Autore: Orma
Marco Orioles, Le mille globalizzazioni: alla ricerca di una bussola
Il Calamo, Roma 2008

Prologo
«Uno spettro si aggira per l’Europa». Un testo che si apre così, si potrebbe pensare, sarà di sicuro un thriller. E in effetti, come ben sapete, lo è. Annunciato nella prima pagina del Manifesto del Partito Comunista (1848), quel fantasma provocò numerose notti insonni alle vecchie classi dirigenti d’Europa.
Sebbene l’incubo di Karl Marx e Friedrich Engels non si sia trasformato tout court in realtà, la vita diurna del nostro continente ne fu comunque profondamente segnata. L’affresco sociale, politico, economico e culturale europeo non si sarà tinto integralmente di rosso, con l’eccezione della Russia sovietica e dei suoi fortunati «satelliti», ma numerose sfumature intermedie vi presero posto. La socialdemocrazia fu assimilata nel nostro codice genetico, mentre principi e strutture oggi ritenute di cardinale importanza come giustizia sociale, welfare state, redistribuzione del reddito e via dicendo furono assimilatii dai sistemi politici dei vari paesi. Per parafrasare Churchill, mai metafora elaborata da così poche persone comportò così tanti cambiamenti nella vita di tanta gente.
Ma perché evocare proprio qui, nell’ambito di un corso di sociologia, questa parabola? Semplice. Durante uno dei momenti topici della vita intellettuale di questa disciplina, il congresso dell’Associazione Italiana di Sociologia tenutosi recentemente a Roma, è stato scandito un annuncio non meno grave di quello di Marx ed Engels. Che l’artefice sia anche in questo caso un pensatore tedesco, il sociologo Ulrich Beck, rende il paragone irresistibile. Nel suo intervento, tuttavia, Beck ha fatto più che denunciare la lugubre presenza che infesterebbe le contrade d’Europa. Ha esortato infatti tutti noi a «contrastare la globalizzazione americana». A ricacciare indietro cioè uno spettro made in USA che, come e più del comunismo mondiale, ha in animo di sovvertire tutti i nostri equilibri.
Che le catene della globalizzazione stiano rumoreggiando per i paesi europei è in effetti sin troppo evidente. Invero, le sortite del nuovo fantasma si spingono ben al di là dei circa dieci milioni di chilometri quadrati su cui si estende il nostro continente. Lo dice del resto la parola stessa: che globalizzazione sarebbe se non funestasse l’intera superficie terrestre? Per Beck e tanti altri compunti studiosi, questo è un motivo in più per trasformarsi in ghostbusters. Le ambizioni di queste pagine sono invece assai più modeste. Senza pretendere di ricacciare indietro il nostro spettro, ci limiteremo a tracciarne i principali movimenti. Chiedendogli magari, ove lo incrociassimo, di esibire il passaporto. Quali siano le ambizioni di ognuno, sapere se sui documenti dell’entità vi siano impresse un po’ di stelle e strisce può senz’altro essere di aiuto.
Favorisca i documenti
Seppur brevi e impressionistiche, le nostre prime note ci consentono già di individuare, se non i tratti essenziali della globalizzazione, almeno due assi portanti del relativo dibattito. Anzitutto, si sostiene e con più di qualche ragione, i processi che rientrano sotto quest’etichetta stanno dando vita ad un movimento di cambiamento consistente e di ampia scala. L’elevatissimo numero dei "discontents" della globalizzazione, per dirla con Saskia Sassen, ne è la più evidente testimonianza. Tante e profonde le trasformazioni, tante le persone del pianeta interessate, tanti e inevitabili i moti di resistenza, paura o semplice sdegno.
In secondo luogo, i cambiamenti apportati dalla globalizzazione tendono ad essere associati ad una precisa origine: gli Stati Uniti d’America. La globalizzazione, si ripete spesso, non è che l’americanizzazione del mondo con un altro nome. Non occorre essere nati in Germania per sposare questa posizione. Persino Zbignew Brzezinski, già membro di un’amministrazione presidenziale statunitense, ritiene che la globalizzazione sia «l’ideologia informale dell’élite politica e degli affari degli USA». Dietro ad un termine apparentemente neutro si celerebbe dunque un preciso disegno: modellare il mondo su immagine dell’attuale potenza egemone. La globalizzazione rappresenterebbe cioè, ci rivela Brzezinski, «una utile cornice di riferimento per definire tanto il mondo contemporaneo quanto la relazione dell’America con esso».
