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Internet site where this film can be seen, in order to avoid propagating corruption in society"
(siasat-e rouz & agence france presse, 11.6.07)

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Immigrazione in Friuli Venezia Giulia

Autore: Orma



Da: Marco Orioles., Vecchie e nuove diversità del Friuli Venezia Giulia, Università degli Studi di Udine, Dipartimento di Economia, Società e Territorio, giugno 2006



valvasone friuli italia italy
Valvasone, Friuli Venezia Giulia, Italy



Presenze in crescita

L’immigrazione straniera in Friuli Venezia Giulia si presta a letture diverse e ramificate. Qualunque analisi non potrà però che partire da un elemento: le proporzioni imponenti raggiunte dal fenomeno [1]. Si prenda un dato semplicissimo: i cittadini stranieri iscritti in anagrafe al primo gennaio 2005 (58.915) [2].

Negli ultimi dieci anni in Friuli Venezia Giulia le dimensioni di questa compagine, che rappresenta il segmento più stabile dell’immigrazione rispetto ai meri possessori di permesso di soggiorno (76.409 al 31.12.2004), sono letteralmente triplicate. Nel 1996 contava infatti poco meno di 20 mila persone. L’incremento in questo arco temporale è stato costante e sostenuto. Con l’eccezione di una sola annata, la crescita è stata sempre a due cifre: da un minimo di 11,1% ad un massimo di 18,9%. Il movimento non sembra inoltre finito. Secondo alcune previsioni, entro il 2008 gli immigrati residenti toccheranno il tetto delle centomila unità. Appena due anni dopo, a quel totale si dovrà aggiungere un altro 25%.

Sostenere che i cittadini stranieri siano una componente importante della popolazione regionale pare dunque legittimo. L’indicatore più appropriato a sostenere una simile affermazione sarebbe tuttavia un altro: l’incidenza percentuale degli stranieri sul totale dei residenti. Ma da questo confronto la nostra prima impressione ne esce pienamente confermata (tav. 1). Sempre all’inizio del 2005, il rapporto tra componente non autoctona e nativi (4,9%) superava abbondantemente il dato nazionale (4,1%). Con solo il 2,5% di tutti gli stranieri del paese, il Friuli Venezia Giulia conquista così l’ottavo posto nella graduatoria delle regioni italiane. Rimangono alle sue spalle realtà importanti come Piemonte (4,8%) e Lazio (4,7%). Manca qualche spanna per raggiungere le regioni contermini del Nord Est (Trentino A.A. con il 5,1% e Veneto con il 6,1%) e circa un punto e mezzo per incontrare la prima in classifica, la Lombardia (6,3%). Per inciso, l’aumento nel tempo è stato anche in questo caso ingente. Dieci anni fa l’incidenza non raggiungeva il 2%.





Prima di passare ad analisi più circostanziate, è d’obbligo una puntualizzazione. Da qualche tempo in qua l’informazione statistica sulla materia si è fatta abbondante e di buona qualità. Al contrario di chi è intervenuto prima di noi sull’argomento, oggi abbiamo il lusso di scegliere. Due passaggi hanno pertanto scandito questo lavoro. Abbiamo lavorato di forbici, scartando le informazioni poco pertinenti dal nostro punto di vista. Abbiamo quindi selezionato le sole elaborazioni che potevano arricchire la discussione in corso, senza appesantirla né portarla fuori strada.





Guardando anzitutto l’articolazione territoriale dell’immigrazione, un dato colpisce immediatamente: il fenomeno investe l’intera regione [5].Tutti i comuni, con l’eccezione di Ligosullo, ne sono interessati. L’intensità ed altre caratteristiche della presenza straniera variano naturalmente a seconda delle aree.

Si prenda la distribuzione della popolazione straniera nelle quattro province regionali (fig. 1). E' difficile sfuggire all’impressione che vi siano due protagoniste sulla scena: Pordenone e Udine [3]. Circa due terzi dei soggiornanti (49.775) e quasi il 70% dei residenti (41.144) di nazionalità straniera sono concentrati in queste due province. Le rispettive quote sono più o meno simili, più o meno un terzo del totale. Pordenone ha però più soggiornanti di Udine (25.823 contro 23.952), mentre per i residenti è il contrario (19.749 contro 21.695). E le altre? In provincia di Trieste risiede un altro quinto circa del totale regionale: 17.406 con permesso di soggiorno (22,8%) e 11.541 residenti (19,5%). L’ultimo 10% degli stranieri vive invece nel Goriziano: 9.288 con permesso (12,1%) e 6.203 con iscrizione anagrafica (10,5%).

