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(siasat-e rouz & agence france presse, 11.6.07)

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Immigrazione straniera in Italia

Autore: Orma


Rielaborazione di: Marco Orioles, Dal commercio ambulante ai nuovi operai: un quadro sintetico dell’inserimento lavorativo degli immigrati stranieri in Italia, in Bellencini Meneghel G., Lombardi D. (a cura di), Immigrazione e Territorio, Patron Editore, Bologna 2002



Il punto zero del nostro discorso si trova all'inizio degli anni Settanta del secolo scorso. E' il momento in cui un primo e consistente nucleo di cittadini di paesi esterni all'allora Comunità Economica Europea comincia ad insistere sul territorio italiano con una certa regolarità  [AaVv, 1990; Cocchi, 1990; Macioti e Pugliese, 1991]. Tale fase pionieristica presenta purtroppo delle opacità che impediscono una ricostruzione precisa e dettagliata. Tutt’altro che inspiegabile, questo deficit analitico mette a nudo alcuni elementi di grande interesse, gli stessi che hanno fatto dell’Italia un caso sui generis nel panorama migratorio internazionale.

Com'è stato più volte sottolineato, l'affacciarsi dell'immigrazione nel nostro paese derivò da cause di natura sia esogena che interna [Collinson, 1994; Franchi, 1992]. Tra le prime ne segnaliamo soprattutto due. L'aggravarsi, proprio negli anni '70, delle condizioni economiche, sociali, politiche, sanitarie, demografiche di molti paesi meno sviluppati del pianeta. E la repentina chiusura dei propri confini da parte delle nazioni europee (Germania ovest, Francia, Belgio ecc.) fino a quel momento target preferite dei flussi migratori. Per quanto riguarda i fattori interni, vanno evidenziati soprattutto l’assenza di vincoli di carattere normativo e la sostanziale permeabilità di un paese rivierasco come il nostro.

Fu questa combinazione di fattori a generare la nascita di nuovi flussi, o il riorientamento di parte di quelli esistenti, in direzione dell'Italia e di altri due paesi dell'Europa mediterranea, Spagna e Grecia. Realtà nazionali molto diverse ma accomunate, in quel momento dalle seguenti caratteristiche: la natura  inedita (sino allo choc culturale) dell'immigrazione straniera,  una completa impreparazione ad affrontarla da parte di tutte le istituzioni centrali e locali, più l'assenza di dati e strumenti statistici con cui monitorare seriamente il fenomeno [Carchedi e Mottura, 1996; De Filippo e Pugliese, 1996]. Sono i motivi per cui, come è stato giustamente osservato, l'Italia diviene terra di immigrazione «senza volerlo» e «senza saperlo» [Bolaffi, 1996, p. 31]. Alla sopresa generale contribuì comunque, va ricordato, l'attenzione ancora prevalente sull'altro versante del fenomeno: l'emigrazione degli italiani [Bonifazi, 1998].

L’impreparazione italiana a cogliere, e di conseguenza ad affrontare prontamente, la novità ha insomma più di una spiegazione. La sostanziale invisibilità dei primi ingressi rese in ogni caso difficile la stessa ricognizione del fenomeno.  I primi passi dei migranti all’interno del paese rimangono in parte sconosciuti, compresi, quindi, i movimenti registrati nei mercati del lavoro. Grazie tuttavia ad alcune testimonianze e lavori di ricerca, fu possibile identificare le prime “nicchie di inserimento” [Palidda, Reyneri, 1995; Reyneri, 1996a, Vicarelli, 1993; Zanfrini, 1993]. L’agricoltura (raccolta dei pomodori o del tabacco) ed il commercio ambulante nel Mezzogiorno, la pesca nei centri costieri della Sicilia, l’edilizia in Friuli, le collaborazioni domestiche nelle grandi città del Centro e del Sud: fu principalmente in questi punti che il lavoro straniero segnò il suo esordio.

A dispetto delle principali lamentazioni emerse già allora, tra cui il famigerato “rubano il lavoro agli italiani”, sembrerebbe non essersi verificata alcuna sostituzione. Con la probabile eccezione dell'agricoltura,  l'offerta straniera non sostituì quasi mai quella autoctona. A maggior ragione ciò non avvenne quando  la nuova offerta immigrata non interagiva con una precisa domanda. Il lavoro in effetti, ha sottolineato Giacomarra [2000, p. 94], «si poteva inventare, se non c’era». Al limite:

l’immigrato si improvvisava venditore di fazzolettini e accendini o ripuliva i parabrezza agli incroci. Lavori prima inesistenti, inventati per sopravvivere [ma che] producevano reddito in ogni caso superiore a quello dei paesi d’origine. Qualche anno fa è stato calcolato che immigrati della regione siciliana (notoriamente fra le ultime in Italia) guadagnavano fino a un milione e mezzo di lire al mese, metà dei quali venivano spediti ai familiari lontani.

