Autore: Orma
From:
Articolo 21July 11, 2007Di
Nella Condorelli
Nell’eco delle proteste internazionali sollevate dalla decisione del ministro dell’Orientamento della Repubblica Teocratica Iraniana, Mohamed Saffar-Harandi, di sospendere le pubblicazioni di alcune tra le piu’ note e diffuse testate giornalistiche del Paese, sono passate inosservate due notizie di ordinaria repressione quotidiana che la dicono ancora piu’ lunga sullo stato della societa’ iraniana, nell’anno ventottesimo dell’era degli ayatollah.
Giovedi scorso, nella sua casa di Teheran, e’ stato arrestato Abbas Hakimzadeh, dirigente dell’associazione islamica degli studenti universitari e leader del movimento studentesco per la democrazia. La sigla, forte della partecipazione di centinaia di studenti e studentesse, che nel dicembre dell’anno scorso all’universita’ della capitale iraniana aveva contestato apertamente il presidente Mamhoud Ahmadinejead, li’ convenuto per l’inaugurazione dell’anno accademico di una facolta’ scientifica. Abbas e’ stato prelevato dalla polizia politica mentre stava per recarsi in facolta’, e da allora la sua famiglia non ha piu’ notizie.
Negli stessi giorni, una studentessa di giornalismo dell’universita’ di Quebec, Mehrnoushe Solouki, nazionalita’ franco-iraniana, e’ stata posta agli arresti domiciliari dopo essere stata detenuta per un mese intero nella prigione di Evin, in isolamento, senza materasso, e con la luce della cella sempre accesa. La causa di tanto accanimento poliziesco, pesanti interrogatori compresi, sta nelle ricerche oggetto del documentario - tesi di laurea che la studentessa stava compiendo a Teheran, ed in altre citta’ iraniane, quando e’ stata arrestata : la cronaca degli avvenimenti seguiti alla guerra Iran-Iraq del 1988. Ricerche e tesi di laurea, ha protestato per giorni e giorni davanti al carcere il suo avvocato William Bourdon, per le quali Mehrnoushe aveva comunque chiesto e ottenuto i permessi necessari dalle autorita’ competenti. Tutto e’ filato liscio, sino a quando non e’ andata ed intervistare le famiglie dei Moujahedin del Popolo, vittime della repressione che, dopo la disfatta militare, si abbatte’ sui dissidenti, stritolati dagli ayatollah che quella guerra, costata un milione di giovani vite umane, avevano voluto. Souloki ha lasciato la prigione la settimana scorsa, dietro versamento di una cauzione equivalente a 80.000 euro, mentre ancora sotto sequestro rimangono appunti di lavoro e riprese.
Le vicende di Abbas e di Merhouse, parallele e abbastanza simili, poco aggiungono alle cronache di ordinaria repressione dei diritti e delle liberta’ civili che la presidenza di Mamhoud Ahmadinejead arricchisce ogni giorno di episodi sempre piu’ inquietanti. Non che prima fosse diverso; nella sostanza, repressione della dissidenza, censura, imposizione di uno stile di vita e di politica improntato all’eccellenza del principio unico religioso, di stampo komeinista, segnano dal 1979 la vita quotidiana della societa’ iraniana. Chiunque si sia trovato in questi anni a frequentare le case di Teheran, di Isfahan, di Mashad, tanto per citare alcune tra le piu’ grandi citta’ del Paese, sfuggendo al controllo dei segugi in veste di solerti accompagnatori tuttofare del ministero per l’Orientamento, non puo’ che raccontare episodi di comune e spontanea ribellione, che accomunano donne, uomini e famiglie intere, tanto nei ceti borghesi quanto in quelli piu’ popolari. “Se gli iraniani fossero lasciati liberi di decidere”, mi ha detto una volta con calma assoluta un amico di Teheran, uomo pacifico, commerciante, non particolarmente politicizzato, sposato Zhara, casalinga, tre figli, mentre tutti insieme cenavamo seduti a gambe incrociate sui tappeti della sala da pranzo, “caccerebbero gli ayatollah nei giro di mezzora, e se qualcuno di loro osasse girarsi indietro, li appenderebbero tutti ai lampioni delle strade.”. Ricordo che a colpirmi non furono solo le sue parole, ma la calma assoluta con cui le aveva pronunciate.
