Autore: Orma
Una telefonata su “YouTube” con Carlo Panella (continua)
Su cosa ci si può confrontare allora, con Khatami? Sulle sue intenzioni riformatrici del paese più oscurantista del mondo, rimaste però sulla carta? O sulle lapidazioni, mai cessate nemmeno nei suoi anni? Dovremmo dialogare intorno alla sua affascinante visione del «dialogo tra le civiltà», divenuto il cavallo di battaglia di un Khatami oggi alla guida di una fondazione che reca appunto questo nome? O dovremmo invece sottolineare le intrinseche difficoltà di questa visione, specie se alimentata con misure a dir poco discutibili: dai generosi finanziamenti e invii di armi alle fazioni palestinesi in lotta contro lo Stato di Israele, Hamas in primis; al sostegno ai miliziani che destabilizzano l’Iraq impegnato nella difficile fase della ricostruzione post-bellica; sino allo strenuo appoggio ai famigerati Hezbollah che abusano della sovranità territoriale libanese per combattere una logorante guerra di guerriglia con il confinante Stato israeliano? Quando si sposta su Tariq Ramadan, l’analisi di Panella si fa altrettanto se non più stringente. Nel caso dell’intellettuale, del resto, la questione del dialogo è resa ancora più indisiosa dalla sua alacre opera di “islamizzazione” tentata in Europa. Non dimentichiamoci infatti, sottolinea Panella, che «Ramadan è il volto presentabile dei Fratelli Musulmani»; è, in altre parole, uno degli esponenti più noti di un movimento transnazionale e ben organizzato che incarna una visione ultrarigorista se non fondamentalista dell’Islam, munito peraltro di apposite appendici terroriste come Hamas e ben oliati meccanismi di reclutamento. Non dimentichiamo nemmeno, a questo punto, che i Fratelli Musulmani in questi ultimi anni si sono insediati capillarmente nel suolo italiano, e non solo, divenendo il punto di riferimento ideologico di gran parte delle moschee e dei centri di culto sorti nel nostro paese. Le parole e le non poche opere a stampa di Tariq Ramadan, in questo senso, rappresentano ben più che l’espressione di un lavorio intellettuale. Sono, soprattutto, missive indirizzate alla nutrita comunità dei musulmani italiani ed europei, chiamati a conformarsi ad una visione dell’Islam che Ramadan si sente chiamato a “riformare” in funzione di un radicamento europeo considerato ormai irreversibile. Con quali fini, ancora non si sa.Queste brevissime note ci aiutano a capire che forse, dal nostro punto di vista di cittadini del Vecchio Continente, l’incontro con Ramadan avrà un’importanza ben maggiore rispetto a quello con Khatami. Mentre il pensiero di quest’ultimo, in fin dei conti, può avere al più risonanza entro la minoritaria sfera della shi’a, e di quella iraniana in particolare, il sunnita Ramadan si rivolge ad una platea sunnita ben più ampia e, soprattutto, collocata ben dentro le nostre città. Questo dettaglio niente affatto trascurabile spinge così Panella a illustrare con la massima nettezza i suoi dubbi. Anche per non spezzarne l’unità, riportiamo interamente questo passaggio dell’intervista:Come sapete, [Ramadan] è nipote del fondatore dei Fratelli Musulmani ma soprattutto è figlio del personaggio che negli anni ’40 e ’50 impiantò la presenza dei Fratelli Musulmani in Palestina. Suo padre, che lui ovviamente ha sempre rispettato, è praticamente il fondatore di Hamas. Non come movimento organizzato, perché nacque anni dopo la sua morte, ma tutti gli esponenti e fondatori di Hamas, a partire dallo sceicco Yassin, sono stati suoi allievi. Cosa fa Tariq Ramadan? Ha una grande capacità affabulatoria. Ha sempre vissuto in Europa, risiede e insegna a Friburgo, in Svizzera, e ha compiuto una operazione piuttosto intelligente. Ha assunto in pieno il linguaggio, il lessico no global; se leggete i suoi libri trovate molte frasi, e molte volte la parola altermondialista. E fa finta che l’islam sia un’ideologia che si possa sposare