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Internet site where this film can be seen, in order to avoid propagating corruption in society"
(siasat-e rouz & agence france presse, 11.6.07)

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lavavetri

Autore: Orma




Firenze, 10 lavavetri denunciati e attrezzatura sequestrata
adnkronos - 28 agosto 2007


Dieci persone denunciate, con sequestro degli attrezzi del mestiere. E' questo il bilancio ufficiale dei controlli effettuati dalla Polizia Municipale ieri mattina sulle strade di Firenze, il giorno dopo l'ordinanza comunaleche vieta l'esercizio dell'attività di lavavetri.

I primi controlli sono stati eseguiti in persona dal comandante della Polizia Municipale, Alessandro Bartolini, e dall'assessore alla sicurezza e alla vivibilità urbana, Graziano Cioni (Ds). E già nel corso della mattinata i lavavetri non erano piuùpresenti agli incroci. Gli agenti hanno fermato, identificato e denunciato dieci persone, di età compresa fra 19 e 46 anni: otto di nazionalità rumena e due cittadini marocchini, nove uomini e una donna.

La decisione di dire stop ai lavavetri è arrivata a seguito di continue proteste arrivate dagli automobilisti fiorentini. ''Questo atto è la risposta concreta a una situazione pesante che si è creata nelle strade della nostra città. Una risposta alle segnalazioni e denunce arrivate dai cittadini, e anche un modo per intervenire in modo deciso per prevenire fenomeni criminali'', ha detto il sindaco di Firenze, Leonardo Domenici ricordando che dalle indagini della Polizia Municipale e dagli episodi degli ultimi mesi, si sta configurando a Firenze una gestione non legale dell'attività di lavavetri con la suddivisione del territorio in aree 'gestite' da diverse famiglie. Insomma una sorta di racket in formazione se non già operante con tutto quello che ne consegue anche a livello di sfruttamento di minori come manovalanza.

Immediate le reazioni al provvedimento. Da Roberto Calderoli, vice presidente del Senato e coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Nord, arriva un plauso ''all'assessore diessino Cioni e al sindaco di Firenze, che hanno avuto il coraggio di assumere una decisione sacrosanta''. ''Una tessera di socio sostenitore della Lega non gliela leva nessuno e anzi -annuncia Calderoli - mi premurerò di inviargliela personalmente io stesso, insieme ad una foto di Gentilini, a cui sicuramente l'amministrazione di Firenze si è ispirata per adottare queste misure"

Contrario al provvedimento il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero. ''Le scelte assunte dal Comune di Firenze sui lavavetri - si legge in una nota - vanno nella direzione opposta a ciò che serve per risolvere questioni sociali di questo tipo. Fatta salva la sacrosanta repressione di aggressioni e comportamenti violenti credo che affrontare in termini di ordine pubblico questioni che non lo sono vada nella direzione opposta a quella della mediazione sociale che si dovrebbe invece mettere in campo per fenomeni del genere''.

Ma il problema dei lavavetri non riguarda solo Firenze e da Roma arriva il commento del sindaco Walter Veltroni: ''La questione dovrà essere risolta in ambiti nazionali. Si tratta di un doppio problema se pensiamo al racket del lavoro minorile. E si configura, a mio avviso, anche come reato. Contro questo racket bisogna esercitare il massimo del controllo''.


"Via lavavetri e mendicanti". Si allarga il fronte dei sindaci
di vladimiro polchi
la repubblica - 31 agosto 2007

ROMA - Dai lavavetri ai mendicanti. L'offensiva dei sindaci si allarga: blitz dei vigili, pedinamenti e una pioggia d'ordinanze in arrivo. I nuovi nemici? Accattoni, parcheggiatori abusivi e venditori ambulanti. Sulla guerra ai lavavetri non si placa però lo scontro politico, tanto che in serata interviene anche il premier. "Io sono sempre stato convinto che la lotta contro la piccola criminalità sia indispensabile anche per fermare la grande", afferma Romano Prodi, che però aggiunge: "Certo non avrei cominciato con i lavavetri, avrei cominciato con chi fa le scritte sui muri o con i posteggiatori abusivi".

