Autore: Orma
Il friulano non è la lingua di una minoranza
Il Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia si appresta ad approvare in via definitiva un disegno di legge imposto da Illy, incalzato a sua volta da Rifondazione Comunista, che sancisce l'insegnamento obbligatorio del friulano nelle nostre scuole se non espressamente rifiutato dai genitori. Un gioco politico, in vista delle elezioni regionali del prossimo anno, volto a soddisfare le richieste degli autonomisti friulani e a sorpassare il Movimento Friuli e la Lega Nord. Chissà quanti genitori distratti e non informati troveranno i propri figli iscritti a scuola di friulano, che dovrebbe in seguito sostituire l'italiano nell'insegnamento di tutte le materie. Non si riesce a immaginare i costi di questa dittatura linguistica, che prevede l'arruolamento di un esercito di 8 mila docenti e una miriade di testi scolastici tali da conservare le numerose varianti lessicali se non si vuole ricorrere a un friulano standardizzato. Trova giusto che il Friuli volti le spalle all'Italia e alla lingua di Dante, Leopardi e Manzoni?
Antonio Napolitano, Trieste,
Caro Napolitano, ricordo ai lettori che la legge regionale sull'insegnamento del friulano è giustificata, secondo il presidente del Friuli-Venezia Giulia Riccardo Illy, dalla legge nazionale n. 482, approvata nel 1999, che promuove la valorizzazione delle lingue minoritarie parlate nella penisola, e dall'art. 6 della Costituzione in cui è scritto: «La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche».
In un articolo pubblicato dal Corriere del 18 settembre, uno dei maggiori linguisti italiani, Tullio De Mauro (storico della lingua e ministro della Pubblica istruzione dall'aprile del 2000 al giugno del 2001), ha raccontato che la legge nacque, anche se con grande ritardo, da un suo studio del 1974 sullo stato delle minoranze linguistiche in Italia. Un primo progetto legislativo fu approvato dalla Camera dei deputati, ma si insabbiò al Senato e dovette attendere, per diventare legge dello Stato, ancora dieci anni. De Mauro, quindi, è favorevole alla decisione del Friuli- Venezia Giulia e lo ha detto anche in una intervista al Piccolo di Trieste del 5 settembre. Sa che esistono «problemi pratici, di organizzazione, perché un istituto scolastico si metta in grado di offrire questo servizio ad allievi, famiglie e cultura del luogo: scegliere insegnanti in grado di impartire l'insegnamento di una materia in friulano e, in generale, in una lingua diversa da quella abituale nell'insegnamento scolastico; formare opportunamente gruppi di allievi che accettino l'impresa». Ma crede che il «gioco valga la spesa».
Io invece, caro Napolitano, non ne sono sicuro. Non mi sembra giusto, anzitutto, sostenere che l'insegnamento pubblico del sardo e del friulano sia implicitamente previsto dall'art. 6 della Costituzione. Non credo che sardi e friulani (per fare due esempi spesso ricordati negli ultimi anni) possano considerarsi minoranze, nel senso in cui la parola è stata generalmente utilizzata per le popolazioni che hanno un'altra patria di riferimento o non appartengono alla storia unitaria del Paese di cui sono cittadini. Sardi e friulani hanno dato a questo Paese un grande numero di parlamentari, uomini di Stato, generali, magistrati, imprenditori; e non hanno mai avuto bisogno per le loro carriere pubbliche e private di una particolare protezione. Non credo, in secondo luogo, che l'insegnamento pubblico di una lingua arcaica, priva di qualsiasi importanza veicolare, debba considerarsi una responsabilità dello Stato e delle sue autorità locali. Riccardo Illy osserva che l'insegnamento del friulano è «aggiuntivo», non sostitutivo. Ma «aggiungerà » al bilancio regionale una spesa supplementare e comporterà un impegno finanziario che potrebbe essere utilizzato per altri scopi. Al Workshop Ambrosetti, che si è tenuto come ogni anno a Cernobbio nei primi giorni di settembre, il presidente del Friuli-Venezia Giulia ha illustrato i programmi della sua regione e ne ha sottolineato il carattere mitteleuropeo. Ma non sarebbe meglio, allora, insegnare, oltre all'inglese, soprattutto il tedesco e lo sloveno?
Vi è infine un'ultima considerazione che mi sembra, sotto il profilo umano, particolarmente importante. Il Friuli non appartiene ai friulani. Appartiene a coloro che vi abitano e vi lavorano, quale che sia la loro origine, rispettandone lo stile e l'etica. Non mi sembra giusto mettere queste persone nella condizione di scegliere, per i loro figli, l'insegnamento del friulano o l'esonero. Non mi sembra giusto creare una distinzione fra coloro che parlano il friulano e coloro che non lo parlano, fra gli «interni» e gli «esterni».
