Autore: Orma
Rielaborazione di: Marco Orioles, I vecchi e nuovi volti della comunicazione, in Tellia B. (a cura di), Comunicare, Forum, Udine 2006
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Sebbene la «ciberdemocrazia» sia probabilmente un miraggio lontano, gli attuali cambiamenti nel mondo della comunicazione hanno già fatto sentire i loro effetti, intimandoci se non altro di rivedere un vecchio e consolidato precetto: informazione è potere. Secondo il giornalista americano Thomas Friedman [2001], questo assunto deve essere quanto meno riformulato, visto e considerato che le nuove tecnologie, i nuovi media, fanno entrare in scena addirittura dei «superpoteri». Facoltà straordinarie che, per l’appunto, sono la conseguenza di usi innovativi, spesso spregiudicati ma soprattutto sempre più estesi della risorsa "informazione".
La premessa del ragionamento di Friedman è semplice. Si prenda internet. A differenza dei suoi predecessori, questo strumento è schiettamente democratico. L’accesso ad internet è cioè alla portata tanto dei governi e delle grandi imprese, quanto dei privati cittadini, ricchi e non. Come i primi, anche i secondi possono quindi avvantaggiarsi delle potenzialità della rete delle reti, in particolare della possibilità di «raggiungere in modo più rapido, economico ed efficace ogni angolo del mondo». Anche il più piccolo gruppo o al limite il singolo individuo sono dunque messi sullo stesso piano di un ministero degli affari esteri o di una azienda multinazionale. Grazie ad internet, in altre parole, tanto questi quanto quelli possono «pensare, agire, comunicare» su scala globale [ibidem: p. 11].
Questi dunque i presupposti dei «superpoteri» di internet. Che hanno trovato, negli ultimi anni, più di una dirompente applicazione. Gli esempi che potremmo fare sono numerosi. Noi ci limiteremo a fornirne un quantitativo modesto ma sufficiente, oltre che per dare sostanza alla metafora di Friedman, per illustrare le luci e le ombre di questo fondamentale aspetto della società dell’informazione. E come le luci, vedremo che anche le ombre sono assolutamente accecanti.
Il primo esempio che vogliamo fare ci riporta al grande clamore creato dai movimenti contro la globalizzazione. Molti di voi ricorderanno senz’altro la tumultuosa manifestazione di Genova del luglio 2001. I più assidui fruitori delle cronache giornalistiche sapranno anche che l’episodio di Genova rappresenta solo uno degli anelli di una catena di proteste che hanno costantemente accompagnato i grandi summit internazionali sin dai giorni della riunione della “World Trade Organization” tenutasi a Seattle, negli Stati Uniti, nel dicembre 1999. Ebbene, ciò che Seattle, Genova e gli altri raduni dei cosiddetti “no-global” hanno messo in evidenza è proprio uno dei superpoteri richiamati da Friedman. Ognuna di quelle manifestazioni è stata infatti il frutto ed il culmine di un intenso lavoro di preparazione condotto attraverso internet. Infinite discussioni e dibattiti on line hanno dapprima creato i punti d’incontro ed evidenziato le affinità tra gli aderenti ai vari soggetti ed organismi che oggi si riconoscono nel comune sentire no global. I medesimi strumenti della comunicazione di rete hanno quindi permesso di pianificare e coordinare di volta in volta le operazioni sul campo, garantendo ad esempio una comoda soluzione per organizzare l’afflusso e la concentrazione di migliaia di persone nel luogo prescelto.
Senza un simile lavoro di «networking» [Castells, 2002], e senza internet, un fenomeno come questo non avrebbe certamente raggiunto simili proporzioni. E i “potenti della terra” presi a bersaglio dai no global non sarebbero probabilmente costretti ad incontrarsi, come fu per il G8 canadese successivo a quello di Genova, in luoghi dove è più probabile incontrare un orso che un dimostrante. I governanti, in ogni caso, sembrano preoccupati non tanto di questa applicazione del networking, quanto di quella che due esperti hanno definito «netwar». [Arquilla e Ronfeldt, 2002].
Si tratta di una inedita forma di conflitto a bassa intensità, ma passibile di fiammate improvvise e particolarmente letali, che si incardina grosso modo sugli stessi principi usati dai no global. Come questi ultimi, spiegano Arquilla e Ronfeldt, anche i protagonisti della netwar si avvalgono delle «forme organizzative» e delle relative «dottrine, strategie e tecnologie che si accordano con l’era dell’informazione». A cambiare drammaticamente sono però i fini e gli obiettivi, oltre che l’identità di chi li persegue. In cima alla lista dei guerrieri della netwar troviamo infatti la sigla di Hamas, l’organizzazione islamista che opera in Palestina, e soprattutto la celeberrima Al Qaeda, il cui exploit dell’11 settembre del 2001 ha offerto una delle più emblematiche dimostrazioni dei rischi della società dell’informazione.