A rilanciare l'offensiva di Firenze ci pensa intanto Trieste: il sindaco Roberto Dipiazza (Fi) ha firmato ieri un'ordinanza che vieta di "esercitare attività abusive", quali accattonaggio, vendita illecita di merci e lavavetri, per "intralcio e pericolo alla circolazione pedonale e veicolare". In caso di inottemperanza al divieto, il primo cittadino ha ordinato di perseguire penalmente i responsabili e di sequestrare "le attrezzature o la merce utilizzate". Anche a Torino sono in arrivo misure contro lavavetri e parcheggiatori abusivi. "La prossima settimana presenteremo provvedimenti finalizzati a sconfiggere il fenomeno - annuncia il sindaco Sergio Chiamparino - e sull'argomento avremo presto un confronto con la Procura".

E se il sindaco di Modena, Giorgio Pighi, ritiene l'ordinanza di Firenze "pienamente giustificata" di fronte a un "così brutale ed esteso accattonaggio violento", il primo cittadino di Pordenone, Sergio Bolzonello, precisa: "Non abbiamo bisogno di adottare misure particolari contro accattoni o lavavetri, perché qui il problema è già stato risolto, pedinandoli". E così mentre a Roma scattano i primi blitz dei vigili urbani, al comune di Firenze scoppia la querelle. L'assessore Silvano Gori mette una nuova proposta sul tavolo: assegnare un certo numero di postazioni ai lavavetri, equiparandoli agli artisti di strada. La proposta viene però bocciata dal firmatario dell'ordinanza, l'assessore Graziano Cioni, che proprio ieri ha annunciato di aver trovato un lavoro a Mohammed Garmouma, marocchino 67enne, da 14 anni lavavetri a Firenze: andrà a fare il posteggiatore in un garage.

Nei palazzi della politica, intanto, non si placano le polemiche dentro alla maggioranza. Conferma le sue critiche Rosy Bindi: "Un'ordinanza che viene assunta senza che sia stata svolta un'opera umanitaria nei confronti di queste persone - afferma il ministro della Famiglia - insospettisce sulla cultura della sicurezza e della solidarietà del centrosinistra". A difesa di Firenze si schiera il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti,: "Non mi pare che sia giusto, di fronte a un problema che aveva creato difficoltà nei rapporti con i cittadini, fare passare una misura, come quella che è stata presa, come una misura di repressione".

E mentre il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, in una lettera al Corriere della Sera ribadisce quanto detto il 15 agosto ("Serve una lotta all'illegalità a 360 gradi, come fece Rudolph Giuliani da sindaco di New York"), poi annuncia che il governo sta lavorando a un piano per il problema dei lavavetri; Silvio Berlusconi commenta: "Ci fa piacere che i nostri programmi siano fatti propri dalla sinistra. Ma tanto sono tutte cose che si annunciano e che non riusciranno mai a realizzare perché la sinistra estrema non lascerà mai che si realizzino".

E ancora: sui dubbi di incostituzionalità dell'ordinanza fiorentina, sollevati dal ministro della Solidarietà sociale, interviene ora Franco Ippolito, già presidente di Magistratura democratica, oggi capo di gabinetto del ministro Ferrero. "Se la questione dovesse arrivare davanti a un giudice - afferma - non passerà verosimilmente il vaglio di legittimità, perché l'ordinanza invoca erroneamente l'articolo 650 del codice penale". Non solo. "Da punto di vista sostanziale - sostiene Ippolito - si vogliono eliminare dai nostri occhi queste persone, senza così risolvere davvero il problema".

Le associazioni Antigone e Progetto Diritti annunciano, infine, che assicureranno consulenza legale a tutti i lavavetri di Firenze denunciati in base all'ordinanza.