con le tematiche no global. Da qui un suo grande successo salottiero, da qui anche grazie alla sua grande capacità di discorso e di affabulazione, il credito che ha riscosso. Una volta però posto nell’angolo dalle domande dei suoi interlocutori, soprattutto i giornalisti come rivelano peraltro Le Monde e molti altri quotidiani progressisti francesi, innanzitutto si rifiuta sempre di condannare nettamente, senza giri di parole, gli attentati contro i civili e i bambini israeliani, li relativizza sempre […] tanto meno nei confronti dei civili in Iraq. E poi scrive nei suoi libri una prospettiva di riforma dell’islam, e questa è una cosa che affascina gli ambienti della gauche caviar, che è in realtà una prospettiva autoritaria, e mi spiego. Lui non pone al centro della sua riflessione quello che è stato il senso e la capacità del grande islam degli anni a cavallo dell’800 e del 1200 della nostra era, ma si pone soltanto il problema di riformare la norma della sharia, della legge divina. Lui agisce all’interno di una dimensione del mondo tutta definita dall’esistenza di una società musulmana che deve essere regolata dalla sharia; e assegna il compito di attuare questa riforma della sharia – lui ad esempio ha proposto, e ha riscosso molto consenso, una moratoria delle lapidazioni - non già a qualsiasi tipo di struttura democratica, ma solo ed esclusivamente al consesso dei giuristi musulmani, che devono applicare due criteri molto rigidi del diritto musulmano che sono il criterio del consenso tra di loro e della similitudine, cioè si può modificare la sharia se si riesce a trovare nella tradizione islamica una qualche similitudine con dei procedimenti similari. È questa una struttura di pensiero tipicamente fascista; di stato etico in cui il rapporto tra i cittadini e lo stato viene determinato non dall’enfatizzazione dei diritti e doveri della persona e dello Stato nei confronti della persona, ma solo e unicamente nei confronti di una norma, la sharia, che viene acquisita per come è stata definita – cosa che lui non mette minimamente in discussione - dalle cinque scuole che vigono nell’islam, è che si può riformare non da parte di qualsiasi tipo di processo democratico ma da parte di una elite, autonominatasi peraltro perché non hanno alcuna legittimazione questi giuristi [a parte il fatto] che controllano le università coraniche. È un discorso tutto interno allo stato etico, è un discorso di riforma dello stato etico, di tipo però giurisdizionale. Quindi, rifiuto totale di ogni criterio di itjiad, di interpretazione del testo coranico che ha segnato invece il successo dell’islam d’oro.
Con questo attacco a tutto campo, Panella si premura di ribadire il messaggio chiave dell’intervista: ogni ipotesi di dialogo con Ramadan è del tutto illusoria. Cosa attendersi d’altronde da un uomo che, nel presentarsi come un campione di un Islam aggiornato al III millennio, sta compiendo al più un’operazione di restyling che non rinnega, e anzi ripropone, le asprezze dell’Islam? Che, nonostante la pur rivendicata apertura alla modernità, bandisce «ogni criterio [di] interpretazione del testo coranico» rinnovando per quest’ultimo, e per le «cinque scuole» che mille anni or sono l’hanno compulsato in lungo e in largo, il ruolo di guida unica per i fedeli? E che, dietro le acrobazie retoriche di cui è indiscusso maestro, cela una visione religiosa tutta incentrata sulla sharia, il diritto islamico, con i suoi ferrei corollari patriarcali e misogini e, soprattutto, ostili ad ogni ipotesi di conversione ad altre religioni? Insomma, che senso ha dialogare con un uomo che propone, quale cornice ideale per la convivenza in Europa, uno «stato etico» che chiama i neo-concittadini musulmani a conformarsi ad un modulo di «pensiero tipicamente fascista», ignorandone così le aspirazioni ad una maggiore autonomia – civile, etica e politica - dalla guida della religione?
