Autore: Orma
Sante Ciccarello (sinistra)
Guarda l'intervista a Sante Ciccarello: che cos'è un centro culturale islamico - parte 1
che cos'è un centro culturale islamico - parte 2
IL NOSTRO DIALOGO
Le semplici ragioni del confronto
Cosa succede a Udine, in via del Vascello 12? O meglio: chi sono e cosa fanno quegli individui dalle fattezze mediorientali che ogni giorno, discretamente, oltrepassano la stazione ferroviaria e, percorso il sottopasso di via della Cernaia, si eclissano dietro le alte mura di un edificio dall’aspetto anonimo e niente affatto scintillante?
Come tutti i cittadini di Udine sanno, l’edificio in questione, sito appunto in via del Vascello, ospita la sede della Comunità islamica del Friuli. A dispetto della sua notorietà, questo luogo rimane avvolto in una coltre di mistero. Come misteriose, del resto, paiono le attività consumate al suo interno. Le dinamiche di gruppo dei musulmani udinesi e friulani sfuggono ancora ad una chiara riconoscibilità e sono, conseguentemente, destinatarie delle più torbide speculazioni. Al momento, insomma, la cosiddetta “moschea” di Udine resta per l’immaginario popolare un luogo oscuro: una scheggia di società conficcata ben dentro il suo cuore e ciononostante priva di legami con le altre sue parti.
Stupisce poco, questa situazione. E' un dato di fatto che i nostri rapporti con l’Islam procedano all’insegna della diffidenza e, in casi non rari, del timore o del rancore. Ma alla lunga, è facile prevederlo, il doppio binario su cui ci stiamo muovendo risulterà insostenibile: la crescita e la stabilizzazione della componente immigrata nel nostro territorio, da un lato, appare incompatibile cioè con la debolezza del confronto e degli scambi tra “noi” e “loro”, dall’altro lato.
Aggiungasi che, anche questa è una facile preconizzazione, l’islam non sembra prossimo al tramonto. Pur subendone qua e là i colpi, la seconda religione del pianeta resiste più che bene all'urto coi grandi processi sociali della contemporaneità: modernizzazione, secolarizzazione, globalizzazione. Non che i musulmani d’Occidente (come quelli d’Oriente, del resto) possano alla lunga sfuggire del tutto alla generalizzata “macdonaldizzazione” di usi, costumi e attitudini. I segnali di questa china anzi ci sono già, ben evidenti: basta guardare sui nostri marciapiedi, nei luoghi di lavoro, nei locali pubblici.
Ferme restando le birre e i costumi occidentalizzati di certi musulmani di casa nostra, la forza dell'islam non scemerà facilmente. Vale la pena ricordarlo, visto che lo ripetono tutti: persino nelle laicizzate e profanissime contrade europee le seconde e terze generazioni di immigrati abbracciano con rinnovata convinzione la fede dei padri e dei nonni. Per tacere delle conversioni, che una certa vulgata - priva però di ogni riscontro oggettivo, come ha più volte ricordato Stefano Allievi - vuole in forte aumento. Per dirla con Gilles Kepel, anche a costo di apparire scontati: la "rivincita di Dio" si celebrerà anche, se non soprattutto, sotto le verdi insegne della religione di Maometto.
A fronte di ciò, pertanto, lo status quo è semplicemente impensabile. A meno che non vogliamo replicare immagini già viste altrove: società a compartimenti stagni, incapaci di instaurare sani e sobri rapporti di buon vicinato, restie ad accettare l’altro che vive e prega al proprio fianco. Non chiudiamo gli occhi: siamo chiamati, anzi no, condannati a misurarci con una diversità che, ripetiamo, è qui per restare. Che contribuirà, anche nostro malgrado, all’evoluzione della nostra cultura.