Insicurezza, degrado e relativismo legale
di Carlo Trigilia
Il sole 24 ore - 2 setttembre 2007



Le difficoltà della cultura tradizionale della sinistra italiana ad aggiustare le lenti con le quali guarda alla società contemporanea determinano una sorta di effetto boomerang: il modo in cui essa cerca di tutelare soggetti deprivilegiati rischia di essere controproducente proprio dal punto di vista di un impegno efficace per ridurre le disugyaglianze e per rafforzare la coesione sociale.

Prendiamo il caso recente dei lavavetri. L’adeguatezza dell’ordinanza fiorentina sotto il profilo giuridico può essere discutibile, e certo sarebbe opportuna una maggiore uniformità di comportamento a livello nazionale. Ma le critiche si sono soffermate soprattutto sulle finalità del provvedimento. Il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, nota che sarebbe meglio partire dal racket piuttosto che dai lavavetri. Il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, parla di ingiustizia.

Anche esponenti del mondo cattolico hanno fatto sentire la propria voce. Rosy Bindi ha sottolineato che le misure più efficaci sono quelle volte all’integrazione. Un concetto ribadito da don Vittorio Nozza, presidente della Caritas, che mette in guardia dall’affidarsi solo ad azioni di legalità.

Insomma, per un vasto fronte culturale, le condizioni di forte disagio dei lavavetri immigrati (o degli ambulanti abusivi che vendono a volte merce contraffatta) devono giustificare il fatto che le istituzioni chiudano gli occh. Viene così legittimato una sorta di relativismo legale per il quale chi compie un’azione conta più della legalità dell’azione stessa.

Dall’altra parte, per giustificare l’intervento, si è insistito sul ruolo dei racket nell’organizzare il lavoro dei lavavetri. Ma questa giustificazione è debole. Lascia infatti intendere che, se non ci fosse il racket, il fenomeno si potrebbe tollerare. Il punto essenziale è invece che il relativismo legale mina la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e aumenta il senso di sicurezza.

Eccoci dunque all’effetto boomerang. La tolleranza verso determinati comportanenti – non solo i lavavetri violenti, ma anche i venditori abusivi, i tossicodipendenti e gli spacciatori per strada, la prostituzione, le risse tra bande di ubriachi – accresce la percezione del degrado urbano e l’insicurezza. Siamo tra i Paesi in cui la paura di essere oggetto di un'azione criminosa è già ai livelli più alti (riguarda oltre il 30% della popolazione, il doppio dei Paesi scandinavi; ma è molto cresciuta nelle regioni del Nord e del Centro, dove raggiunge spesso picchi ben più alti).

La conseguenza è duplice. Anzitutto, l'insicurezza porta chi può permetterselo a lasciare le zone più colpite. Chi resta spesso i più anziani - si rinchiude e si isola sempre di più. Si rompono così le reti sociali che esercitano un controllo sui comportamenti devianti. Alla fine l'insediamento della criminalità è favorito e tende a crescere. Si voleva più solidarietà e si ottiene più criminalità.

Ma c'è anche una seconda conseguenza. La crescita dell'insicurezza aumenta la diffidenza verso gli immigrati in generale, sino ad alimentare fenomeni di vero e proprio razzismo. Le ricerche mostrano che reazioni di paura sono particolarmente diffuse tra gli strati sociali medio- bassi, bacino di consenso tradizionale della sinistra. È evidente che questo rende sempre più difficili azioni volte ad accrescere l'integrazione sociale degli immigrati e la coesione. Esattamente l'opposto dell'obiettivo sbandierato da chi antepone la solidarietà alla legalità. Non fare rispettare la legalità in realtà mina le possibilità di una solidarietà e di un'integrazione efficaci.

Altri esempi si potrebbero fare di effetti boomerang legati a una cultura vecchia. Non solo la tolleranza verso l'immigrazione irregolare, ma anche - in tema di lavoro - l'identificazione di flessibilità e precariato, o l'idea dell'orario ridotto e della tassazione degli straordinari come strumenti per accrescere l'occupazione, o la strenua difesa di pensionati cinquantenni.