Traduciamo: in virtù della posizione speciale che gli Stati Uniti occupano nel mondo, le alte sfere americane sono in grado di dettare le regole a tutti gli altri paesi, spacciandole però come uno sviluppo spontaneo. «L’accesso libero all’economia mondiale» sarà presentato allora, continua Brzezinski, come «la naturale e imperativa conseguenza delle nuove tecnologie, con l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), la Banca mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (IMF) […] quali espressioni istituzionali di questo fatto. Il libero mercato» invece, asseriranno sorridenti i globalizzatori di Chicago o Atlanta, «dovrebbe estendersi su scala globale, e si lascino competere i coraggiosi e industriosi. I paesi» del mondo intero, infine, «dovrebbero essere valutati non solo sulla base del loro grado di democrazia interna ma anche per quanto globalizzati sono diventati».
Se di cambiamento si tratta, la globalizzazione avrebbe dunque una guida ed un motore. I suoi ingranaggi sarebbero situati grosso modo tra i palazzi del potere di Washington, i centri finanziari di New York e gli istituti tecnologici della California. È dentro questo triangolo che nasce del resto l’infrastruttura degli scambi di idee, merci e capitali che muove la globalizzazione: internet. È qui che, per usare le parole di un altro illustre pensatore tedesco come Habermas, il pensiero economico «neoliberista» ha trovato i suoi campioni e codificatori: quelle coorti di finanzieri e policymaker che, incarnando la «pressione egemonica degli Stati Uniti», si affannano a promuovere la completa «liberalizzazione del mercato mondiale» e il definitivo «smantellamento delle barriere commerciali». È ancora da queste parti che operano coloro che, nascosti dietro lo scintillante simulacro di marchi globali come Coca Cola, McDonald’s e Disney, si avvantaggiano maggiormente della globalizzazione dei mercati. Ed è senz’altro da qui che partono le punizioni per chi osa opporsi al nuovo ordine mondiale. Il deposto dittatore dell’Iraq Saddam Hussein, a quanto pare, era uno degli ultimi a non avere capito l’antifona.
Se queste osservazioni sono corrette, impiegare la parola globalizzazione rischia di farci finire fuori strada. Meglio ascoltare il consiglio dello storico Niall Ferguson. Giacché la globalizzazione parla la lingua inglese con la caratteristica inflessione americana, potremmo usare il suo felice termine «anglobalizzazione». Chi ritenesse inadeguata tale alternativa dispone eventualmente di un’altra soluzione: «impero». La proposta, che conta numerose adesioni, richiederebbe solo modeste puntualizzazioni. Basterà ad esempio precisare che l’inflessione americana è in realtà texana e, a beneficio dei più disattenti, che il trono tende oggi ad essere ereditario.
Lamento imperiale
Abbiamo scherzato? Niente affatto. A giudicare dalla sovrabbondante letteratura disponibile nelle migliori librerie, gli argomenti che abbiamo intavolato pendono più in direzione del serio che del faceto. Non manca invero qualche voce dissonante. Per il giornalista americano Charles Krauthammer ad esempio usare la parola impero è semplicemente «ridicolo. È assurdo applicare questa parola ad un popolo il cui primo istinto nello sbarcare sul suolo di chiunque è di domandare una strategia di uscita». Con una punturina di spillo agli amici europei, Krauthammer aggiunge:
per cinque secoli, gli europei sono stati affamati di deserti e giungle e oceani e nuovi continenti. Gli americani non lo sono. A noi piacciono i nostri McDonald’s. Ci piace il nostro football. Ci piace il nostro rock-and-roll. Abbiamo il Grand Canyon e Graceland. Abbiamo la nostra Silicon Valley e South Beach. Ci piace tutto. E se questo non è abbastanza, abbiamo Las Vegas – che è un facsimile di tutto. Di cos’altro potremmo avere bisogno altrove? Non ci piacciono i climi esotici. Non ci piacciono le lingue esotiche – un sacco di modi e declinazioni. Non sappiamo nemmeno cosa sia un modo. Ci piace il grano dell’Iowa e gli hot dog di New York, e se vogliamo mangiare cinese o indiano o italiano, andiamo ai fast food. Non mandiamo i Marines per i cibi d’asporto. Questo è perché non siamo una potenza imperiale. Siamo una repubblica commerciale. Non prendiamo il cibo: lo commerciamo.
Bene, potrebbe rispondere qualcuno degli «scontenti»: gli Stati Uniti d’America non saranno un impero stricto sensu. Nessuna traccia di Colonial Offices di vittoriana memoria, per intendersi, né di scrittori che parlino di «fardello dell’uomo bianco». Le ultime parole di Krauthammer mettono tuttavia a nudo il vero problema. Gli americani amano commerciare, afferma il giornalista statunitense. Bene, benissimo: il commercio è un’ottima cosa. Ma se il commercio internazionale avviene entro un sistema, chi ne scrive le regole? E soprattutto, tale sistema garantisce l’equa partecipazione di tutti o c’è invece qualcuno che fa il furbo?