I dati sull’incidenza percentuale degli stranieri sul totale dei residenti contengono significativi dettagli (tav. 2). La nostra attenzione si appunta in particolare su Pordenone. Forte di un valore di incidenza pari al 6,6%, la provincia occidentale non solo supera abbondantemente la media regionale (4,9%) e quella nazionale (4,1%), ma conquista addirittura la quindicesima posizione nella graduatoria delle province italiane. Per la collocazione delle altre tre province della regione dobbiamo scendere di molto, sebbene mai al di sotto della media nazionale. Occorre arrivare rispettivamente al 37mo posto di Trieste (4,8%), al 47mo di Gorizia (4,2%) e al 51mo di Udine (4,1%).





Seppur oggettivamente rilevanti, i dati provinciali rivestono dal nostro punto di vista un interesse minore rispetto a quelli comunali. Questi ultimi permettono infatti di cogliere alcune importanti sfumature. Oltre a individuare le principali concentrazioni di stranieri, possiamo appurare in che misura l’immigrazione interessi le principali realtà urbane della regione [4]. In merito a questo secondo aspetto, i dati non sembrano lasciare dubbi sul modello di insediamento diffuso affermatosi nel territorio (tav. 3). Nei quattro capoluoghi di provincia vive complessivamente il 42,5% del totale degli stranieri. Ne consegue che quasi sei su dieci hanno deciso di andare a vivere nei circa settemila chilometri quadrati rimanenti di territorio regionale.




Per una immagine più dettagliata ricorreremo ad una convenzionale scala di ampiezza demografica. Nel territorio regionale rileviamo così, nell’ordine, la presenza di:

1 comune in cui gli stranieri residenti superano le 10.000 unità (Trieste)
• 2 comuni dove gli stranieri sono tra 5.000 e 10.000 (Udine e Pordenone)
• 3 comuni con sono tra 1.000 e 5.000 (Gorizia, Monfalcone, Sacile)
• 18 comuni sono tra 500 e 999
• 63 comuni dove sono tra 100 e 499
• 43 comuni dove sono tra 99 e 50
• 70 comuni dove sono tra 49 e 10
• 19 comuni dove sono fino a 9.

Alcuni punti meritano di essere evidenziati. Come prevedibile, i capoluoghi di provincia si insediano in cima a questa classifica. Con 10.895 stranieri residenti (18,4% del totale regionale) Trieste è al tempo stesso la più grande concentrazione regionale e l’unica a superare il tetto delle diecimila unità. Udine (6.927 e 11,7%) e Pordenone (5.005 e 8,5%) conquistano una collocazione in seconda fascia, quella tra cinque e diecimila presenze. Gorizia (2.299 e 3,9%) va a piazzarsi nel terzo gradino (tra mille e cinquemila), in compagnia di due comuni non capoluogo come Monfalcone (2.019 e 3,4%) e Sacile (1.322 e 2,2%). Oltre le realtà citate si apre la sequenza dei centri dalla presenza più contenuta, che termina con diciannove comuni dove ci sono al massimo dieci stranieri residenti.

Al di là della consistenza in valore assoluto della presenza straniera è naturalmente opportuno ragionare anche in termini di peso relativo. Qui come sappiamo è l’incidenza percentuale sulla popolazione residente il parametro più adatto. Utilizzando di nuovo delle classi ordinate di grandezza, vediamo come si distribuiscano i comuni della regione. Abbiamo rispettivamente:

• 5 comuni dove l’incidenza degli stranieri sui residenti è superiore al 10%
• 4 comuni con incidenza tra 8 e 9,99%
• 20 comuni con incidenza da 6 a 7,99%
• 43 comuni con incidenza da 4 a 5,99%
• 93 comuni con incidenza da 2 a 3,99%
• 54 comuni con incidenza fino a 1,99%