Che cosa hanno in comune questi esempi? L'ideadi matrice ottocentesca che la difesa di soggetti sociali disagiati debba prevalere rispetto al funzionamento imparziale e impersonale delle istituzioni, o rispetto a considerazioni più generali sulle conseguenze di determinate azioni per l'interesse collettivo. In fondo, è l'idea, presente nell'ambito delle subculture comunista e cattolica che hanno segnato la storia del Paese, che la difesa immediata dei più deboli - degli «ultimi» secondo il linguaggio cattolico, ora ripreso anche da Bertinotti - sia automaticamente generatrice anche di vantaggi collettivi, indipendentemente dalle forme che assume. E quindi la politica deve continuare a prevalere sulle istituzioni.

Nella società contemporanea questa visione ideologica che in fondo diffida delle argomentazioni empiricamente fondate - rischia di creare sempre più effetti perversi e di essere controproducente rispetto agli obiettivi stessi di riduzione delle disuguaglianze che si vorrebbero perseguire. Non è l'accettazione del «dispotismo della realtà», come teme Marco Revelli su Il Manifesto, a rendere difficile la strada della sinistra, ma il dispotismo dell'ideologia con cui una parte di essa si ostina a leggere la realtà.


La paura dei lavavetri
di barbara spinelli
la stampa - 2 settembre 2007

In pochi giorni, anzi poche ore, il fastidio profondo causato dai lavavetri ha preso il posto ­ in prima pagina sui giornali, nelle discussioni cittadine, nello scontro di culture fra governo e opposizione ­ di ben altre turpitudini italiane.

È bastato che il municipio di Firenze approvasse un’ordinanza che punisce fino a tre mesi di carcere chi importuna l’automobilista ai semafori coi suoi servizi, ed ecco che altre notizie come d’incanto son svanite: a cominciare dalle cartoline recapitate in carcere a Riina e Provenzano («La pace è finita!»), dalla faida sanguinosa seminata dalla 'ndrangheta in Germania, per finire con la minaccia di un politico di primo piano, Umberto Bossi, di ricorrere all’illegalità (scioperi fiscali, fucili) se le tasse continueranno a esser pesanti.

D’un tratto, nulla sembra più criminoso del lavavetri, del posteggiatore abusivo, del venditore ambulante, e in particolare del nomade. Nulla più malfido del loro modo di presentarsi, d’imporsi, di vestirsi, di abitare. Non mancano le diatribe anche dotte sulla cultura della sinistra e quella di destra, sul Dna dell’una e dell’altra, su quel che fino a ieri le separava e oggi pare invece unirle. O sui difetti indecorosi del solidarismo cattolico, che Rosy Bindi e Romano Prodi anacronisticamente perpetuerebbero. La società sembra d’altronde compatta, dietro i sindaci che promettono azioni dure per compiacere le paure che si diffondono. Probabilmente sarebbe compatta nel difendere la pena di morte, se nella politica non permanesse una scintilla, almeno, di ambizione pedagogica. Mentre son denigrati i pochi che dubitano (Marco Travaglio, Furio Colombo, Marco Revelli), che considerano parecchio esagerati gli allarmismi e i vituperi: questi pochi son trattati come fossero molti, e vengono considerati arcaici, schiavi di stereotipi di sinistra e di ideologie defunte.

Quel che conta è fare subito qualcosa di spettacolarmente repressivo che però non costi inimicizie di lobby troppo potenti: lavavetri o nomadi sono ottimi, essendo senza difesa. Ancora una volta, come accade da tempo, chi dà spettacolo di simili severità selettive vien onorato con l’aggettivo Coraggioso, perché sfida quei molti che in realtà son pochi. Gli altri sono pavidi asserviti a un Dna.