Il futuro delle relazioni interetniche e interreligiose, per affidarci ad un'altra ovvietà evidentemente non così scontata, è nelle nostre mani. E quando diciamo "nostre" intendiamo, questo è chiaro, anche le "loro": quelle dei musulmani. E' quasi inutile ricordare che una cospicua porzione delle odierne incomprensioni discende proprio dall’atteggiamento dei nuovi arrivati, spesso incapaci di afferrare a pieno e quindi di apprezzare la complessità della terra che oggi li accoglie e che domani sarà, bene o male, la loro terra. Vittime in certi casi di malintenzionate predicazioni, in altre di secolari pregiudizi, in altre ancora di un disagio che affonda altrove le proprie radici, i musulmani d’Italia e d’Europa nutrono spesso e volentieri un rapporto ambiguo con la società ospitante. Ne subiscono il fascino, attratti dalle lusinghe del benessere e dell’individualizzazione, salvo soccombere di fronte alle ineluttabili difficoltà dell’integrazione. Ecco, dunque, il punto che vogliamo sottolineare. Riteniamo anzitutto che le difficoltà dell’integrazione non debbano essere amplificate, o magari costruite a tavolino, da parte nostra. Se mettere il bastone tra le ruote non è mai la migliore strategia, in questo caso è semplicemente masochistico. Creare delle banlieus morali prima ancora che fisiche, segregazioni cognitive da abbinare ai muri etnici: ecco la ricetta di un sicuro tracollo. Che non mancherebbe, Parigi insegna (e Milano no?), di presentare il conto.Pensiamo poi che il dialogo sia semplicemente ineluttabile. E non perché sia lo "spirito" dei nostri tempi, quasi una moda, praticata peraltro come tutte le mode: fatuamente e irresponsabilmente. Sappiamo che dobbiamo convivere: punto. E che, per ciò, sarà bene conoscersi meglio e chiarire le rispettive posizioni, prima che sia tardi. Prima di finire come i tanti, troppi Londonistan di questo continente, per intenderci.L'atteggiamento di apertura però, ci teniamo a precisarlo, deve essere contraccambiato in modo autentico, verace. Ci tornano utili in questo senso le parole di Magdi Allam. Quando, nell'intervista concessaci pochi giorni fa, ha maliziosamente sottolineato l'urgenza di individuare interlocutori interessati a costruire assieme a noi “una comune civiltà dell’uomo”, Magdi Allam ha in effetti toccato il cuore della questione. Dobbiamo interloquire. Anche duramente, se necessario: né più e né meno come faranno ad Annapolis l'Autorità Nazionale Palestinese ed Israele. Ma lasciamola a bin Laden e ai suoi amici, la rabbia. Al nostro dialogo, del resto, non sono invitati e non li inviteremo mai. Nei nostri tavoli trovano posto solo soggetti pronti a condividere apertamente, sinceramente e profondamente certi principi basilari. Irreversibilmente, vorremmo dire.Sono queste convinzioni che ci hanno indotto – e torniamo così al punto di partenza - ad avviare un confronto con i responsabili della comunità islamica del Friuli. Con il portavoce, Sante Ciccarello, abbiamo cominciato da qualche tempo un percorso di conoscenza ed esplorazione reciproca. Un dialogo, insomma, informato da alcune priorità, buona parte delle quali passeranno attraverso quell’indirizzo: via del Vascello 12. Aprendoci la porta del Centro e accettando di rispondere alle nostre domande, Ciccarello ci aiuterà a capire come costruire la società di domani evitando per quanto possibile gli errori e le paure della società di oggi. E, in ogni caso, traendo da essi qualche insegnamento.
L'intervista: cosa si fa in via del Vascello?
L’intervista a Sante Ciccarello che presentiamo oggi non offre molto, lo sappiamo. Siamo rimasti in superficie, ad un piano sostanzialmemte descrittivo. Del resto, ribadiamo, siamo solo all'inizio di un cammino che ci condurrà - lo speriamo - a conoscere meglio e quanto più possibile da vicino la Comunità islamica del Friuli. Non è, come ricorderete, la prima chiacchierata. Il mese scorso, fresco di nomina, il portavoce ci aveva offerto una breve ma significativa video-testimonianza da noi prontamente diffusa in questa sede. In quella registrazione si cominciò a mettere a fuoco il tema affrontato più compiutamente questa volta: le attività del centro di via del Vascello. Si è discusso in particolare dei circa mille fedeli che gravitano attorno alla struttura, sottolineandone l’eterogeneità quanto a provenienze nazionali e sfumature confessionali. Da cui la particolare “sfida”, per usare le parole dello stesso Ciccarello, che incombe su frequentatori e responsabili: dare forma e vita ad una