Questa elaborazione presenta più di qualche sorpresa (tav. 4). Scopriamo anzitutto che vi sono ben nove centri in cui l’incidenza percentuale è doppia se non più rispetto alla media nazionale (4,1%). Cinque di essi superano addirittura la soglia psicologica del 10%: si tratta di Pasiano di Pordenone, Pravisdomini, Vajont, Prata di Pordenone e Lignano Sabbiadoro. Il fatto che gli stranieri qui ospitati siano tutto sommato pochi, tra un massimo di 924 e un minimo di 164 unità, è un’altra espressione dell’impatto diffuso dell’immigrazione. Non sorprende in questo senso constatare l’assenza in questo primo nucleo dei capoluoghi provinciali. Pordenone è comunque sesta in classifica con un’incidenza di tutto rispetto (9,9%). Per trovare Udine (7,2%) e Gorizia (6,3%) dobbiamo passare allo scaglione successivo, mentre Trieste (5,2%) sta nel gradino ancora più in basso.




Prendiamo ora in considerazione le provenienze dei cittadini stranieri. Abbiamo già ricordato che le nazionalità rappresentate in Friuli Venezia Giulia sono 149. Si tratta in grande maggioranza di paesi via di sviluppo. Per quanto concerne gli altri, ricordiamo soprattutto la significativa presenza americana legata alle attività della base U.S.A.F. di Aviano. Qua e là, inoltre, scorgiamo qualche soggetto giunto dai quindici membri dell’Unione Europea pre-allargamento.

L’articolazione delle aree e dei paesi di provenienza pone subito in rilievo la specificità dei flussi che interessano il Friuli Venezia Giulia. Mentre notiamo come l’Europa centro-orientale fornisce il contributo più sostanzioso (58%), ci accorgiamo che il corrispettivo dato nazionale è sensibilmente più basso (39,8%). Più contenuta rispetto al quadro italiano è la presenza di immigrati dal continente africano: dal 23,5% si scende a un livello pari a poco più di un decimo (12,2%). Attenuata anche la presenza di stranieri provenienti dall’Asia (7,3% contro 16,8%), mentre è leggermente più elevata quella dei cittadini dei paesi dell’America latina (15,6% contro 11,5%).



La graduatoria per paesi mostra chiaramente che l’immigrazione non si presenta col volto di blocchi compatti (tav. 5 e 6). Il quadro etnico appare al contrario più che mai frantumato: portatore, dunque, di una spiccata diversità culturale. La situazione, che preferiamo questa volta fotografare attingendo ai dati delle iscrizioni anagrafiche, è la seguente. In cima alla graduatoria ci sono due gruppi che pesano da soli per almeno il 10% del totale: Albania (9.488 cittadini residenti e 16%) e Serbia-Montenegro (7.406 e 12,5%). Alle loro spalle troviamo dieci gruppi con più di mille presenze. La Romania (5.704 e 9,6%) è l’unica a superare quota cinquemila. Ci sono poi nell’ordine Croazia (4.456 e 7,5%), Ghana (3.311 e 5,6%), Bosnia Erzegovina (2.610 e 4,4%), Marocco (2.246 e 3,8%), Ucraina (1.985 e 3,4%), Macedonia (1.652 e 2,8%), Cina Popolare (1.528 e 2,6%), Slovenia (1.193 e 2%), Bangladesh (1.110 e 1,9%). La sommatoria di questi primi dodici gruppi è pari al 72,1% del totale degli stranieri. Il restante 30% circa assume la forma di un vero e proprio pulviscolo di formazioni con poche centinaia se non decine di individui.



I rapporti di genere e la presenza di minori rientrano certamente gli aspetti che la nostra rassegna deve per lo meno ricordare. Le connotazioni che imprimono al fenomeno migratorio sono in effetti determinanti. Il sostanziale equilibrio tra i generi registrato in Friuli Venezia Giulia segnala ad esempio un maggiore coinvolgimento di nuclei familiari [6]. Non mancano tuttavia comunità a prevalenza maschile o femminile. Questi squilibri nascono da più fattori, tra cui il noto connubio tra le reti etniche e le dinamiche dei mercati del lavoro. Lo schiacciante 90,1% di donne nella comunità ucraina è un caso tipico di incrocio tra precisi segmenti di domanda di lavoro, quelli nella fattispecie di cura ed assistenza, ed un’offerta parimenti precisa. L’89,1% di uomini del Bangladesh, per citare solo un altro caso noto, si lega invece alle richieste della cantieristica navale di Monfalcone.