Certo urge ordine nelle città, e la piccola criminalità ­ lo diceva Beccaria ­ va perseguita come la grande se si vuol debellare la cultura dell’impunità. Ma quest’accanirsi eccitato sugli Ultimi e i poveri ha qualcosa di molto sospetto, è un velo che copre indecenze più inquietanti e assai più scandalose latitanze dello Stato. Achille Serra, fino a ieri prefetto di Roma, lo ha detto chiaramente, venerdì in una cerimonia di commiato al Campidoglio. Ha rammentato che Roma è «sufficientemente sicura», per poi aggiungere con una certa ironia: «Oggi si protesta per i lavavetri, ma l’augurio che faccio a Roma è che siano sempre questi i problemi con i quali occorrerà confrontarsi». Il che è come dire: né Roma né Milano né Bologna né Firenze sono paragonabili a quel che era una parte di New York prima che il sindaco Giuliani introducesse la tolleranza zero. Invocare Giuliani perché ci sono molti nomadi non solo è un’esagerazione menzognera. È un diversivo, utile per dissimulare impotenze o pavidità in altri campi.

Ma non è solo l’esagerazione o il ricorso ai diversivi a colpire. Colpisce la perdita di memoria, su quel che è stata la questione della povertà e del nomadismo nella storia d’Europa. La storia di come nacque la questione sociale e di come la carità medievale finì col degradare, producendo simultaneamente la secolarizzata assistenza pubblica ma anche la grande esclusione e la pratica di punire-bandire i poveri senza lavoro. I poveri un tempo santificati e poi criminalizzati, che in alcune disposizioni medievali venivano chiamati «inutili al mondo» e che nel Seicento inglese furono soprannominati deserving poors (poveri che lo meritano). Anche questa degenerazione è parte delle radici d’Europa, e specialmente delle sue radici cristiane. È narrata da grandi storici come Bronislaw Geremek ex dissidente e poi ministro degli Esteri polacco, o da studiosi della questione sociale come Robert Castel (Le Metamorfosi della Questione Sociale, Parigi 1995).

È tra la fine del Medio Evo e l’inizio del Rinascimento che il povero senza lavoro diventa figura equivoca, impaurente. Lo si vuole assistere e al tempo stesso allontanare, recludere. L’esclusione degli Ultimi (soprannumerari, Inutili al Mondo) conosce l’acme nel momento in cui la civiltà sembra più raffinarsi: nel Rinascimento, quando si cominciano a sognare utopie di società e città ideali. I massacri di San Bartolomeo, che uccisero duemila protestanti a Parigi e diecimila in Francia, hanno sullo sfondo l’utopia cinquecentesca di una società perfetta, armoniosa, fondata sull’amore e la fede indivisa (Denis Crouzet, La nuit de la Saint-Barthélemy: un rêve perdu de la Renaissance, Fayard, 1994).

Quando Marco Revelli mette in guardia contro queste fantasie igienico-repressive («Guai agli ultimi!», così si conclude un suo articolo sul Manifesto del 29 agosto) non è un vecchio stereotipo che mette in scena. Mette in scena quel che è stato l’itinerario d’Europa, il suo sprofondare e il suo risollevarsi. Ricorda che il vero stereotipo non è l’assistenza inclusiva del diverso, ma l’illusione (tanto forte anche nel comunismo) di poterlo allontanare dagli occhi bandendolo. Giacché è così, bandendo gli Ultimi, che nell’800 e ’900 è nata ­ apparendo insolubile senza violenza rivoluzionaria ­ la Questione Sociale. L’esclusione degli Inutili al Mondo non nasce oggi, ha radici nel Medio Evo e diventa organizzazione carceraria a seguito di grandi crisi, come la peste nei primi del ’500. È in quelle occasioni che secondo Geremek sorge la figura doppia del povero assistito ma anche colpevole, senza tetto o come si diceva allora: «dimorante dappertutto».

