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Non abbiamo motti fissi, alla casbah. Li scegliamo di volta in volta. L'ultima volta, comunque, la scelta è stata facile: "We do not want to publish the address of the
Internet site where this film can be seen, in order to avoid propagating corruption in society"
(siasat-e rouz & agence france presse, 11.6.07)

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il viaggio e le radici: ulisse parte 1 (calipso, scheria, ciconi, lotofagi)

Autore: Orma





LETTURE


L'isola della ninfa Calipso (canto V, 85-115)
E ad Ermes chiedeva Calipso, la divina tra le dee, facendolo sedere su di un seggio splendido, colorato: "Come mai sei venuto qui, o Ermes, mio ospite venerato e caro? Prima almeno non ci venivi spesso. Dì quello che hai in mente di comunicarmi. Ben volentieri io son disposta a farlo, se posso e se è cosa da farsi. Ma vieni avanti con me, voglio porgerti i doni ospitali". Così parlava la dea; e gli pose dinanzi una mensa, la colmava di ambrosia, mescolò il rosso nettare con l'acqua. Ed egli beveva e mangiava, il messaggero Argicida.

Dopo che ebbe finito di pranzare e si fu ristorato, le disse: "Mi domandi perché venni qui, tu che sei una dea e a un dio lo chiedi. Ebbene te lo dirò questo messaggio con esattezza, giacché lo vuoi. Zeus me l'ordinò di venire qui: io non ne avevo voglia. E chi attraversa volentieri tanta acqua che non ha fine? E poi non c'è neanche qui nelle vicinanze una città di mortali che compiono sacrifici agli dei e scelte ecatombi. Ma davvero, credimi, non può un altro dio trasgredire la volontà di Zeus egioco nè ignorarla. Egli dice che c'è da te un uomo, il più infelice fra tutti gli altri. Eì uno di quegli uomini che combattevano per nove anni intorno alla città di Priamo e nel decimo anno la distrussero e se ne andarono a casa: ma nel ritorno offesero Atena e la dea suscitò contro loro un vento maligno e ondate lunghe. Allora tutti gli altri perirono, i suoi valorosi compagni d'arme; lui invece il vento e l'onda lo portavano attraverso il mare e lo spinsero qui, a questa isola. E ora Zeus ti comanda di mandarlo via, costui, di lasciarlo andare al più presto. Non gli tocca morire qui lontano dai suoi cari, ma è destino per lui di rivederli ancora e giungere nella casa dall'alto tetto e nella terra dei padri".
da: Odissea, a cura di G. Tonna, Garzanti, Milano 1968


Scheria, l'isola dei Feaci (canto V, 269-280)
Lieto del vento, distese le vele Odissseo luminoso.
Così col timone drizzava il cammino sapientemente,
seduto: mai sonno sugli occhi cadeva,
fissi alle Pleiadi, fissi a Boòte che tardi tramonta,
e all'Orsa, che chiamano pure col nome di Carro,
e sempre si gira e Orione guarda paurosa,
e sola non ha parte ai lavacri d'Oceano;
quella infatti gli aveva ordinato Calipso, la dea luminosa,
di tenere a sinistra nel traversare il mare.
Per diciassette giorni navigò traversando l'abisso,
al diciassettesimo apparvero i monti ombrosi
della terra feacia...

da: Odissea, a cura di R. Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino 1963


I racconti alla corte di Alcinoo: i Ciconi (canto IX, 37-81)
Ma ora voglio narrarti il mio tormentato ritorno, quello che Zeus mi inflisse quando da Troia salpai. Da Ilio il vento, spingendomi, mi avvicinò ai Ciconi, a Ismaro, dove devastai la città, sterminai gli abitanti. Le spose e molte ricchezze rapimmo dalla città e le spartimmo, perché nessuno mi ssalpasse privato d'equa porzione. Allora ordinai che fuggissimo con agile piede, ma loro, gli stolti, non obbedirono. E molto vino lì fu bevuto e molti greggi sgozzavano lungo la spiaggia e buoi dal passo strascicato e dalle corna ricurve. Intanto andarono i Ciconi a chiedere aiuto ai Ciconi che erano loro vicini, più folti e più forti, e che abitavano nell'interno, esperti a combattere contro i nemici dai carri o, alla bisogna, appiedati. E vennero al mattino quante sono le foglie e i fiori che spuntano a primavera: allora la mala sorte voluta da Zeus si accostò a noi sventurati perché soffrissimo molti dolori. Schieratisi presso le navi veloci, attaccavano battaglia: si lottò con le aste dalla punta di bronzo. Finché fu mattina e  cresceva il sacro  giorno, resistemmo respingendoli anche se erano più numerosi, ma quando il sole volse all'ora in cui si staccano i buoi, allora i Ciconi sopraffecero gli Achei volgendoci in fuga. Per ogni nave morirono sei compagni dai forti schinieri: noi altri sfuggimmo al destino di morte.