Di certo, comunque, nell’era del rude Ahmadinejead, duro e puro come egli stesso ama definirsi, per rammentare in continuazione, quasi ce ne fosse bisogno, la sua appartenenza ai pasdaran, - i guardiani della rivoluzione e di Komeini che gia’ a Parigi, nel ‘79, nel cortiletto della casa di Cachan dove il grande aytollah si preparava al rientro, usavano agitare mitra e kalanshikov sotto il naso di tutti e tutte -, repressione e violenza intimidatoria sono cresciuti in maniera proporzionale allo scontento popolare ed alla perdita di popolarita’ del presidente, ormai in caduta libera. Anche presso gli strati popolari di cui in fondo e’ espressione.
Colpa dell’inflazione e della poverta’ galoppanti, certo, in un Paese ricco di risorse naturali, petrolio e gas innanzitutto, che vanno ad arricchire i soliti noti (ayatollah in prima fila: alcuni, stramiliardari, si ritrovano tra i migliori investitori di tutto il Golfo Persico), impoverendo il resto della popolazione. In tre anni scarsi di governo, Ahmadinejead ha dovuto fronteggiare piu’ di cinquemila manifestazioni popolari di protesta per la sua politica economica e scioperi di categoria, dagli insegnanti alle minoranze religiose, dagli studenti agli operai. Nelle settimane appena trascorse, molte citta’ del Paese sono state percorse da gruppi di dimostranti che, taniche alla mano, hanno dato fuoco a rifornimenti e depositi di benzina, per protestare contro il razionamento del carburante, arrivato anche a prezzi da capogiro, certamente impossibili per la maggioranza dei redditi del Paese.
Colpa, ancora, della persecuzione ossessiva sulle questioni della liberta’ personale, innazitutto delle donne, oggetto da anni di una campagna persecutoria a tappeto, alimentata da vere e proprie ossessioni misogine. Il nuovo codice sull’abbigliamento, che stabilisce colore e foggia dei vestiti, ha avuto come effetto l’aumento delle incarcerazioni di ragazze, e delle fughe da casa.
Da anni, ormai, in Iran il fenomeno delle ragazze di strada, adolescenti, a volte poco piu’ che bambine, che fuggono dalla famiglia, restano a vagare sui marciapiedi, prede della droga, degli stupri e infine della tratta (crimine che vede le bande di trafficanti e le strade del Paese in primo piano nel traffico mondiale), e’ oggetto di serie denuncie e riflessioni, da parte di giudici, medici, psicologi, insegnanti. Che scuotono la testa, sempre piu’ preoccupati, davanti alla risposta del governo, basata solo sull’aumento della repressione e dei divieti in nome della purezza del sogno komeinista diventato incubo.
Stessa sonata per la questione dei matrimoni temporanei. Un paio di giorni fa, il ministro degli Interni li ha difesi pubblicamente, come argine “alle relazioni sessuali fuori dal matrimonio”. Benche’ la polemica sulla questione vada avanti nella societa’ iraniana da piu’ di dieci anni, e’ la prima volta che un esponente di governo prende la parola sull’argomento per difenderlo senza mezzi termini. “Dobbiamo trovare una soluzione agli impulsi sessuali dei giovani che non possono sposarsi”, e’ stata la motivazione fornita dal ministro agli organi di stampa, “pensiamo alla meta’ della nostra popolazione che ha meno di 30 anni.”.
Per chiarire di che si tratta, e comprendere la portata del dibattito nella societa’, occorre precisare che l’espressione “matrimonio temporaneo” ha origine da una pratica tradizionale sciita per la quale un uomo e una donna che firmavano un contratto “sigheg” potevano considerarsi sposati per un certo lasso di tempo, non inferiore alle 24 ore. Tacitamente messa da parte, nel tempo, la pratica e’ stata adesso ufficialmente legittimata dal ministro, nonostante la forte opposizione della gente che la considera niente altro che un’anticamera legalizzata della prostituzione, e un sostanziale avallo dello sfruttamento maschile.