Gli interrogativi sollevati da Panella sono, inutile nasconderselo, spinosi. Ne è perfettamente consapevole la Consulta Islamica, organo creato nel 2006 dal nostro Ministero degli Interni col mandato di perseguire la «attuazione pratica delle politiche riguardanti l’immigrazione musulmana in Italia e i problemi dei diritti civili e dell’integrazione dei musulmani nella nostra società civile». Le proposte di una regolamentazione della fede islamica sotto l’egida dello Stato italiano avanzate in quel consesso si sono arenate, tutte, sullo scoglio dell’opposizione dell’Unione delle Comunità Islamiche in Italia (UCOII), emanazione nostrana dei Fratelli Musulmani di Tariq Ramadan. Un’opposizione che, almeno secondo Panella, è il necessario complemento di un atteggiamento assolutamente rivelatore. Vi ricordo che il Corano più venduto in Italia, che è il Corano edito dall’UCOII, con la prefazione e il commento di Hamza R. Piccardo – Piccardo continua a definirsi assolutamente fedele alla nostra costituzione,così come l’UCOII – contiene, oltre a una decina di passaggi insopportabilmente antisemiti (si parla letteralmente di “ruolo abietto svolto dagli ebrei durante la storia”), alcune perle, la prima delle quali è che la donna è naturaliter sottoposta all’autorità tutoria dell’uomo. Un’altra molto bella e terribile dice che la donna può chiedere il divorzio, però offrendo al marito una compensazione patrimoniale, cioè si deve riscattare come se fosse una schiava, una mucca. Questo dice un Corano venduto in 130 mila copie della più grande organizzazione musulmana italiana che sta dentro la Consulta islamica del Ministero degli Interni. Cioè la concezione della donna che ha Hamza Piccardo e l’UCOII è che può divorziare se offre una compensazione patrimoniale al marito. Dice tutto della concezione della società che questi musulmani hanno. [Il governo italiano tuttavia dialoga con l’UCOII perché] è la più grossa organizzazione musulmana, […] sicuramente quella che controlla più moschee in Italia. Quindi il governo italiano chiude tutti gli occhi, non legge, non studia, nessuno si è letto questo Corano e se l’hanno letto fanno finta di non capire e danno credito a questa persona, devo dire con la complicità di molte televisione che negli anni scorsi hanno fatto di Hamza Piccardo una sorta di star televisiva. Pensate che l’UCOII è quella che ha impedito qualsiasi regolamentazione dell’esercizio della religione islamica in Italia perché l’UCOII pretendeva che i musulmani in Italia fossero dispensati dal seguire la legislazione italiana e applicassero la Sharia. Questo è il punto dirimente che ha impedito peraltro qualsiasi regolamentazione: cioè non si riesce a combinare niente perché l’UCOII ha la pretesa di applicare la sharia in Italia, anche quando è confliggente, e lo è, in infiniti punti con la costituzione in Italia.
L’intervista con Panella non si conclude qui, ma abbiamo oramai toccato tutti i suoi punti salienti. Il messaggio di fondo, soprattutto, è chiaro. A Udine, checché ne dica Vicino/lontano, si celebrerà una piccola Monaco. Un evento in cui, anziché dirci chiaramente in faccia cosa affligga le reciproche relazioni e ne impedisca uno sviluppo armonioso, si preferirà ignorare di piè pari gli argomenti spinosi nel nome dell’amicizia e di un fumoso omaggio a presunti valori comuni. Tra cui, naturalmente, il dialogo. Si chiacchiererà insomma affabilmente, come tanto piace a quegli esponenti della gauche caviar dal cui cilindro sono solite uscire belle idee come quella di Vicino/lontano. Idee che non dialogheranno magari con la realtà, ma offrono se non altro ai cittadini di Udine l’opportunità di fare la conoscenza di personaggi dalle buone intenzioni. Almeno, a parole. Convenevoli tra Cardini e RamadanIl sospetto di Panella si rivelerà, puntualmente, azzeccato. Alla sera del giovedì 10 maggio, il pubblico assiepato nella Chiesa di San Francesco e pronto ad accogliere la troika Ramadan-Cardini-Allievi. Chiamati a sciogliere l’interrogativo che ha dato il nome alla conferenza, Nemici per forza?, i tre studiosi non deluderanno le aspettative fornendo una confortante risposta negativa. No che non dobbiamo essere nemici, argomentano all’unisono le star della serata Ramadan e Cardini. Vale davvero la pena, a questo punto, capire le ragioni di questa risposta così sicura e soprattutto della convergenza tra i due studiosi. Tralasciando le ben note simpatie islamiste del Cardini (e, se è per questo, l’atteggiamento sin troppo empatico del cerimoniere Stefano Allievi), sarà utile fare riferimento a due passaggi articolati da Ramadan e Cardini durante l’incontro : Lewis e poi Huntington - spiega Tariq Ramadan - hanno teorizzato uno scontro di civiltà […] ma questo è un concetto che è soltanto occidentale e che si basa su tre fermenti che alimentano la paura: la nuova e crescente presenza dell’islam nella società occidentale; i fenomeni migratori che non finiranno e anzi aumenteranno visto che ci calcola che l’occidente nei prossimi vent’anni avrà bisogno di undici milioni di lavoratori; il terrorismo dopo l’11 settembre. Tutto questo, ovviamente, condiziona e irrigidisce il dibattito, mentre invece, dovremmo discutere soltanto con gli argomenti della politica. La realtà, infatti, è che si parla tanto di problemi religiosi per non affrontare i problemi reali della nostra società in cui tanti hanno i doveri dei cittadini, ma non ne hanno i diritti e giustamente li reclamano.