Di lì navigammo oltre affranti in cuore, lieti d'essere scampati alla morte ma avendo perduto cari compagni. Né si spinsero oltre le navi agili a virare prima che per tre volte gridassimo il nome di ciascuno dei miseri compagni che erano morti nella pianura abbattuti dai Ciconi. Contro le navi Zeus adunatore di nuvole sollevò Borea con raffiche inaudite e avvolse di nembi terra e mare: notte sorse dal cielo. Le navi correvano oblique, la forza del vento ne squarciò le vele in tre o quattro brandelli. Temendo la fine, le raccogliemmo sul ponte e a forza di remi spingemmo le navi fino al lido. Lì restammo due notti e due giorni di seguito, mangiandoci il cuore di stanchezza e dolore. Ma, quando Aurora dai riccioli belli recò il terzo giorno, drizzammo gli alberi e issammo le candide vele e sulle navi sedemmo: le dirigevano il vento e i timonieri. E sarei giunto incolume alla terra dei padri, ma doppiando il capo Malea l'onda e la corrente e Borea mi deviarono la rotta spingendomi lungi da Citera.
  da: Odissea, a cura di F. Ferrari, Utet, Torino 2001

Alla corte di Alcinoo: i lotofagi (canto IX, 82-104)
Per nove giorni fui trascinato dai venti funesti sul mare ricco di pesci. Il decimo giorno approdammo alla terra dei Lotofagi, i mangiatori di loto. Sbarcammo sulla riva e facemmo provvista d'acqua, i compagni presero il pasto presso le navi veloci. Ma quando ci fummo saziati di cibo e bevande, allora io ne mandai alcuni a informarsi chi fossero gli uomini che vivevano su quella terra: scelsi due uomini, terzo aggiunsi l'araldo. Ed essi si allontanarono e presto giunsero tra i Mangiatori di loto. Non tramarono morte ai miei compagni, i Lotofagi, anzi offrirono loro da mangiare del loto. E quelli che mangiarono il dolce frutto non volevano più ritornare a dare notizie, volevano invece restare là insieme ai Lotofagi, a mangiare loto dimenticando il ritorno. Alle navi li trascinai, a forza, piangenti, e sotto coperta li legai alle concave navi. E agli altri fedeli compagni ordinavo di salire in fretta sulle navi veloci perchè qualcuno non mangiasse del loto e scordasse il ritorno. Essi salirono in fretta e sedettero ai banchi, e, l'uno accanto all'altro, battevano il mare coi remi.

da: Odissea, a cura di M.G. Ciani, Marsilio, Venezia 1994


COMMENTO


da: Bérard J., La colonisation grecque de l’Italie méridionale et de la Sicile dans l’antiquité. L’histoire et la légende, Presses Universitaires de France, Paris 1957 (tr. it. La Magna Grecia, Einaudi, Torino 1963): pp. 307-11.


(...) Nel suo lungo errare per i mari occidentali, l’eroe “molto paziente” si spinge fin nel mare della Libia, dov’è l’odierna Gerba, presso i Lotofagi; e si spinge ancor più oltre fino al lontano stretto di Gibilterra, soggiornando presso la dea Calipso, per tornare infine alle soglie dei mari achei, a Corcira (Corfù), l’isola dei Feaci, da dove i marinai del buon re Alcinoo lo ricondurranno nella sua isola natale, Itaca. Ma lo scenario degli altri suoi viaggi sono le coste italiane.

Ai nostri giorni si è cercato di localizzare con precisione questi vari episodi dei Racconti alla corte di Alcinoo: con un certo successo, giacché le descrizioni geografiche che vi si trovano corrispondono ancora in misura notevole a quello che è lo stato attuale dei diversi luoghi. Se vogliamo seguire le identificazioni proposte da Victor Bérard, il paese dei Lestrigoni si trovava nella parte settentrionale della Sardegna, sulle bocche di Bonifacio: Porto Pozzo è lo stretto e profondo calanco dove Ulisse perse tutte le navi fuorché la propria; non lungi c’è il capo dell’Orso, nome che rende forse quello della fonte Artakaie.