Assieme ad innumerevoli altri attori sulla scena della contemporaneità, no global e terroristi hanno saputo destreggiarsi abilmente nel campo definito dai superpoteri di cui ci parlava Friedman. Un mondo in cui, per riprendere la metafora di Arquilla e Ronfeldt, il genio di Atena conta quanto se non più del ferro di Marte. Sapienti usi di internet ed altre astuzie elettroniche non saranno il viatico, ma possono aiutare e hanno già aiutato parecchie battaglie. Le gesta di Al Qaeda, Hezbollah, Hamas e Zapata non sono passate inosservate [Olimpio, 2002; Rapetto e Di Nunzio, 2001]. E le sigle non finiscono certo qui. A leggere l’elenco dei combattenti dell’era dell’informazione c'è davvero da rabbrividire. Hacker, mercanti di droga, trafficanti di armi di distruzione di massa, movimenti etno-nazionalisti, milizie e bande di ogni genere formano un eterogeneo ma vasto esercito che alligna e opera nelle sterminate praterie di internet. Flussi e traffici che danno non poco lavoro a polizie vecchie e nuove, intente ad inseguire i propri bersagli sullo stesso, scivoloso terreno immateriale.
Queste inquietanti realtà si accompagnano, grazie al cielo, a fenomeni di tutt’altro segno. Per chiudere con una nota di ottimismo cediamo quindi ancora e volentieri la parola a Friedman [2001: p. 28] per un ultimo esempio di superpoteri. Quelli che sono valsi a Jody Williams il premio Nobel per la pace, assegnatole nel 1997 per la strenua attività svolta per la messa al bando delle mine antiuomo. Ma chi è Jody Williams? «Una donna qualunque», sottolinea compiaciuto Friedman. Una persona che ha guidato un'importante battaglia civile «senza il supporto di stati o governi e nonostante l’opposizione delle maggiori potenze mondiali». Qual è stata «l’arma segreta» che ha permesso alla Williams di superare un così formidabile fuoco di sbarramento e di coordinare «l’attività di più di mille organizzazioni pacifiste e per i diritti umani in sei continenti?». La posta elettronica. Con un semplice programma informatico che smista pacchetti di “bit”, una semplice cittadina americana ha potuto raggiungere un traguardo che interi plotoni di feluche non sarebbero forse mai riusciti ad avvicinare.
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Per concludere vi offriremo, a mò di riepilogo, un piccolo spunto. Prenderemo le mosse da un episodio di cronaca per mostrare, ancora una volta, come le tecnologie non abbiano mai un volto solo. L’avvenimento di cui vogliamo parlarvi non richiede una lunga introduzione. Il ricordo dei raggi di una limpida giornata di sole che si riflettono su due grattacieli che presto non svetteranno più rappresenta, crediamo, memoria comune per centinaia di milioni di persone. Stiamo parlando naturalmente degli attentati dell’11 settembre 2001. Accadimenti che hanno dimostrato, una volta per tutte, il grande potere di cui sono depositari gli ormai onnipresenti apparecchi televisivi. Un potere che i loschi piani di spregiudicati signori del male sembrano in grado di imbrigliare per trasformare quelle scatole elettroniche in un raffinato ed efficacissimo strumento di terrore.
Le rilevazioni statistiche hanno mostrato come quella mattina, paura e sgomento si siano diffuse dappertutto alla velocità della luce. È stato stimato ad esempio che due terzi degli italiani siano venuti al corrente della notizia dei fatti americani entro un’ora: una percentuale che, dopo un’altra ora, aveva ormai raggiunto il 94,7% [Bracciale e Martino, 2002; Orioles, 2002]. Valori analoghi si sono registrati in altre parti del mondo, trasformato come poche altre volte nel passato in un unico “villaggio globale” tenuto insieme dai mezzi di comunicazione di massa [Huddy, Khatib e Capelos, 2002]. Filtrato dal colossale apparato di telecomunicazione che solca, attraversa e oltrepassa il nostro pianeta, il messaggio di morte dei terroristi si trasformava così istantaneamente in una grande emozione globale.
