “Non rivelerò mai i dettagli delle operazioni, soprattutto quelle di un certo peso, visto che, come diceva Dalla Chiesa, il peggior errore è quello di far sapere al nemico come agiamo”.
Bene, tanti auguri al nuovo comandante. Ma chi è il nemico? Friuli news, illuminaci. Faccelo sapere, questo dettaglio.
I think shaking hand is a nice act :) In our culture it means respect and friendship but in Islam it is forbidden to touch (shaking hands) with the opposite sex. When I have got this video by email, I replied "I won't publish this because in my idea, shaking hands with a woman is absolutely OK." but my friend responded with "Yes, shaking hands is OK but the problem is how me and you will be punished for this act but it is OK for Ahmadinejad".
He is right, I will be punished if I shake hands with a woman. In the university it means banning from studding for 6 months and in the city, it might lead to lashes!
We also remember Khatami and his 2007 hand shaking incident. This happened in Italy and he was severely criticised by the conservative press for his "immoral behaviour" after returning back.
dalla posta dei lettori del messaggero veneto 31 agosto 2007
Programmi estivi con poco friulano
Resto del mondo batte Friuli 71-1. Abbiamo perso anche giocando in casa. Usciamo dal gergo sportivo. L'assessorato alla cultura ha programmato 72 eventi per l'estate. Di questi 72 soltanto uno riguarda il Friuli ed esattamente "Dulinvie". Ma è possibile che questo assessorato sia totalmente asservito e fagocitato dalla cultura italiana?
Vorrei ricordare ai nostri amministratori che Udine si trova in Friuli, nel caso se ne fossero dimenticati. Mentre nel resto della regione ci si attiva per affermare il friulano e la sua cultura, a Udine siamo inglobati e sommersi dalla cultura italiana. Penso che questo sia solamente l'orientamento del nostro assessorato.
Spero vivamente che la nostra lingua e la nostra cultura sopravvvivano nonostante la sonora sconfitta... 71-1!
Sullo sfondo di un certo festival, raccogliamo dalla viva voce di ahmad rafat utili spunti sulla vicenda di mohammad khatami a udine. Quella delle strette di mano, sì. Il video che vi proponiamo contiene una prima parte della conversazione. Seguirà una seconda puntata.
"O khatami si fa messaggero e portavoce di un rinnovamento dell'islam, oppure sta nel torto", sottolinea rafat. Accidenti. Il resto lo potete ascoltare da qui, e non è meno interessante.
Those friendly Iranians By NICHOLAS D. KRISTOF in Tehran
from: The New York Times May 5, 2004
Finally, I've found a pro-American country.
Everywhere I've gone in Iran, with one exception, people have been exceptionally friendly and fulsome in their praise for the United States, and often for President Bush as well. Even when I was detained a couple of days ago in the city of Isfahan for asking a group of young people whether they thought the Islamic revolution had been a mistake (they did), the police were courteous and let me go after an apology.
They apologized; I didn't.
On my first day in Tehran, I dropped by the "Den of Spies," as the old U.S. Embassy is now called. It's covered with ferocious murals denouncing America as the "Great Satan" and the "archvillain of nations" and showing the Statue of Liberty as a skull (tour the "Den of Spies" here).
Then I stopped to chat with one of the Revolutionary Guards now based in the complex. He was a young man who quickly confessed that his favorite movie is " Titanic." "If I could manage it, I'd go to America tomorrow," he said wistfully.
"CESTIL" PRESENTAZIONE A CURA DELL'AUTORE ANDREA RUSSO
Oggetto: da Andrea Russo su Via Riccardo di Giusto Data: 24 agosto 2007 15:58:59 GMT 02:00 A: casbah@casbahudine.org
Cari lettori,
Penso che il quartiere di Udine est, meglio conosciuto come Via Riccardo di Giusto, rappresenti per molti un modo di essere, uno stile di vita, la realtà della vera periferia. Vivendo in quartiere da più di vent'anni, ho avuto modo di frequentare la scuola media statale Bellavitis, preso parte per un decennio alle gloriose vittorie ed amare sconfitte dello squadrone di calcio dell' A.C. Fortissimi negli anni 90 e soprattutto ho avuto la fortuna di vedere trasformarsi il quartiere. Trasformazione solo superficiale, generazionale, fisiologica, dovuta soprattutto alla forte ondata di immigrazione, ma che non ha intaccato in alcun modo la figura del "riccardino".
Ed è proprio lo stereotipo del riccardino ad emergere in questa trentennale evoluzione. L'assetto del quartiere muta, ma l'uomo all'interno del sistema rimane immutato, cristallizzato. Nei miei trailers, che altro non sono che il ridoppiaggio di film già confezionati, i modi, i gesti, le parole e i caratteri dei protagonisti risaltano come pallottole sparate a bruciapelo, lo slang del quartiere, influenzato negli anni 70 dai giostrai dell'Europa dell'est e dagli zingari accampatisi ai margini del villaggio, è fulcro di questi miei primi cortometraggi, o meglio corto-doppiaggi.