Lo stereotipo dei vu cumprà non rende naturalmente giustizia di un quadro lavorativo più che eterogeneo. I mercati del lavoro delle varie regioni hanno visto in effetti nascere col tempo numerosi "segmenti" aggiuntivi o paralleli, comunque "riservati" ai cittadini stranieri. Le immagini del «lavoro degli altri» e degli «altri lavori» rendono bene l'idea [Sciarrone 1996].

L'affermazione di questi spazi di "specializzazione" ha evidenziato inoltre un interessante intreccio tra fattori di ordine professionale, etnico, territoriale e di genere. Maschi adulti marocchini e tunisini nel commercio ambulante al Sud o nelle riviere adriatiche, filippini e srilankesi per lo più donne (ma con significative eccezioni, vedasi l'istituzione del "filippino" a Messina) nel lavoro domestico presso i capoluoghi del Centro e del Mezzogiorno, cittadini giovani e adulti jugoslavi nell’edilizia in Friuli, ecc.  E' una complessità rivelatrice, quella dell'inserimento lavorativo degli immigrati, perché rispecchia a sua volta la complessità del fenomeno migratorio.  Parlando di «arcipelago immigrazione», chi cercò prima di noi di ricomporre questo  puzzle ha trovato  l'etichetta probabilmente più efficace, se non definitiva [Mottura, 1992].


La "svolta" del 1986

L’immigrazione straniera perdette almeno parte della propria aura misteriosa solo nel 1986. E' l'anno in cui il nostro paese colma finalmente la lacuna e vara una legge quadro sull'immigrazione. Prorpio mentre l’«eldorado europeo» [Khader, 1994] attirava schiere di disperati da Terzi e Quarti Mondi, l'Italia offriva il magnete di una legge niente affatto restrittiva. I censimenti della popolazione immigrata in Italia a partire dal 1986 registrano crescite costanti e consistenti. Fino a varcare, tra il 1997 ed il 1998, la soglia “psicologica” del milione di presenze.

La "emersione" del fenomeno fu complessiva, nel senso che generò simultanamente due benefici
effetti: la regolarizzazione di migliaia di individui e lavoratori dallo status giuridico traballante da un lato e l'acquisizione di uno stock attendibile di dati statistici dall'altro lato. Le rivelazioni di questo periodo sono ricche di aneddoti, di cui il «grande paradosso» ricordato da Bolaffi [1996, p. 32] è probabilmente uno dei migliori esempi. I dati misero chiaramente in luce che gli immigrati avevano prevalentemente «trovato lavori e occupazione, in gran parte precari e illegali, prima nell’area meridionale della penisola, meno industrializzata e a più forte tensione occupazionale». Una stridente contraddizione, date le notorie condizioni sgangherate del Mezzogiorno. Ma il nodo si scioglie quando si consideri un fattore tutt’altro che irrilevante: la maggiore probabilità, al Sud, di  rimanere “invisibili” [Centorrino, 1997; Sciortino, 1996].

L’evoluzione del fenomeno migratorio non è stata scandita però dal solo aumento dello stock dei soggiornanti. Molti altri aspetti sono cambiati tra gli anni '70 ed oggi. E' aumentata anzitutto la presenza di donne, bambini, anzi di famiglie intere, famiglie ricongiunte o non di rado formatesi qui in Italia, con relativa prole. Si è poi ampliato il ventaglio dei paesi di appartenenza, con alcune nazionalità che hanno accresciuto la propria consistenza e altre aggiuntesi alla lista. Altri cambiamenti apparentemente impercettibili sono stati gravidi di conseguenze. Il cambiamento del “progetto migratorio”  di molti stranieri, prevalentemente in direzione di una maggiore stabilità residenziale ovvero di un definitivo radicamento in Italia, ne è un esempio calzante. Un'altra prova, se non altro, del «salto ormai compiuto dell’immigrazione da fenomeno temporaneo a componente strutturale e duratura» del nostro paese [Bolaffi 1996, p. 21].