comunità coesa e capace di riconoscersi nella trama di un’identità al tempo stesso italiana e musulmana. Cosa si faccia all'interno del Centro per centrare questo obiettivo è, più o meno, il motivo che risuona per tutta la mezz’ora circa di colloquio. Che si apre, però, con una nostra domanda diretta sulla “paura diffusa” nutrita nei confronti di un islam percepito come granitico, minaccioso, ostile. Questo, almeno, è quanto si è potuto desumere da un recente dibattito pubblico tenutosi a Udine sul tema – iniziativa che abbiamo ritenuto utile seguire da vicino e riproporre proprio qui, in video (intro - video 2 - video 3 - video 4 - video 5 - video 6 - video 7).Ciccarello non si nasconde dietro un dito e riconosce, parole sue, che “delle diffidenze esistono e alle volte sono motivate da fatti concreti, reali”. Ma si tratta di “episodi”, più che di una realtà generalizzabile. Pur senza negare la gravità di alcune questioni – il caso burka a Treviso insegna – Ciccarello invita insomma a non cavalcarle, a guardare “in modo meno emotivo” alla cronaca, e soprattutto a non ascoltare le “sirene che vorrebbero suscitare in noi paure immotivate”. Occorre invece praticare con sincera convinzione “il dialogo, l’incontro, la conoscenza, l’avvicinamento tra le persone diverse”, per capire che “le differenze sono molto più tenui di quello che qualcuno vorrebbe farci credere”. L’incontro può infatti aiutarci a scoprire la più scottante delle verità: “che i miei sogni non sono molto diversi da quelli di chi non è musulmano, che le mie speranze, le mie paure sono molto spesso le stesse del mio vicino di casa o del mio collega di lavoro”.Fatte le dovute premesse, il portavoce inizia a descrivere per noi il Centro. Che, a dispetto di chi lo liquida come “moschea”, non è qualificabile propriamente come tale. E non tanto per motivi squisitamente architettonici. Seppur votato anche alla preghiera, anzi alle cinque preghiere quotidiane prescritte e soprattutto a quella “congregazionale” del venerdì, il Centro è soprattutto “un punto di riferimento” e “un luogo di ritrovo” per una collettività ancora allo stato fluido. Un posto, insomma, dove confratelli di provenienza ed estrazione diverse ma accomunati dall’esperienza sradicante dell’emigrazione possano cementare i legami di solidarietà. O magari, semplicemente, scambiarsi "le chiacchiere normali che fanno tutti gli esseri umani" - attività, pare, molto praticata nella "stanza dedicata esclusivamente alle nostre sorelle".Chiamarlo moschea, il Centro, è improprio anche da un altro punto di vista: quello giuridico. Come ricorda Ciccarello, via del Vascello 12 è infatti la sede di un’associazione culturale, non religiosa. Che opera come tale, da un punto di vista formale oltre che sostanziale. Vale a dire, con un suo presidente (nella persona di Mohammed Ali Erbesh), un direttivo ed un tesoriere. E con un ventaglio di attività che vanno ben oltre l'aspetto rituale o cultuale. I musulmani friulani vengono al Centro anche per consultare i libri della piccola biblioteca ospitata al suo interno, partecipare alle iniziative culturali e conviviali occasionalmente organizzate qui, e soprattutto per offrire ai propri figli l’opportunità di un briciolo di formazione islamica.Vista la delicatezza di quest’ultimo aspetto, abbiamo chiesto alcuni approfondimenti. Esiste "un luogo destinato solamente per i bambini", un piccolo e modesto spazio fornito di canonici banchi e lavagna (lo potete vedere qui, in un video da noi girato la scorsa primavera). Ogni domenica mattina, per un paio d’ore circa, un numero variabile tra i 40 e 120 bambini di età compresa tra i 5 e i 12 anni si ritrovano tra queste mura per partecipare a qualcosa “più simile ad un doposcuola che a una scuola”, visto che spesso e volentieri l’incontro “si trasforma in un’occasione di gioco”. Il mandato originario, in ogni caso, sarebbe “insegnare ai nostri figli gli elementi principali della scuola islamica”, il Corano anzitutto, nonché qualche rudimento di lingua araba e di storia dell’islam. A tenere queste attività, cinque “sorelle” selezionate più “per ragioni contingenti che per scelta”: vale a dire, “solo perché sono più preparate”, avendo tutte conseguito la laurea. Quale l'obiettivo di fondo, in questa attenzione per i minori? Sviluppare nei bambini “un’identità di tipo nuovo, di farli sentire” al tempo stesso “veri musulmani e veri italiani (….) radicati, legati a questa città”. Parole condivisibili, su cui sarà bene tornare nelle prossime occasioni.