La replica degli Stati Uniti, come sappiamo, non si è fatta attendere. Ma la risposta più sensazionale ai terroristi, almeno dal nostro punto di vista, non è venuta dal governo americano, bensì dai privati cittadini. Americani e non. Nel giro di poche ore dalla caduta delle Torri Gemelle, il tessuto di internet aveva già cominciato ad accogliere una serie di immagini digitali che, nello spazio di pochi bit, sintetizzavano i più schietti sentimenti popolari. Di lì a poche settimane, queste immagini si sarebbero moltiplicate a dismisura, creando un giacimento iconografico in continua espansione. Un serbatoio davvero traboccante che avrebbe finito per inondare anche il web italiano, pronto a far proprio il messaggio di fondo veicolato da quegli esemplari o ad aggiungervi le proprie sfumature.
Sono stati chiamati «cybercartoon» [Ellis, 2002], e sono una presenza oramai fissa della rete. Si tratta precisamente di una delle «inedite modalità di creazione artistica» che possono essere realizzate per mezzo delle nuove tecnologie e vengono poi comunemente esposte, in una sorta di galleria permanente, su internet [Formenti, 2002, p. 84]. Armata di computer, software e un pizzico di creatività, questa schiera di nuovi artisti trova anzi direttamente nella rete la «materia prima digitale» da usare per le proprie creazioni. Internet viene infatti a rappresentare per loro un «immane deposito di materiali dei quali nessuno è ‘autore’, e che tutti hanno il diritto di prendere, copiare, manipolare per poi rimetterli in circolazione» [ibidem]. Le proporzioni di questo lavorio creativo globale in atto su internet le possiamo constatare tutti, in qualsiasi momento. Riusciamo a capire in questo senso chi ha avvertito il bisogno di una categoria intetrpretativa nuova di zecca: «folklore virtuale» [Mason, 1996].

Fenomeno tipico dei nostri tempi, la macchina del virtual folklore esisteva ben prima dell'11 settembre. Quel giorno però, essa ha manifestato in maniera sorprendente il suo radicamento e le sue potenzialità. A poche ore dal crollo delle torri, il saccheggio permanente degli oggetti multimediali depositati nella rete sembrava essere posto al servizio di una sola, grande missione: la caccia ai terroristi. Gli iniqui talebani e l’odiato Osama bin Laden si sono trovati sotto un fuoco incrociato di cybercartoon. Con una forte e comprensibile concentrazione della produzione negli Stati Uniti (fai click qui per un documento recentissimo e crudissimo: v.m. 18), la produzione non è però affatto esclusiva americana. In Italia come altrove i materiali americani si riproducono molto volentieri. Alcuni contribuiscono personalmente e volentieri: traducendo o sottotitolando immagini e documenti, o alimentando ulteriormente la catena produttiva. Il "talebano napoletano" che minaccia di gettarci addosso "una polvere velenosissima... se non ve ne andate immediatamente" basta e avanza.

Sbeffeggiati, dileggiati, oltraggiati, le proprie effigi grottescamente rimodellate o imbrattate con scritte e impronunciabili dettagli aggiuntivi. Un tripudio di maiali e donne discinte. Torture. Fucilazioni. Persino animazioni "flash" e videogiochi che consentono, interattivamente e in prima persona, di eliminare il Gran Nemico Barbuto o di compiere altre truculente azioni. La conta di tutto quanto è apparso e ha circolato su internet su questa falsariga dopo l'11 settembre è praticamente impossibile. Noi, almeno, crediamo di non essere riusciti nemmeno a censire tutte le barzellette girate in Italia: per la cronaca, ne abbiamo raccolte poco più di cento [Orioles, 2002a e 2003].
La circolazione di questo ameno ed efficacissimo umorismo digitale non si è arrestata peraltro sulla soglia di internet. Tra il settembre e il novembre del 2001, il segnale sonoro di “messaggio ricevuto” dei telefoni cellulari italiani ha spesso annunciato l’arrivo di telegrafici e macabrissimi mottetti. "Bin Laden Airlines. Vi portiamo direttamente nei vostri uffici". Il possesso di dispositivi più avanzati consentiva inoltre la ricezione di sensazionali animazioni. Secondo un quotidiano, l'immagine stilizzata di un aereo che si dirige verso e poi penetra la silhouette di un grattacielo circolava poche ore dopo gli attentati.


Una volta si diceva: una risata vi seppellirà. Nella società dell’informazione questo vecchio detto sembra essere ancora pienamente valido. Basta naturalmente aggiornarlo, modificandolo con “un diluvio di risate e di bit…".
Riferimenti bibliografici di questo estratto:
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