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(siasat-e rouz & agence france presse, 11.6.07)

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june 28 - teheran, la rivolta per la benzina

Autore: Orma



from: l'opinione
june 28th 2007

Nella notte tra il 26 e il 27 giugno i cittadini iraniani sono insorti violentemente nella capitale. In vista di nuove sanzioni Ahmadinejad prova l’autarchia e raziona il carburante

di Stefano Magni

Notte di fuoco a Teheran, nel senso letterale del termine: “Ahmadinejad deve essere ucciso! ” gridavano gruppi di cittadini della capitale che ieri notte hanno incendiato diversi distributori di benzina e dato l’assalto ad alcuni grandi magazzini a Pounak, un quartiere povero della capitale iraniana. La rivolta, a quanto sembra, si è estesa anche in altre città del Paese. Il motivo della protesta violenta, che è continuata per tutta la notte con grandi roghi e scoppi di carburante, è il razionamento della benzina, un provvedimento a lungo discusso (se ne parla dallo scorso mese di marzo) e poi messo in atto dal presidente Mahmoud Ahmadinejad l’altro ieri. Secondo la nuova politica di “austerity”, ogni auto privata non deve consumare più di 100 litri al mese, mentre i taxi e le vetture di servizio non possono andare oltre gli 800 litri mensili. Per un’auto privata, il rifornimento giornaliero non può andare oltre i 3, 3 litri. La reazione a questi nuovi provvedimenti è stata molto forte perché, sinora, Teheran aveva fortemente incentivato il consumo di benzina, mantenendo il prezzo artificialmente basso (8 centesimi di euro al litro) .

Già il mese scorso, il regime aveva deciso di aumentare il costo del carburante del 25%, in preparazione al razionamento, provocando le prime proteste. In questi giorni, ad essere furenti contro Ahmadinejad, sono proprio coloro che dovrebbero essere i suoi sostenitori: quelle fasce di popolazione emarginata e povera che lo votarono sulla base di un programma populista di redistribuzione della ricchezza. Il parlamento iraniano, si è subito riunito a porte chiuse per ridiscutere la politica di razionamento, che i gruppi di opposizione definiscono “provocatoria” e “antipopolare”, ma alla fine si è deciso di non modificare di una virgola le decisioni prese da Ahmadinejad. Come può scoppiare una crisi sul carburante in un Paese che è il quarto estrattore di petrolio al mondo? I motivi sono solo in parte economici, ma la causa principale è la politica estera di Ahmadinejad. L’economia (in gran parte controllata dallo Stato) dell’Iran non riesce a rinnovare gli impianti di raffinazione. Invece di dedicarsi al loro ammodernamento, Teheran ha sempre seguito la via più comoda: far raffinare il petrolio all’estero e importare benzina. Il 44% del carburante è importato, soprattutto da Paesi europei. Ma oggi in Iran non c’è affatto penuria di carburante, non si assiste a un fallimento del mercato, né (almeno per ora) al cambiamento di politica dei Paesi europei esportatori.

La scelta di Ahmadinejad si basa unicamente su una previsione di possibili future sanzioni decise dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Sanzioni, tra l’altro, che verrebbero decise nel caso in cui l’Iran, violando ben due precedenti risoluzioni Onu, dovesse continuare ad arricchire uranio e costruire nuovi impianti per il suo programma nucleare. Dunque si tratta di una prova di forza tra Ahmadinejad e la comunità internazionale: è l’ennesima dimostrazione della determinazione del presidente islamista iraniano a portare a termine il suo programma nucleare, a tutti i costi. E va letta anche nel contesto di una politica estera iraniana sempre più islamico-radicale: la protesta contro la Gran Bretagna per l’onoreficienza data a Salman Rushdie, la posizione presa da Ahmadinejad contro Abu Mazen in Palestina, l’appoggio (denunciato dagli stessi Palestinesi) a Hamas e quello (denunciato più volte dalla Coalizione) ai guerriglieri islamisti in Iraq. Persino l’ex presidente Khatami è stato messo sotto accusa per un filmato in cui si vede che, nel corso della sua visita a Udine, aveva stretto la mano ad alcune donne.

Ma la rivolta che è scoppiata immediatamente dopo l’annuncio della politica di razionamento è invece una dimostrazione di estrema debolezza del regime sul suo fronte interno, dove il dissenso aumenta nonostante l’inasprimento della repressione. Il regime ha particolarmente paura di una progressiva occidentalizzazione dei costumi e di una possibile "attività sovversiva" da parte degli ambienti accademici e delle associazioni. Da marzo il numero dei fermati e dei giovani tuttora in galera ammonta ormai a 150. 000 individui. Ottomila associazioni sono sotto stretta sorveglianza, costrette a provare di fronte a un giudice di non aver ricevuto soldi dagli Stati Uniti.



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