Come insegnare il friulano e leggere Wikipedia
Consultando una delle più diffuse enciclopedie online, www.wikipedia.it, leggo nella sua biografia: "Da recenti risposte date sulle pagine del quotidiano Corriere della Sera, dove cura una rubrica di domande e risposte sull'attualità politica e storica, risulta uomo dal pensiero estremamente conservatore, con venature di fascismo soprattutto per quanto riguarda i temi delle minoranze linguistiche storiche presenti in Italia". Non so se il curatore della pagina in questione si riferisse alla sua risposta sull'insegnamento del friulano, risposta che peraltro condivido totalmente e di ovvio buon senso. Mi sembra comunque un ritratto assolutamente non corretto, superficiale e improprio. Credo che anche lei, di cui ho letto tra molti altri libri "Memorie di un conservatore" e "Confessioni di un revisionista", non si riconosca in quella definizione. Ora le chiedo: che controllo si può esercitare sui contenuti di strumenti che rimangono comunque importantissimi? Basta una risposta non condivisa e si viene tratteggiati in modo denigratorio su un sito consultato da centinaia di migliaia di persone? Che valore hanno dunque le biografie di personaggi storici, giornalisti o politici?
Dario Magini, dario.magini@diemmedue.com
Caro Magini, grazie per l'informazione. Suppongo che l'autore della frase da lei citata avesse in mente la mia risposta a una lettera sull'insegnamento del friulano nel Friuli- Venezia Giulia. Ho scritto, in sintesi, che i friulani non possono considerarsi una minoranza nel senso con cui la parola è stata utilizzata per i gruppi nazionali che hanno un'altra patria, al di là della frontiera (i tirolesi della provincia di Bolzano, gli sloveni delle province di Trieste e Gorizia) o non hanno partecipato alla creazione dello Stato di cui sono divenuti cittadini. Un autore mi ha ricordato che esiste una Carta europea delle lingue regionali e minoritarie, firmata dall'Italia nel giugno del 2000, in cui è scritto che "la tutela e la promozione delle lingue regionali o minoritarie (...) rappresentano un contributo importante per l'edificazione di un'Europa fondata sui principi della democrazia e della diversità culturale ".
Ma a me sembra che l'Europa non debba diventare un museo etnografico in cui ogni etnia ha diritto alle proprie bacheche, conservate e finanziate con il denaro pubblico, spesso a carico dell'intera comunità nazionale. Se desiderano conservare e valorizzare le loro tradizioni culturali, i friulani e i sardi possono creare le loro associazioni, promuovere i loro programmi, finanziare il loro sforzo e soltanto allora chiedere allo Stato un contributo in denaro o in servizi. Solo così capiremo se la difesa di una lingua locale risponda al desiderio di una larga parte della popolazione o non sia piuttosto il calcolo elettorale di un partito e l'ambizioso capriccio di una modesta intellighenzia di provincia.
A proposito di Wikipedia, caro Magini, posso dirle soltanto che questa enciclopedia online è uno dei frutti più sorprendenti della grande rivoluzione che il computer personale e Internet hanno provocato nel campo della comunicazione. In un articolo pubblicato dal settimanale Mondo del 13 luglio, Andrea Turi ricorda che la parola "wiki" viene dal linguaggio parlato nelle isole Hawaii e significa "rapido". La parola allude alla rapidità con cui le informazioni appaiono sullo schermo, ma vale anche per il suo straordinario sviluppo in pochi anni. È nata in inglese il 15 gennaio 2001, ma sono bastati soltanto quattro mesi perché venissero create 13 edizioni fra cui una italiana. Oggi il suo sito è uno dei dieci più frequentati nel mondo e registra ogni sei mesi circa sei miliardi di accessi. È una enciclopedia in cui tutti possono scrivere e a cui tutti possono attingere. Si compone di circa sette milioni di voci (poco meno di 350.000 in italiano) ed è scritta in circa 250 lingue da uno stuolo di collaboratori anonimi, curiosi, appassionati di temi particolari e ansiosi di gettare le loro informazioni nel grande mondo della rete. Insomma Wikipedia è una cattedrale che cresce spontaneamente, senza disegni e architetti grazie alla collaborazione di parecchie migliaia di muratori volontari. È inevitabile, in queste condizioni, che qualche colonna sia sghemba, qualche arco mal calcolato, qualche pietra difettosa, qualche prospettiva ingannevole. Ma gli errori ideologici, le sviste e i partiti presi non mi impediranno di continuare a consultarla. Raccomando ai lettori di fare altrettanto con il tradizionale ammonimento che accompagna le buone medicine: usare con cautela.