Ed è proprio sul fronte dell’occupazione che troviamo i segni più tangibili di questa transizione. Dalla fine degli anni Ottanta le statistiche documentano l'assorbimento crescente degli stranieri nell’economia italiana (quella formale, ovviamente). Gli avviamenti al lavoro di cittadini extracomunitari registrati dagli uffici del collocamento pubblico restituiscono anzi una tendenza notevole: dalle 125 mila unità circa dell’annata 1991 alle oltre 218 mila del 1999 [Caritas di Roma, 2000] E' inesorabile concluderne che in Italia, da tempo, esiste una consistente “domanda di lavoro straniero”.

Da dove viene però questa domanda? Esattamente laddove è avvenuta l'integrazione socioeconomica degli immigrati in tanti altri paesi sviluppati, Stati Uniti in primis: nei settori più marginali [AaVv, 1994; Pugliese e Rebeggiani, 1996; Skeldon, 1997]. L’edilizia, l’agricoltura, il variegato mondo dei servizi, specie alla persona. Sono aree dove la domanda di forza lavoro è continua, costante, altamente mobile. Soprattutto. sono settori dove dominano i cosiddetti “3 d’s work” (dalle iniziali di tre loro connotazioni centrali: dirty, dangerous, demanding), altrimenti definiti“macjobs” [Ritzer, 1996: Reyneri, 1996b; Stalker, 1994]. Mansioni che si basano più sull’erogazione di forza fisica che di energie intellettuali, dunque poco edificanti, ripetitive, svolte talvolta in condizioni disagevoli, con l'aggravante del precariato e della retribuzione poco soddisfacente.  L'elenco delle caratteristiche potrebbe proseguire ma ci fermiamo qui, essendo chiaro oramai il punto centrale: che trattasi cioé di lavori "socially undesiderable" agli occhi dei nativi.

A dispetto dei loro sgradevolissimi connotati, i lavori delle tre d sono però ampiamente richiesti. Sono, soprattutto, assolutamente necessari per il corretto funzionamento dell’economia se non per la stessa regolazione della società (il caso dell’assistenza alle persone anziane). Morale: in assenza di reale competizione con la manodopera locale, queste occupazioni rappresentano il terreno naturale, economicamente perfetto per l’inserimento delle nuove leve straniere.

Come argomenta Ambrosini [1993b, p. 14], quando accettano tali impieghi gli immigrati non fanno che venire incontro ad una specifica domanda di lavoro sociale non soddisfatta da risorse interne. Gli stranieri vanno a colmare, per dirla con lo stesso Ambrosini, «i fabbisogni di forza lavoro debolmente qualificata nei settori in cui la domanda di lavoro per mansioni manuali ed esecutive eccede la disponibilità dell’offerta». La matematica non è un'opinione: se i nativi, per un insieme di fattori che vanno dalla crescente scolarizzazione, al bisogno di affermazione sociale, di status ecc.- aspirano a mestieri consoni e si allontanano da altri comunque indispensabili (cura ed assistenza, servizi, produzione primaria ecc.)  si aprono inesorabilmente degli spazi da colmare [Accornero, 1997; Bruni e De Luca, 1994; Kern, 1993; Reyneri 1995].  Sono le nostre stesse esigenze ed aspirazioni insomma a generare la domanda di lavoro immigrato.

Il«cuore dello sviluppo», scrivevano qualche tempo fa due attenti analisti,  «ha bisogno di avere al suo interno una non piccola “periferia”» [Palidda e Reyneri 1995, p. 73]. Nel rappresentare il luogo dell’integrazione lavorativa degli immigrati, questa periferia si offre però al tempo stesso come produttrice di marginalità. A mestieri difficili, vita difficile. Le valutazioni e considerazioni dell’immigrato sono d’altro canto profondamente diverse rispetto a quelle degli autoctoni. Lo straniero attribuisce minor peso alla «connotazione sociale» della propria occupazione, nutrendo nei suoi confronti un rapporto «prevalentemente strumentale». Egli trascura cioè proprio quegli aspetti - dal prestigio, al riconoscimento sociale - che sono assolutamente fondamentali per i nativi. Le conclusioni cui giunge Accornero [1993, p. 247] traendo le fila di questo discorso appaiono in sostanza condivisibili, specie quando afferma che:

l’Italia richiama manodopera immigrata anche perché ci sono ormai diversi posti e mestieri penosi, faticosi, “umili” o “cattivi”, che una crescente parte di quella indigena non accetta più a quel prezzo e che forse non accetterà a nessuna condizione.



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