[…] non si possono - argomenta Franco Cardini - dare risposte semplici a domande complesse e, soprattutto, occorre battersi per avere un’informazione onesta e contro chi vuole togliercela. Pensiamo a quante poche volte si è appaiato il problema iracheno a quello del petrolio. Noi dobbiamo capire la realtà esatta di un mondo in cui il 20 per cento della popolazione vive con l’80 per cento delle risorse lasciando all’80 per cento della popolazione soltanto le briciole pensando che noi dobbiamo vivere bene per un diritto che non è più di razza, ma di cultura. Questo […] è un mondo, infame e barbarico in cui io, cattolico, mi vergogno di vivere».
Benché stringati ed estratti da una conversazione durata quasi due ore, i due brani evidenziano molto bene quello che, nel commento del giornalista Gianpaolo carbonetto, si è verificato sotto le alte volte della Chiesa di San Francesco: «Un dialogo serrato […] con una sostanziale identità di vedute» . Il dialogo è riuscito, dunque. Ma non è stato difficile. È bastato evitare tutti gli argomenti più ostici, le controversie tristemente note anche ai meno assidui consumatori dell’informazione televisiva, per lasciare che la discussione si incanalasse fatalmente verso la teoria più accreditata, almeno tra gli ambienti organici alla cultura di Vicino/lontano: se scontro c’è, tra Islam e Occidente, la colpa è dell’Occidente.Secondo Ramadan, per esempio, le odierne incomprensioni sarebbero anzitutto il frutto della pervicace opposizione dei politici europei a conferire pieni diritti alle nuove minoranze musulmane, tra cui presumiamo anche il diritto di seguire ed applicare la sharia. Sarebbero, anche, la necessaria conseguenza di un clima troppo influenzato dai fatti dell’11 settembre, un evento che ha spinto indebitamente la questione del fondamentalismo islamico al centro dell’attenzione, generato indebitamente delle paure collettive intorno alla questione islamica, con la sgradevole conseguenza di lasciare da parte «i problemi reali della nostra società». Problemi di cui il terrorismo stragista di al Qaida e delle altre sigle fondamentaliste, presumibilmente, rappresentano solo un fastidioso ma innocuo rumore di fondo, da noi strumentalmente amplificato.Cardini annuisce. Pur negando che si possano «dare risposte semplici a domande complesse», il che costituisce se non altro l’onesto riconoscimento della complessità della situazione, anche lo storico italiano non ha dubbi su dove puntare l’indice. I problemi nascono da noi, in quell’Occidente dove «occorre battersi per avere un’informazione onesta» e, soprattutto, dove loschi figuri sono sempre pronti a «togliercela». Se esiste – e l’amico Tariq l’aveva sottolineato: è il parto doloso di Lewis e Huntington, grandi alleati del Satana americano - lo scontro di civiltà è una invenzione di quel «mondo, infame e barbarico» che, ben lungi dal denunciare le mire imperiali del gigante a stelle e strisce, non riesce nemmeno ad appaiare «il problema iracheno a quello del petrolio», e che soprattutto non ha alcun pudore nell’appropriarsi dell’«80 per cento delle risorse [della terra] lasciando all’80 per cento della popolazione soltanto le briciole».Che dire? Di primo acchito, dobbiamo assolutamente concordare con Panella. Parlandoci di Ramadan, Panella c’aveva avvertito che qualsivoglia discussione si sarebbe presto ammantata del «lessico no global» o «altermondialista». Previsione centrata, con tanto di adesione da parte di Cardini che, di quel lessico, ha prontamente recuperato la sezione petrolifera. Aveva soprattutto ragione, Carlo Panella, nel ricordarci che il confronto sarebbe avvenuto all’insegna della fatidica taqyia, occultamento.Ramadan, così, occulta volentieri – come aveva fatto abilmente con la stampa poco prima della conferenza - la responsabilità dello zio scomparso e del movimento da lui fondato, i Fratelli Musulmani, nel dar corpo alla spinta fondamentalista e alla tesi di uno scontro ineluttabile tra Occidente cristiano e la umma musulmana. Una idea, naturalmente, maturata dalla sua cara fratellanza ben prima che Bernard Lewis e Samuel Huntington avessero preso carta e penna. Omettiamo, inoltre, le non poche sigle e personalità islamiche che oggi, dello scontro di civiltà, hanno fatto letteralmente la propria bandiera, se non un grido di battaglia. Tra queste sigle, ovvio, molte si ispirano ai Fratelli Musulmani o ne sono di fatto un’emanazione. Cardini, a sua volta, glissa volentieri sul ruolo altrettanto discutibile di organi come Al Jazeera o Al Manar, emittente degli Hezbollah, nel costruire un clima di pace. Né precisa che le odierne e certo odiose sperequazioni economiche a livello mondiale, responsabili per lui dell’arroganza occidentale, vanno ascritte in parte considerevoli a decenni di malgoverno e ruberie da parte di regimi corrotti, autocrazie e giunte varie, che - quando non si combattono tra loro - stanno magari a tut\'oggi piagando le rispettive popolazioni. Un’analisi che vale, a maggior ragione, per un mondo arabo restio ad aprirsi anche in campo economico agli scambi col mondo, e afflitto per di più dalla «maledizione del petrolio». Ma questi, per i campioni del dialogo udinese, devono essere evidentemente dettagli. Fastidiosi ronzii che non possono compromettere l’atmosfera di calda amicizia creata ad arte in una città come Udine. E non possono, soprattutto, privare il pubblico di Vicino/lontano di quella «informazione onesta» che il duo Cardini-Ramadan ha amorevolmente recuperato loro.Una informazione cui però, a questo punto, converrà aggiungere qualche glossa.