La presenza di minori e le nascite sono altrettanto decisive nel conferire all’immigrazione una specifica fisionomia.Nel 2004 i minori stranieri residenti in regione erano ben 11.678. È un dato che corrisponde al 19,7% di tutti gli stranieri residenti e, soprattutto, al 6,5% di tutti i minori del Friuli Venezia Giulia. A Pordenone l’incidenza era addirittura del 9%. Quanto ai 983 bambini stranieri nati in regione nel corso del 2004, si trattava di ben il 10% del totale. A Pordenone contavano per il 13,5%.

Del rilievo assunto dagli stranieri, le scuole della regione se ne sono accorte da tempo. È d’altronde difficile ignorare una presenza che, nell’anno scolastico 2004/2005, aveva raggiunto complessivamente le 8.848 unità. Alla scuola primaria, dove i 3.375 iscritti stranieri rappresentavano il 7,3% del totale, era molto facile. Non che agli altri livelli fosse impossibile: non nelle scuole dell’infanzia (1.720 iscritti ed incidenza del 5,9%), non certamente alla secondaria di I grado (2.060 e 7,1%) e nemmeno alla secondaria di II grado (1.693 e 3,9%).



Le ultime note le dedichiamo alle statistiche sul lavoro. Si tratta chiaramente di un argomento last but not least. Gli inserimenti lavorativi rappresentano anzi un aspetto cruciale. Entrare nel mondo del lavoro è infatti un passo decisivo verso l’integrazione, e in ogni caso rappresenta da tempo e di fatto la principale porta d’ingresso degli immigrati. La società friulana, da questo punto di vista, si è dimostrata quanto mai permeabile. Col passare degli anni, la partecipazione degli stranieri al mercato del lavoro regionale ha raggiunto un livello sempre più significativo (tav. 7). I dati dell’anno 2004 sono eloquenti: i 19.189 immigrati assunti almeno una volta dalle imprese friulane rappresentavano il 19,5% del totale dei lavoratori interessati da assunzione in tutto il territorio regionale. Rispetto all’anno precedente si è registrato un aumento di ben il 64,7%, valore tanto più significativo alla luce della stagnazione complessiva della domanda di lavoro (-2,3%) [7].



Se osserviamo come le assunzioni dell’annata 2004 si distribuiscano tra le quattro province regionali (tav. 8), constateremo come la parte del leone spetti nuovamente a Udine (9.212 assunzioni e 35,5%) e Pordenone (8.847 e 34,1%). Con poco più di un terzo della domanda complessiva di lavoro straniero ciascuna, queste due province lasciano a grande distanza sia Trieste (4.533 e 17,5%) che Gorizia (3.374 e 13%). Può essere interessante a questo punto vedere la situazione dei comuni, onde individuare i principali poli di manodopera della regione . Questa definizione si attaglia sicuramente ai sei comuni la cui domanda di lavoro è stata superiore alle mille assunzioni. Con le sue quasi quattromila assunzioni pari al 15,3% del totale, Trieste conquista la prima posizione di questa graduatoria. Seguono Udine e Pordenone con più o meno millecinquecento assunzioni a testa e una quota tra il 5 e il 6%. Lignano Sabbiadoro, grazie alla sua industria turistica, conquista il quarto posto (1.249 e 4,8%). Il richiamo delle attività della cantieristica valgono a Monfalcone il quinto posto (1.118 e 4,3%), mentre il fabbisogno del settore primario fa guadagnare a San Giorgio alla Richinvelda il sesto posto (1.027 e 4%). Sotto la soglia delle mille assunzioni, ma sopra le cinquecento, segnaliamo in primo luogo il comune di Gorizia (652 e 2,5%), e poi una serie di comuni del pordenonese (Porcia, Prata di Pordenone, Pasiano di Pordenone, Sacile, Azzano Decimo). Colpisce infine negativamente il dodicesimo posto di Manzano, cuore geografico di un distretto industriale – il Triangolo della Sedia - che ha rappresentato per anni un più esigente polmone di manodopera straniera [8].

Un’analisi più particolareggiata rivela anzitutto la prevalenza di assunzioni maschili (61%). Notiamo poi rilevanti differenze di genere in termini di settore di inserimento. Tra i maschi prevale nettamente il reclutamento industriale, avvenuto in misura più che doppia rispetto alle donne (59,9% contro 27,7%). Tra le femmine domina invece l’inserimento nel terziario, con il 70,5% di assunzioni contro il 27,7% di quelle maschili.