L’isola di Circe è da identificare col monte Circeo, che ha conservato fino ai nostri giorni il nome derivatogli dalla maga: ai piedi dell’alto promontorio si distende l’immensa piana delle paludi pontine, limitata, dalla parte del mare, dalla laguna della cala dei Pescatori: in questa cala Ulisse attraccò.  Più a sud, sul golfo di Napoli, la zona delle acque stagnanti del lago Averno e delle sorgenti calde del Lucrino è con ogni probabilità il paese dei Morti, teatro della Nékyia (canto IX). Questa stessa regione, la regione dei Campi Flegrei con i rotondi occhi dei suoi crateri vulcanici, è la terra dei Ciclopi, gli “Occhi Tondi”; Nisida, chiamata ancor oggi la Piccola Isola, racchiude nell’anello spezzato della sua costa il meraviglioso porto riparato da tutte le parti, cui si accede solo attraverso una stretta imboccatura e dove le navi possono dormire senza ancora o ormeggi; di fronte a Nisida, in un vallone del capo Posillipo, si schiude l’ingresso di un’enorme grotta ingrandita dalla mano dell’uomo, l’antro di Polifemo; e un po’ più a Nord, sulla riva del mare aperto, il dirupo di Cuma è Iperie, la “Città Alta”, abitata dai Feaci prima che Nausitoo li trasferisse a Scheria (Corcira, Corfù).

Il rifugio delle Sirene deve essere identificato con le tre rocce dei Galli, a sud della penisola di Sorrento. Stromboli, col suo pennacchio di fumo, è l’isola di Eolo, il signore dei venti; e l’arcipelago delle Lipari (le Eolie) è il regno del dio. Nel breve tratto di mare che separa l’isola di Lipari dall’isoletta di Vulcano, si riconoscono le due Planktái pétrai, di cui Circe parla quando indica a Ulisse le due vie che può seguire per tornare a Itaca (canto XII, vv. 59 sgg.). L’altra via indicata dalla maga all’eroe, passava per lo stretto di Messina: appunto in questo stretto bisogna localizzare Scilla e Cariddi: Cariddi simboleggia il gorgo, il vortice formato dalle correnti marine sulla sponda siciliana, e il nome di Scilla è ancor oggi portato da una rupe sulla sponda continentale, contro cui si frangono con furore le onde quando soffi il vento di nord-ovest.  La Sicilia, infine, è l’omerica “Isola del Sole” […] e il Porto Cavo (canto XII, vv. 305 sgg.), dove Ulisse e i suoi compagni sono costretti a sostare per giorni e giorni in attesa di un vento favorevole, è evidentemente il vasto porto di Messina, protetto dal suo molo naturale a forma di falce (...)

(...) molte di queste localizzazioni possono essere accolte senza eccessivi dubbi: e soprattutto, nel loro complesso esse possono essere stimate valide. […] troppo grande è il cumulo di elementi raccolti per pensare a un effetto del caso. Particolari caratteristici come quello delle quattro fonti che spicciavano una accanto all’altra dalla roccia attorno alla grotta di Calipso non possono essere stati inventati, così come non può esser considerata frutto della sola fantasia del poeta la descrizione del paese di Circe o quella della località dove vivevano le Sirene. Bisognerà, dunque, supporre che l’autore dei Racconti alla corte di Alcinoo era in possesso di notizie particolareggiate sui paesi del Mediterraneo occidentale. Bisognerà riconoscere che già nell’età omerica, cioè – se dobbiamo credere alla tradizione – molto prima che i naviganti euboici riaprissero nel secolo VIII la via per l’Italia e la Sicilia, i Greci avevano nozioni precise su queste regioni, e anche sulla lontana Iberia.

Naturalmente, né il poeta né gli stessi Achei dell’età eroica dovettero avere una conoscenza diretta di questi mari, ancora popolati di mostri e di dèi: Itaca, il regno di Ulisse, era l’estremo limite nord-occidentale del mondo acheo. Se quesi mari fossero già stati regolarmente solcati dai Greci, certamente non vi sarebbero state localizzate tante storie prodigiose. [Inoltre] non si spiegherebbero certi errori che si notano qua e là nel poema [….]. Un errore [particolarmente] grave riguarda la distanza che separa gli scogli delle Sirene da Scilla e Cariddi: parrebbe che, secondo il poeta, Scilla e Cariddi si trovino vicinissime alla località dove vivono le Sirene, poiché Ulisse, appena perde di vista queste ultime, si trova subito di fronte allo stretto sulle cui rive abitano i mostri. Ora, dalla penisola di Sorrento ci sono in linea d’aria qualcosa come duecentottanta chilometri. (...)




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