salta la lista degli articoli e vai al contenuto
salta la lista categorie e vai al contenuto
Non abbiamo motti fissi, alla casbah. Li scegliamo di volta in volta. L'ultima volta, comunque, la scelta è stata facile: "We do not want to publish the address of the
Internet site where this film can be seen, in order to avoid propagating corruption in society" (siasat-e rouz & agence france presse, 11.6.07)
.
.
Autore: Orma

E ad Ermes chiedeva Calipso, la divina tra le dee, facendolo sedere su di un seggio splendido, colorato: "Come mai sei venuto qui, o Ermes, mio ospite venerato e caro? Prima almeno non ci venivi spesso. Dì quello che hai in mente di comunicarmi. Ben volentieri io son disposta a farlo, se posso e se è cosa da farsi. Ma vieni avanti con me, voglio porgerti i doni ospitali". Così parlava la dea; e gli pose dinanzi una mensa, la colmava di ambrosia, mescolò il rosso nettare con l'acqua. Ed egli beveva e mangiava, il messaggero Argicida.
Dopo che ebbe finito di pranzare e si fu ristorato, le disse: "Mi domandi perché venni qui, tu che sei una dea e a un dio lo chiedi. Ebbene te lo dirò questo messaggio con esattezza, giacché lo vuoi. Zeus me l'ordinò di venire qui: io non ne avevo voglia. E chi attraversa volentieri tanta acqua che non ha fine? E poi non c'è neanche qui nelle vicinanze una città di mortali che compiono sacrifici agli dei e scelte ecatombi. Ma davvero, credimi, non può un altro dio trasgredire la volontà di Zeus egioco nè ignorarla. Egli dice che c'è da te un uomo, il più infelice fra tutti gli altri. Eì uno di quegli uomini che combattevano per nove anni intorno alla città di Priamo e nel decimo anno la distrussero e se ne andarono a casa: ma nel ritorno offesero Atena e la dea suscitò contro loro un vento maligno e ondate lunghe. Allora tutti gli altri perirono, i suoi valorosi compagni d'arme; lui invece il vento e l'onda lo portavano attraverso il mare e lo spinsero qui, a questa isola. E ora Zeus ti comanda di mandarlo via, costui, di lasciarlo andare al più presto. Non gli tocca morire qui lontano dai suoi cari, ma è destino per lui di rivederli ancora e giungere nella casa dall'alto tetto e nella terra dei padri".
da: Odissea, a cura di G. Tonna, Garzanti, Milano 1968
Lieto del vento, distese le vele Odissseo luminoso.
Così col timone drizzava il cammino sapientemente,
seduto: mai sonno sugli occhi cadeva,
fissi alle Pleiadi, fissi a Boòte che tardi tramonta,
e all'Orsa, che chiamano pure col nome di Carro,
e sempre si gira e Orione guarda paurosa,
e sola non ha parte ai lavacri d'Oceano;
quella infatti gli aveva ordinato Calipso, la dea luminosa,
di tenere a sinistra nel traversare il mare.
Per diciassette giorni navigò traversando l'abisso,
al diciassettesimo apparvero i monti ombrosi
della terra feacia...
da: Odissea, a cura di R. Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino 1963
Ma ora voglio narrarti il mio tormentato ritorno, quello che Zeus mi inflisse quando da Troia salpai. Da Ilio il vento, spingendomi, mi avvicinò ai Ciconi, a Ismaro, dove devastai la città, sterminai gli abitanti. Le spose e molte ricchezze rapimmo dalla città e le spartimmo, perché nessuno mi ssalpasse privato d'equa porzione. Allora ordinai che fuggissimo con agile piede, ma loro, gli stolti, non obbedirono. E molto vino lì fu bevuto e molti greggi sgozzavano lungo la spiaggia e buoi dal passo strascicato e dalle corna ricurve. Intanto andarono i Ciconi a chiedere aiuto ai Ciconi che erano loro vicini, più folti e più forti, e che abitavano nell'interno, esperti a combattere contro i nemici dai carri o, alla bisogna, appiedati. E vennero al mattino quante sono le foglie e i fiori che spuntano a primavera: allora la mala sorte voluta da Zeus si accostò a noi sventurati perché soffrissimo molti dolori. Schieratisi presso le navi veloci, attaccavano battaglia: si lottò con le aste dalla punta di bronzo. Finché fu mattina e cresceva il sacro giorno, resistemmo respingendoli anche se erano più numerosi, ma quando il sole volse all'ora in cui si staccano i buoi, allora i Ciconi sopraffecero gli Achei volgendoci in fuga. Per ogni nave morirono sei compagni dai forti schinieri: noi altri sfuggimmo al destino di morte.
Di lì navigammo oltre affranti in cuore, lieti d'essere scampati alla morte ma avendo perduto cari compagni. Né si spinsero oltre le navi agili a virare prima che per tre volte gridassimo il nome di ciascuno dei miseri compagni che erano morti nella pianura abbattuti dai Ciconi. Contro le navi Zeus adunatore di nuvole sollevò Borea con raffiche inaudite e avvolse di nembi terra e mare: notte sorse dal cielo. Le navi correvano oblique, la forza del vento ne squarciò le vele in tre o quattro brandelli. Temendo la fine, le raccogliemmo sul ponte e a forza di remi spingemmo le navi fino al lido. Lì restammo due notti e due giorni di seguito, mangiandoci il cuore di stanchezza e dolore. Ma, quando Aurora dai riccioli belli recò il terzo giorno, drizzammo gli alberi e issammo le candide vele e sulle navi sedemmo: le dirigevano il vento e i timonieri. E sarei giunto incolume alla terra dei padri, ma doppiando il capo Malea l'onda e la corrente e Borea mi deviarono la rotta spingendomi lungi da Citera.
da: Odissea, a cura di F. Ferrari, Utet, Torino 2001
Per nove giorni fui trascinato dai venti funesti sul mare ricco di pesci. Il decimo giorno approdammo alla terra dei Lotofagi, i mangiatori di loto. Sbarcammo sulla riva e facemmo provvista d'acqua, i compagni presero il pasto presso le navi veloci. Ma quando ci fummo saziati di cibo e bevande, allora io ne mandai alcuni a informarsi chi fossero gli uomini che vivevano su quella terra: scelsi due uomini, terzo aggiunsi l'araldo. Ed essi si allontanarono e presto giunsero tra i Mangiatori di loto. Non tramarono morte ai miei compagni, i Lotofagi, anzi offrirono loro da mangiare del loto. E quelli che mangiarono il dolce frutto non volevano più ritornare a dare notizie, volevano invece restare là insieme ai Lotofagi, a mangiare loto dimenticando il ritorno. Alle navi li trascinai, a forza, piangenti, e sotto coperta li legai alle concave navi. E agli altri fedeli compagni ordinavo di salire in fretta sulle navi veloci perchè qualcuno non mangiasse del loto e scordasse il ritorno. Essi salirono in fretta e sedettero ai banchi, e, l'uno accanto all'altro, battevano il mare coi remi.
da: Odissea, a cura di M.G. Ciani, Marsilio, Venezia 1994