Mantenendo infine l’attenzione sulla domanda di lavoro straniero espressa dai settori economici, osserviamo un sostanziale equilibrio tra industria (43,6%) e servizi (44,4%). Il settore primario si ritaglia una quota minoritaria ma comunque importante (12%). Le sotto-sezioni economiche che hanno attirato il maggior numero di lavoratori immigrati sono nell’ordine alberghi e ristoranti (4.623 e 17,8%), costruzioni (3.683 e 14,2%), agricoltura, caccia e silvicoltura (3.103 e 12%). Altre importanti nicchie di inserimento sono, nel terziario, le “attività immobiliari, noleggio, informatica, ricerca, altre attività imprenditoriali e professionali” (2.009 e 7,7%) e gli “altri servizi pubblici, sociali e personali” (1.522 e 5,9%). Tra le attività industriali, troviamo in primo piano la produzione di metallo e fabbricazione di prodotti in metallo (2.261 e 8,3%), seguita dalle industrie del legno e dei prodotti in legno (1.316 e 5,1%) e dalle altre industrie manifatturiere (1.034 e 4%).


Integrazione in marcia

I dati che abbiamo passato in rassegna non lasciano dubbi circa il rilievo assunto dall’immigrazione straniera. In un simile quadro, l’integrazione rappresenta indiscutibilmente una priorità. Questo messaggio è stato afferrato per tempo nella nostra regione. Di iniziative per incentivare l’integrazione dei cittadini stranieri ce ne sono state numerose e, non di rado, di ottima qualità. Benché non sia questa la sede per fare un bilancio, ci pare giusto ricordare un lusinghiero tentativo fatto da un’importante istituzione come il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro.



La definiamo lusinghiero, il recente aggiornamento effettuato dal CNEL sui propri indici di integrazione degli immigrati stranieri, perché pone il Friuli Venezia Giulia come una tra le regioni italiane più aperte nei confronti dei nuovi arrivati (tav. 9 e 10) [9]. Anche la graduatoria provinciale offre risultati incoraggianti. Pordenone si piazza addirittura al secondo posto, mentre Gorizia (29 posto), Udine (31) e Trieste (38) si collocano nella fascia delle province con alta capacità di integrazione.

Per capire come siano state attribuite queste posizioni sarebbe necessaria una lunga premessa di ordine metodologico. Basterà qui evidenziare come i risultati si basino su una misura di sintesi di ventuno indicatori afferenti a tre aree dell’integrazione [10].Nella prima area si toccano aspetti più oggettivi relativi alla presenza straniera. Gli indicatori utilizzati (presenza, incidenza, incremento, permanenza, soggiorno stabile, lunga residenza, ricettività) evidenziano in particolare l’attrazione esercitata dal territorio nei confronti degli immigrati e la sua capacità di trattenerli. I valori di questi indicatori sono poi riassunti in un indice sintetico denominato di polarizzazione. Le dinamiche fotografate dagli indicatori della seconda area (disagio abitativo, scolarizzazione, devianza, ricongiungimenti, insediamento familiare, cittadinanze, natalità) consentono una valutazione di ordine più qualitativo. Si entra nella fattispecie nel merito dei margini di apertura del tessuto sociale nonché dell’inclinazione degli stranieri a stabilizzarsi. Anche in questo caso viene ricavato un indice sintetico, chiamato di stabilità sociale. La terza e ultima area si sposta invece sull’importantissimo versante economico ed occupazionale. I processi inquadrati (disoccupazione complessiva, fabbisogno e assorbimento stranieri, vitalità del mercato del lavoro, impiego dipendente, retribuzione e imprenditorialità) trasmettono nell’insieme un’idea dell’apertura dell’economia regionale nei confronti della componente straniera. I sette indicatori sono poi sintetizzati nell’indice di inserimento lavorativo.