Ma cosi’ e’. Di mezzo, c’e l’abbondante attivita’ legislativa del Parlamento che sforna leggi a getto continuo, ossessionato soprattutto dalla questione
”morale” che non riguarda corruzione e malaffare, peraltro molto diffusi come confermano le statistiche diffuse dalla stampa, ma corpi (di donne, di uomini) e sesso. La settimana scorsa, il Parlamento ha approvato un disegno di legge sulla pornografia che prevede la pena di morte per attori e produttori di film e video hard; frustate e carcere duro per i distributori di Dvd e di CD. Secondo quanto raccontano i blogger via internet, il disegno di legge ( in attesa dell’approvazione del Consiglio dei Padaran, garante della Costituzione) sarebbe stato concepito come risposta allo scandalo a luci rosse che l’anno scorso ha implicato l’attrice Zarha Amir Ebhraimi, filmata mentre si trastullava con un uomo, in un video messo in circolazione prima su internet e poi al mercato nero dei bazaar. L’inchiesta e’ tutt’ora in corso, l’uomo identificato e’ finito in prigione e Zhara, che si difende dichiarando di non essere la donna ripresa nel video, rischia frustate e galera. Se poi il nuovo disegno di legge dovesse tradursi in legge a tutti gli effetti, anche la pena di morte.
E’ cosi che, nell’era di Ahmadinejead aumentano esecuzioni capitali e lapidazioni. Ieri un uomo, Jafar Kiaii, e’ stato lapidato a Gavzin, a sud di Teheran. Era stato condannato per una relazione extraconiugale di quindici anni fa con quella che sarebbe poi diventata la sua compagna, anch’essa condannata adesso alla lapidazione, dalla quale e’ nato un bambino che oggi ha undici anni. La sentenza, sospesa in un primo tempo per le proteste internazionali, tanto istituzionali quanto della societa’ civile, e’ stata improvvisamente riattivata ieri, e l’uomo lapidato nel cimitero cittadino. Adesso, le associazioni di donne iraniane, in patria e all’estero, chiedono ancora una volta la mobilitazione internazionale e l’intervento delle ong che si battono per la difesa dei diritti umani, e contro la pena di morte, affinche’ sia almeno risparmiata la vita della donna, Mokarrame Ebhraimi.
Fino a quando? Se lo chiedono le iraniane esuli a Parigi, che il prossimo 19 luglio saranno ospiti della Regione Toscana e dell’Unicef al Meeting di San Rossore, dedicato quest’anno ai diritti delle donne e dei bambini(www.women.articolo21.com).
Farideh Araki, responsabile dell’Association des Femmes Iraniennes de France, che sara’ presente a San Rossore, mi ripete ancora una volta che “solo un cambiamento democratico nel Paese, con il referendum popolare per l’autodeterminazione chiesto dalla presidente del Consiglio Nazionale della Resistenza, CNRI, Maryam Rajavi, puo’ rappresentare la giusta risposta tanto alle istanze di democrazia degli iraniani quanto alla pacificazione dell’intera Regione. Tutte le altre soluzioni, dall’intervento esterno armato ai finti cambiamenti interni, con il ricorso a politiche riformiste impossibili nel quadro dell’attuale sistema politico, di stampo assolutista, non solo sono destinate a fallire, ma creerebbero una situazione ancora piu’ tragica per il popolo iraniano e per l’intera Regione.”.
Intervento armato esterno (leggi esercito Usa, che ormai accerchia l’Iran) oppure referendum popolare per l’autodeterminazione? Repubblica teocratica e governo religioso oppure democrazia e liberta’ di associazione politica? Per gli iraniani in esilio ai quattro angoli del mondo, sostenitori di Rajavi e dei partiti politici dell’opposizione che compongono il CNRI, - erano in cinquantamila, sabato scorso, a Parigi, ad appaludire la presidente e le personalita’ politiche e istituzionali, europei e americani, convenute a sostegno della resistenza iraniana (dall’Italia, c’erano anche due partigani)-, non c’e’ dubbio alcuno. Gli iraniani sceglierebbero referendum e democrazia. Ma il percorso e’ a ostacoli, e mentre il CNRI deve difendersi anche da un’accusa di terrorismo internazionale che, al momento dell’invasione americana dell’Iraq e su richiesta degli stessi Stati Uniti ( seguiti poi dai paesi UE), ha fatto iscrivere i Muhjaedin del Popolo (il partito piu’ importante) nella “lista nera” (dove si trovano ancora, nonostante la recente sentenza della Corte di Giustizia europea che nei fatti li scagiona), in patria l’opposizione politica interna al governo di Ahmadinejead ha assunto i contorni della “congiura”.