L’emarginazione-reclusione dell’Inutile al Mondo ha nella storia europea molti scopi. Ha uno scopo religioso, soprattutto a partire dalla Controriforma: è una guerra santa contro i pericoli del tempo che sono il vagabondaggio e la mendicità, considerati come «disordine dei poveri». Gli ospizi del ’500 e ’600 (Pitié-Salpêtrière, Bicêtre, Compagnia del Santo Sacramento a Parigi) vogliono rifar ordine. Ha uno scopo politico assecondato dalla Chiesa: il povero è classe pericolosa, va rinchiuso o raddrizzato nella migliore delle ipotesi. Ha scopi igienici, infine. Quando gli odierni fautori della mano dura usano la parola decoro, sono i miti neoplatonici dell’armonia perfetta che resuscitano, senza saperlo. Decoro non è semplicemente ordine, ha una connotazione estetica, mescola il bello a vedersi e il bello morale, l’aspetto e il comportamento. È significativo che il ministro Amato accenni a questa mescolanza di concetti, dispiacendosene ma senza denunciarla con forza. Quando parla di «percezione di insicurezza» promettendo d’attenuarla, sul Corriere della Sera del 30 agosto, cita d’un sol fiato piccola illegalità, «attività svolte a danno della gente per bene», e «ostilità e diffidenza verso chiunque sia malvestito o malmesso e ci venga vicino».

La storia d’Europa, le sue radici cristiane, sono anche qui. E sono la resistenza a tale degrado, sono la speranza che gli Ultimi non siano trattati come criminali e la povertà non appaia un crimine. È una resistenza che nasce sia dentro il cristianesimo nel ’500 (Filippo Neri difensore degli zingari che Papa Ghisleri ­ Pio V ­ vorrebbe bandire da Roma in quanto empi; Vincenzo de’ Paoli della Compagnia del Santo Sacramento che si ribella agli ospizi-prigioni) sia nella società secolarizzata (sommosse di artigiani e operai, poi nell’800 socialismo). In tutto questo Italia e Roma sono state spesso all’avanguardia: nella crudeltà e non crudeltà.

Si comprende dunque la difesa di legge e ordine: ma a condizione che ci sia un po’ di senso storico, se si vuole che la questione sociale non s’infiammi di nuovo. Scommettendo sull’inclusione, sulla trasformazione di lavori illegali in lavori legali, anche se queste misure non riscuotono subito successo («Fare serie politiche di integrazione significa perdere consensi», dice su La Stampa lo storico Franco Cardini). I critici dell’esclusione punitiva sono accusati di non aver senso della realtà, ma la realtà non è solo la paura, e soprattutto non è l’uso che si fa della paura per ottenere nervosi consensi unanimi. La realtà sono gli eventuali racket ed è anche la vita degli Inutili al Mondo. Un’inchiesta di Emilio Radice su la Repubblica, nel gennaio di quest’anno, racconta come essi vivono, abitando non case, non camere, ma «posti testa»: pochi centimetri quadrati di cemento affittati da italiani a 200, 300, anche 500-600 euro al mese, in appartamenti dove si coricano a turno decine di Ultimi. Sono più istruttive inchieste del genere che tanti editoriali inneggianti al coraggio della pura e molto popolare repressione.


andrea's version
da: il foglio - 4 settembre 2007

Bisogna eliminare dalle strade i lavavetri, come dice il sindaco Domenici, e questo mi sembra giusto. Un filino leghista, ma giusto. Bisogna contemporaneamente eliminare dalle strade le prostitute e i loro clienti, come dice il ministro Damiano, e anche questo mi sembra giusto. Poi bisogna eliminare quelli che fanno le scritte sui muri, per non parlare delle scritte sui monumenti, come dice il presidente Prodi, e vorrei vedere che non si trovasse giusta anche questa. Quindi i posteggiatori abusivi, perché non si può dare torto al sindaco di Torino, Chiamparino, quando chiede di eliminare dalle strade e dalle piazze i posteggiatori abusivi. Di seguito, questo lo dice Amato, e lo ripete Domenici, ma siamo d’accordo tutti, i commercianti abusivi, gli ambulanti abusivi, i falsificatori di griffe, abusivissimi per definizione, e ogni forma comunque di abusiva convivenza. Tutte eliminazioni ben più che giuste, giustissime. Il problema, a questo punto, rimane uno soltanto: chi di noi va a Napoli per avvisarli che ci vorremmo civilmente costruire un campo di sterminio.







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