Monica e Anna sui banchi di via del Vascello (maggio 2007)La preghiera del venerdì rimane comunque il “fulcro” di questo luogo: un'occasione importante sia per “la maggiore presenza” di persone che solo raramente riescono ad incontrarsi, sia per la possibilità di recepire “un insegnamento da applicare durante la settimana”. Partecipare alla “preghiera congregazionale” è obbligatorio per tutti i fedeli che non abbiano effettivi impedimenti, “altrimenti l’obbligo decade”. Da questo punto di vista, la tendenza da parte di molti datori di lavoro a concedere una pausa ad hoc ai propri dipendenti musulmani viene letta da Ciccarello come una promettente evoluzione. In attesa, naturalmente, di passi formali da parte delle istituzioni.La funzione dura di solito una mezz’ora circa, “tre quarti d’ora se l’imam la fa un pò lunga” col suo sermone. Che è diviso in due parti: aperto da “un discorso di carattere generale e spirituale”, si conclude con una trattazione più pragmatica degli “aspetti e problemi della comunità locale”. Il sermone viene recitato in arabo, anche se – precisa Ciccarello - è invalsa da tempo la consuetudine di una traduzione in italiano volta a consentire ai numerosi non arabofoni “di partecipare allo spirito del venerdì” e fare così del centro un luogo davvero “condiviso”. La cerimonia si chiude con la preghiera collettiva, per la durata di circa cinque minuti. L’imam di Udine, a proposito, non esiste ancora. Manca cioè al momento una figura permanente, sostituita dalla temporanea presenza di “sapienti” giunti da fuori. L’imam di turno in questo periodo arriva dallo Yemen: si tratta di un giovane dottorando di giurisprudenza islamica che, riferisce Ciccarello, conosce tutte le dieci modalità di recitazione del Corano.Nell’intervista c’è spazio per altri due particolari niente affatto trascurabili. I “soldi”, anzitutto. Come si mantiene infatti il centro, si domandano molti, con la pulce nell’orecchio di analoghe realtà foraggiate dai paesi musulmani? Ciccarello ci tiene a precisare che non è il loro caso, che “ci siamo sempre ripromessi di non accettare mai finanziamenti da uno stato straniero, e se lo faremo”, aggiunge con un altro appunto futuribile, “sarà dallo stato italiano”. La verità, dunque, è che “viviamo di elemosina: invitiamo i fratelli a sostenere le spese del centro” – per l’affitto della sede e per le sue attività – “in modo del tutto libero e a seconda delle rispettive possibilità”.Il secondo aspetto riguarda la possibilità per i non musulmani di accedere al centro. Possibilità che Ciccarello non solo conferma, ma addirittura auspica. “Porte aperte” dovrebbe essere il motto di questo luogo, sottolinea, con un invito anche e soprattutto “a chi ha un atteggiamento critico”, ovvero chi è in cerca di “risposte alle proprie paure e diffidenze”. Il messaggio che Ciccarello affida ai nostri microfoni è che “chiunque può venire per stare insieme con noi, per vedere effettivamente cosa stiamo facendo, per conoscere, dialogare e fare domande”. “Sarà sempre il benvenuto”, anche alla preghiera, a patto naturalmente di rispettare delle “minime regole” valide peraltro erga omnes: togliersi le scarpe, non passare davanti ad una persona che prega. L’opportunità per un non musulmano di partecipare alla funzione, del venerdì ma non solo, è del resto prevista “nella tradizione stessa islamica: al tempo del profeta venivano accolti i non musulmani nella moschea”. Questo – aggiunge, senza nasconderci certe difficoltà – “forse i miei fratelli l’hanno dimenticato”.
Intrinseche ad una religione fatta da numerose anime, queste difficoltà hanno fatto recentemente discutere alla notizia della nascita di un secondo centro islamico udinese. Frutto di una scissione, sembra di capire, tra un’anima più modernista e una componente più tradizionalista, con venature “salafite”, che ha ritenuto opportuno trovare uno spazio tutto proprio. Ciccarello in ogni caso minimizza, preferendo rubricare l’episodio sotto la cifra di una “crescita” della comunità le cui esigenze non riescono ad essere contenute sotto un unico tetto.(***)Motivi per discutere ancora, insomma, non mancano. Nei nostri prossimi incontri con Sante Ciccarello avremo occasione di affrontarne altri, sicuramente più spinosi di quelli toccati sin qui, e forse non mancheranno le polemiche. Ma le divergenze non dovranno ostacolare un percorso su cui, ripetiamo, ci siamo incamminati per convinzione se non volentieri. Ci piacerebbe in questo senso ricevere consigli, suggerimenti e indicazione da parte vostra. Non esitate ad approfittare di questo canale aperto con la Comunità islamica del Friuli. Girare le vostre domande a Sante Ciccarello non sarà per noi semplicemente utile. Sarà un piacere.
Marco Orioles - Udine, 24 ottobre 2007