E’ la “congiura dei giornali’. Cosi’, e’ stata subito definita da esponenti del governo del presidente, l’operazione ordinata dal ministro Mohamed Saffar-Harandi che nei giorni scorsi ha portato alla chiusura di numerose testate quotidiane, molto note, come “Ham Mihan”, Compatriota, vicina all’ayatollah Hashemi Rafsanjani, sconfitto da Ahmadinejead nelle elezioni presidenziali del 2005, come “Mosherekat”, Partecipazione, organo del principale partito riformista, sostenitore anche dell’ayatollah Khatami, sospesa nel 2000 ed oggi definitivamente chiusa, o ancora “Nedaie Kordistan”, La voce del Kurdistan, “Ilna”, agenzia di stampa, “Etemad Melli”, Fiducia Nazionale. Graziato, almeno per il momento sempre da Saffar-Harandi,- ministro dell’Orientamento, Ershad in parsi, il dicastero che controlla cultura e media-, lo storico quotidiano “Sharg”, Oriente, tornato nelle edicole dopo otto mesi di sospensione per una vignetta satirica su Ahmadinejead.
Intervistato da agenzie internazionalie e dalla tv, Saffar- Harandi ha inveito in particolare contro le redazioni dei giornali sospesi, definendole strumento di “un golpe strisciante a mezzo stampa”, ordito da oppositori interni, congiurati interessati a rovesciare il sistema Ahmadinejead, che parlano con “lingua biforcuta”, da una parte insultando il presidente e dall’altra lanciando messaggi all’esterno del Paese.
“Ma di quali congiurati parliamo?”, precisano le iraniane dell’associazione Donne Democratiche, “intanto si tratta di censura bella e buona, e di violazione della liberta’ di stampa. Chi si stupisce, visto il clima di pesante intimidazione che giornalisti e giornaliste subiscono ogni giorno. Gli arresti continui. Ricordiamoci di Zaira, la fotoreporter arrestata perche’ stava fotografando una manifestazione di donne, rinchiusa nella prigione di Evin, e restituita cadavere alla famiglia. Il suo avvocato ha chiesto recentemente la riapertura del processo. Nello stesso tempo, pero’, occorre precisare che nell’Iran di oggi tutti i politici fanno parte dello stesso entourage, quello che si muove da venotto anni nell’ambito dei principi del komeinismo. La bramosia di potere di molti ayatollah non portera’ certo alla democrazia, a quello che gli iraniani si aspettano e di cui il Paese ha bisogno. I cosidetti ayatollah riformisti hanno sempre e comunque accettato i principi del komeinismo e della repubblica religiosa. Ogni riforma deve muoversi entro questa impalcatura, e non puo’ nemmeno scalfirla. Delle due l’una: o costoro rifiutano il komeinismo oppure ci stanno dentro; la via di mezzo non puo’ esistere.”.
E per chiarire, in conlcusione, ti raccontano a mo’ di esempio l’episodio detto “Khatami e la stretta mortale”.
Fotografato nel corso dell’ultimo viaggio in Italia mentre stringeva vigorosamente la mano di una donna, nonostante le leggi della Repubblica Teocratica proibiscano qualunque contatto pubblico tra donne e uomini, l’ex presidente riformista, celebrato protagonista del “nuovo corso” iraniano, tornato in patria e attaccato dai conservatori, ha smentito pubblicamente il fatto senza pensarci due volte. Khatami rischiava una denuncia, frustate e galera, si dira’. Sara’ forse per questo che ha preferito negare vigorosamente, e in piu’ occasioni, la stretta galeotta, affermando in sostanza che il video in circolazione che lo ritrae a mani avvinghiate con una donna e’ pura…finzione, fiction assoluta.