Molti in Udine si saranno sicuramente imbattuti in discussioni con qualche riccardino, ebbene, il riccardino spesso ne esce vincente già prima di inziare un ipotetico scontro fisico. Tale vittoria psicologica è data dall'atteggiamento sicuro e spavaldo con cui l'uomo del villaggio si pone, le parole del riccardino sono rafforzate dallo slang crudo e sintetico, un frasario secco e deciso che punta a disorientare l'interlocutore. Il tutto accompagnato da una gestualità propria del riccardino, una serie di movenze dell'intero corpo che accompagna la parola.
Ovviamente tale gestualità non è decifrabile dai corto-doppiaggi da me fino ad ora realizzati, ma il mio progetto prossimo sarà quello di attrezzarmi per realizzare un lungometraggio che racconti il quartiere in maniera realistica e documentata dagli anni 70 ad oggi, attraverso una sceneggiatura, con volontari attori professionisti e non, filtrato da storie accadute e raccontate da chi ci ha sempre abitato. Insomma, una sorta di romanzo-documento, raccontato come il verismo di Verga ci ha insegnato, senza filtri, senza inutili romanticismi, ma la realtà nuda e cruda, totalmente differente dal genere metaforico de "Il teppista" dei primi anni 90.
Quindi, tutti coloro che sentono loro questa mia idea, e volessero contribuire con totale gratuità come attori, come comparse, come sceneggiatori, aiuto regia, cameraman od altro non li resta che contattarmi direttamente (andrea.russo20@tin.it). Preciso inoltre che, non essendo un operatore nel ramo cinematografico, consigli e indicazioni per la buona riuscita del mio progetto saranno ben attese.
Per finire, vorrei puntualizzare che il mio progetto non ha alcuna intenzione di evidenziare la problematica dell'immigrazione nel quartiere con tutti i risvolti politici che ne susseguono, a questo ci pensa già il mio vicino di casa Stefano Salmè di Fiamma Tricolore, viceversa il mio intento è "solo" quello di raccontare la storia, la vita e lo stile dell'Uomo del quartiere. In villaggio c'è chi esiste, chi sopravvive e chi invece vive orgoglioso di essere riccardino.
Espressione gergale usata nel nord-est Italia a indicare "fare attenzione - stare attento - stare all'occhio" riferito a situazioni di allerta. La voce risale ad un'espressione tedesca come schweig still, sta zitto, silenzio, entrata durante la dominazione asburgica, o poco dopo, attraverso la vita militare; attestata in alcuni gerghi urbani del Veneto, la voce è verosimilmente giunta ai giovani udinesi attraverso nomadi giostrai.
Esempi: "(fai) cestil che c'è la polizia", "(fate) cestil che nessuno ci senta", "cestil al vigile".
Per la storia e gli usi di questo gergalìsmo cfr. C. Marcato, (Fare) cestil nel «parlare giovane» di Udine, in Studi rumeni e romanzi. nota by casbah: almeno nel caso di via riccardo, l'esempio potrebbe essere: "cestil gli sbirri". Lode a Andrea Russo per aver documentato, nel suo terzo trailer, la variante "cestello". Infine, per quanto ci riguarda, siamo testimoni diretti della variante "fai cestillone", udita da giovani "riccardini" fuori sede, ovvero "in loggia", alla fine degli anni '80. Se ci sono segnalazioni che volete fare in merito a "cestil" e altre componenti del gergo di via riccardo, scriveteci senza indugi e riferiremo.
Il Nobel in sè "non è molto importante". Così minimizzando l’importanza del riconoscimento e dopo qualche giorno di silenzio, il presidente dell’Iran Mohammad Khatami ha commentato l’assegnazione del premio all’attivista Shirin Ebadi che da anni si batte per i diritti umani di donne e bambini nel paese asiatico.
Intercettato dai giornalisti all'uscita dal Parlamento, poche ore prima del rientro in Iran dell'Ebadi, Khatami in un primo momento si è irritato perchè gli è stata chiesta ragione del suo prolungato silenzio: "Devo forse mandare messaggi per ogni cosa?". Poi ha preferito buttarla sullo spirito patriottico ("Ovviamente sono contento del fatto che una connazionale si sia aggiudicato il premio" e poi "non c'è persona che non si rallegri del successo di un compatriota”) prima di minimizzare il riconoscimento: "Il Premio Nobel per la Pace non è così importante, gli unici che contano veramente sono i premi scientifici e letterari".
Khatami però è stato fermo nel suo richiamo (preventivo) alla Ebadi, il cui ritorno in patria e è atteso per stasera . "Spero che la signora Ebadi, che proviene da una famiglia religiosa e che ha manifestato il suo amore per l'Islam, farà attenzione agli interessi del mondo musulmano e all'Iran, e non permetterà a nessuno di sfruttare il suo successo".