Questi tre indici ci offrono spunti interessanti. Scopriamo infatti che l’ottimo risultato del Friuli Venezia Giulia cela andamenti diversi sui tre piani esaminati. La regione conquista addirittura il secondo posto nell’indice inserimento lavorativo, salvo scendere al quarto in quello di stabilità sociale e all’ottavo in quello di polarizzazione. Questa difformità è il frutto di un’alternanza di risultati positivi e meno positivi per i singoli indicatori. Gravitano nella regione dell’eccellenza tutti gli indicatori di ordine economico e poi, per citarne solo alcuni, quelli sul problema abitativo e sulla familiarizzazione. Aspetti come la devianza, la scolarizzazione, l’acquisizione della cittadinanza registrano invece valori medi. L’impressione che se ne ricava è di una sfasatura tra i tempi dell’economia e quelli della società. Il Friuli Venezia Giulia sembra cioè conferire la cittadinanza economica a un ritmo troppo sostenuto perché gli altri livelli dell’integrazione riescano a stare al passo. È una regola che si osserva un po’ ovunque nel territorio. Le quattro province regionali conquistano infatti posizioni straordinarie nell’indice di inserimento lavorativo ma - con l’eccezione di una Pordenone sempre eccellente su tutte le dimensioni – valori più contenuti negli indici di carattere sociale.

Questi pur importanti dettagli non incrinano l’andamento complessivamente positivo dell’integrazione in Friuli Venezia Giulia. È un risultato che si lega con tutta probabilità ad una predisposizione delle comunità locali ad aprirsi nei confronti del diverso. Questa caratteristica è stata ben fotografata da una recente indagine sociologica [11].Condotta su un campione distribuito in sei regioni italiane, la ricerca vede il territorio regionale rappresentato da 400 interviste realizzate in provincia di Udine e Trieste. Essa conferma l’esistenza di una realtà ben nota, vale a dire il forte attaccamento localistico delle popolazioni autoctone. Questo sentimento ci appare tuttavia con un volto sostanzialmente benevolo. Come sottolinea uno dei curatori, esso infatti «non significa necessariamente chiusura localistica, ma può bellamente coesistere con l’apertura all’altro» [12]. Una maggioranza compresa tra il 50 e il 60% degli intervistati esprime in effetti un giudizio positivo sul fatto che, nei rispettivi luoghi di residenza, «venga ad abitare gente da fuori, con altri modi di pensare e di comportarsi». Oltre l’81% ritiene inoltre che «la gente che viene da fuori fa aprire la mentalità verso modi di vivere diversi» [13]. Questi dati inducono perciò ad un pur cauto ottimismo. Ci lasciano credere infatti che, in questa regione, coesione sociale e diversità non avranno eccessive difficoltà a coniugarsi anche nel futuro.



Note

[1] La documentazione illustrata in questa sede è stata attinta da due fonti: gli archivi on line dell’ISTAT e l’Annuario statistico dell’immigrazione in Friuli Venezia Giulia 2004 curato dall’IRES-FVG (Udine, 2005). Al di là dei casi di scelta obbligata, quando esiste cioé una sola fonte, l'uso alternativo da parte nostra delle due fonti nasce dl desiderio di presentare  il dato  col miglior livello di dettaglio. Questo vantaggio ci è parso compensare la piccola discrasia tra i dati. Ci riferiamo nella fattispecie allo stock degli immigrati residenti, laddove l’ISTAT offre un aggregato risalente al 1.1.2005 mentre l'omologo dato ll’IRES è del al 31.12.2004.

[2] Questi, desideriamo ricordarlo, non sono tutti gli stranieri presenti sul territorio. Sappiamo che una simile informazione è praticamente inaccessibile. La presenza straniera complessiva si può tutt’al più stimare, non certificare. Avvicinarsi a quell’obiettivo è comunque possibile consultando un’altra fonte: i permessi di soggiorno. Il numero dei permessi è sempre superiore a quello degli stranieri con la residenza, e non per caso. Nel computo dei permessi di soggiorno rientrano infatti quelle presenze occasionali, per esempio di tipo stagionale, che non hanno interesse a mettere radici o a insistere sul territorio. La consistenza dei più stanziali  è meglio rifarsi alle iscrizioni anagrafiche.

[3] Sul dato di Pordenone incidono fortemente i permessi per ricongiungimento familiare dei parenti del personale della base U.S.A.F. di Aviano.

[4] L’elaborazione è stata effettuata con i dati relativi ai cittadini stranieri residenti, non dunque ai titolari di permesso di soggiorno.

[5] Giacché ragioniamo in termini di flussi complessivi, ci è parso più appropriato prendere in considerazione l’ammontare dei cittadini con permesso di soggiorno. La graduatoria per paesi che commentiamo subito dopo è stata invece calcolata a partire dai dati sui cittadini residenti.