Scegliamo così di concludere questo capitolo con le parole del sociologo Bruno Tellia, sociologo presso l’Università degli Studi di Udine intervistato, anche lui, dai microfoni della casbah di Udine. Un intervento in cui Tellia si mostra meno interessato al contenuto dei convenevoli tra Cardini e Ramadan che al clima in cui se li sono scambiati. Perché secondo Tellia, solo un peculiarissimo contesto culturale – locale, regionale e, aggiungiamo a questo punto noi, nazionale e intercontinentale – può condurre il dialogo tra islam e occidente a risultati sorprendentemente positivi come quelli raccolti da vicino/lontano. Un mistero che Tellia, nella nostra modesta opinione, squarcia con successo:
[Questi eventi permettono] di capire il contesto in cui ciò si è verificato, e in particolare un contesto che non è solo locale ma anche regionale. L’idea che mi sono fatto è sostanzialmente questa. Animati da buona volontà, forse dalla voglia di creare ponti e momenti d’incontro, si cerca di dare una rappresentazione diversa da quella che è la realtà effettiva. Cioè, si è data l’opportunità ad alcuni personaggi che sono ben noti per quello dicono e per quello che hanno fatto e continuano a fare mettendolo in una luce diversa, accentuandone gli aspetti collaborativi, buonista di tutta la faccenda. Dare una rappresentazione diversa della realtà per poterli giustificare, per renderli più accettabili, e in questo modo far perdere capacità e spirito critico da parte nostra. Il dialogo che è l’essenza, lo strumento indispensabile – è inutile ripeterlo perché è un dato acquisito: senza dialogo tra le persone, gli Stati e le culture eccettera non ci può essere convivenza. Però il dialogo presuppone non una trasformazione degli interlocutori ma la presa d’atto degli interlocutori. La buona volontà si manifesta proprio in questo: nel potere dialogare con una persona che la pensi in modo assolutamente diverso. Per dialogare con uno non devo trasformarlo, non devo farlo apparire qualcosa di diverso da quello che è. Diventa facile. A parte che è uno strano dialogo, ma è un’operazione molto facile. Nel momento in cui ho trasformato l’altro, è facile accettarlo. È più difficile invece, più produttivo, condurre il dialogo su una base seria e realistica. Forse l’osservazione critica che si può muovere a questa manifestazione è stato di lasciare spazio ad una sola voce, di dare la propria rappresentazione, di esprimere quel sé che non necessariamente corrisponde al vero e alla fine non aiuta assolutamente la crescita della comprensione reciproca e di un dialogo effettivo e reale. Io credo che la verità sia comunque il fondamento sul quale poi si può costruire effettivamente rapporti, e rapporti duraturi a quel punto e non momentanee situazioni gratificanti.
Capito? Quando il dialogo partorisce un «pensiero unico», per dirla con il direttore di Telefriuli Alberto Terasso; quando cioè un confronto tra l’intellettuale musulmano più sibillino dei nostri tempi e un presunto guardiano della tradizione europea come Franco Cardini finisce per generare l’«identità di vedute» intravista da Carbonetto, è il caso di suonare l’allarme. O forse, per dirla con l’indovinato titolo di un saggio sui rapporto tra islam ed Europa, è proprio il momento di gridare: Evviva. Ci arrendiamo!
(continua prossimamente)