[6] I dati ISTAT sui residenti al 1.1.2005 parlano di 30.888 maschi e 28.027 femmine, per un rapporto pari al 52,4% contro 47,6%. Ancora più equilibrata la situazione relativa agli stranieri con permesso di soggiorno, dati al 31.12.2003 riportati dall’IRES-FVG. Con 31.913 maschi e 30.139 femmine, la prevalenza dei primi scende al 51,4% contro il 48,6% delle seconde.

[7] Caporin M., Il mercato del lavoro dipendente nella regione Friuli Venezia Giulia: un’analisi empirica basata sui dati amministrativi, in Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia- Servizio Lavoro – Osservatorio regionale sul mercato del lavoro, Il, mercato del lavoro nel Friuli Venezia Giulia. Rapporto 2005, Trieste, 2005.

[8] Cfr. Orioles M., Sedia a 44 gambe, Recco, Le Mani, 2002, e Id., Dal commercio ambulante ai nuovi operai: un quadro sintetico dell’inserimento lavorativo degli immigrati stranieri in Italia, in Bellencini Meneghel G., Lombardi D. (a cura di), Immigrazione e Territorio, Bologna: Patron Editore, 2002.

[9] Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, Indici di integrazione degli immigrati in Italia. IV Rapporto, Roma, 22 marzo 2006. UN commento Di Sciullo L., Gaffuri L., Pittau F., L’integrazione degli immigrati nelle Regioni italiane. I risultati del terzo rapporto CNEL, «Aggiornamenti Sociali», a. LVI, n. 6, giugno 2005.

[10] Il rapporto, sottolineano i suoi curatori, «intende mettere in risalto il livello misurabile di presenza di una serie di condizioni ritenute in grado di condizionare la qualità dell’inserimento degli immigrati nel tessuto locale». Più che per «dare la pagella» a province e regioni, l’iniziativa vuole quindi «far tesoro, sul piano conoscitivo, di tutte le informazioni che possono [essere organizzate come] una serie di numeri e dati statistici in scala ordinale». La maggior parte del dati utilizzati risale al 2003. Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, Indici di integrazione…, cit.: pp. 24-5.

[11] Gubert R. (a cura di), Valori e appartenenze sociali. Per una valutazione delle nuove territorialità, Angeli, Milano 2004. Dati regionali in: Cattarinussi B., Dal borgo all’Europa. Indagine sul sentimento di appartenenza socio-territoriale in Friuli, Forum, Udine 2005.

[12] Cattarinussi B., Dal borgo all’Europa.., cit.: p. 73.

[13] Queste indicazioni sembrano trovare risonanza in un’indagine condotta nell’estate 2005 dalla Fondazione Nordest su circa seimila cittadini di sei paesi europei tra cui l’Italia. Alla domanda se gli immigrati costituiscano «un pericolo per la nostra cultura, la nostra identità e la nostra religione», appena il 26,6% degli italiani ha risposto affermativamente. Solo in Francia si è raccolto un minor quantitativo di risposte positive (22,4%), al contrario di quanto accaduto invece in Germania (29,2%), Polonia (32,5%), Ungheria (46,3%) e R. Ceca (46,6%). Segnaliamo inoltre che la percentuale di risposte positive rilevata tra gli intervistati residenti nel Triveneto combacia perfettamente col dato nazionale (26,6%). Il commento dei curatori della ricerca può dunque essere esteso a quest’area e in una certa misura anche alla nostra regione: i risultati mostrano una «diffusa disponibilità all’accoglienza». Non possiamo tuttavia glissare su quel grado di «timore e diffidenza» messo in luce dalla stessa ricerca. Benché plausibilmente connessi ad alcune vicende recenti a loro volta legate all’immigrazione (l‘allargamento dell’UE, gli attentati di Madrid e Londra, la rivolta delle banlieus parigine e, infine, la bocciatura referendaria della costituzione europea), questi segnali testimoniano probabilmente un atteggiamento ambivalente e di non semplice composizione in seno alle popolazioni europee. Diamanti I., Bordignon F. (a cura di), Quinto rapporto immigrazione e cittadinanza in Europa. Orientamenti e atteggiamenti dei cittadini europei. Primi risultati, «Quaderni FNE», Collana Osservatori, n. 21, novembre 2005.



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