Tra le numerose risposte disponibili per domande così spinose, una ce la suggerisce Ventrone. L’autore punta il dito sulle due grandi istituzioni internazionali deputate a governare l’economia mondiale nonché ad assistere la crescita economica dei paesi in via di sviluppo: il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale. Le direttive di questi organismi, rileva Ventrone, sono elaborate tra la 15ma e la 19ma strada di Washington. A pochi passi cioè dalla sede del Dipartimento del tesoro del governo americano. Una curiosa coincidenza, vero? Non ci si può stupire se la strategia economica caldeggiata dalle due agenzie ai propri clienti sia stata maliziosamente definita «Washington Consensus». Né dovremmo meravigliarci se tale ricetta, solennemente presentata come rispondente al «bene per il mondo», si incardini su tre pilastri: stabilità macroeconomica, liberalizzazione e privatizzazioni.
Che questi tre elementi coincidano con gli assiomi della dottrina neoliberista è, come recitano i titoli di coda dei film, un puro caso. Un accidente del destino sarebbero però anche le conseguenze della loro applicazione. Quali? Come sottolineano Held e McGrew, non pochi sono del parere che la globalizzazione economica sponsorizzata dal FMI e dalla Banca Mondiale stia andando a tutto «vantaggio delle economie dei paesi industrializzati, mentre ha escluso una gran parte del resto del mondo, portando di fatto ad una marginalizzazione della maggioranza delle economie del Terzo mondo». La globalizzazione, per dirla in poche parole, creerebbe «un mondo più ricco per alcuni a spese di una crescente povertà per gli altri».
I «perdenti» della globalizzazione, si faccia attenzione, non vivono però solo nelle scalcinate bidonville dell’Africa o nelle pericolosissime favelas sudamericane. Se la globalizzazione è una «gara che produce guadagni inverecondi, drastiche disuguaglianze di reddito, crescente disoccupazione, marginalizzazione sociale di un esercito di poveri», secondo l’elenco stilato per noi da Habermas, a pagarne il fio sono anche non pochi tra gli stessi residenti dei paesi ricchi. Le istantanee scattate nel testo di Luciano Gallino sono al riguardo assai eloquenti. Il «mondo sempre più competitivo» promosso dalla globalizzazione, commenta il sociologo italiano, avrà anche «consentito a una frazione minoritaria» dei membri delle classi medie europee «di accrescere sostanzialmente il proprio reddito» e di ascendere lungo i gradini della scala sociale. Il prezzo lo stiamo pagando però a suon di stridenti disuguaglianze e inediti fenomeni di esclusione. Disoccupazione di lunga durata, nuove povertà e - per i fortunati che ancora lo trovano - precarizzazione del lavoro diventano così altrettanti indicatori di una globalizzazione tutt’altro che desiderabile.
Se il volto della globalizzazione fosse questo, non ci resterebbe che accogliere con un sorriso di scherno il Sì global dato alle stampe da Alessandro Cecchi Paone. Il popolare conduttore televisivo vi afferma addirittura – vale la pena riportarne lunghi brani - che la globalizzazione non sarebbe affatto:
una minaccia da sventare. Si tratta semmai di una splendida occasione per incrementare la produzione di ricchezza, la diffusione del benessere e la libertà, soprattutto nell’interesse di chi vive nei paesi poveri […] nonostante le perduranti disuguaglianze che vanno progressivamente corrette, l’integrazione dei mercati, delle tecnologie e delle informazioni arricchisc[e] tutti, anche se, come sempre, prima e di più i ricchi rispetto ai poveri. Che però, in presenza di economie aperte, e grazie alle applicazioni dell’innovazione tecnologica […] diventano rapidamente sempre meno poveri: nell’ultimo quarto di secolo appena terminato i paesi in via di sviluppo hanno visto aumentare l’aspettativa di vita delle popolazioni […] e quasi raddoppiare il reddito pro capite a parità di potere d’acquisto […] Nessun rapporto consente […] di affermare che la povertà nel mondo sia aumentata in seguito al diffondersi dell’economia globale; anzi a rimanere più poveri fra i poveri sono proprio i paesi rimasti fin’ora esclusi dal processo di globalizzazione. Tra il 1960 e il 1995 i paesi poveri a economia aperta hanno avuto una crescita in termini percentuali lievemente superiore di quelli ricchi e addirittura doppia rispetto a quelli poveri a economia chiusa.
Trattandosi di un personaggio simpatico, possiamo perdonare al nostro Cecchi Paone tanto l’enfasi quanto l’uso talvolta disinvolto delle fonti. Fonti che però, occorre rimarcare, sono tutt’altro che inattendibili. La bibliografia di Sì global è anzi di tutto rispetto. Vi trovano posto i nomi di autori e di istituti di ricerca autorevoli se non seriosissimi. Non di rado, inoltre, questi riferimenti combaciano con quelli usati dagli autori più scettici nei confronti della globalizzazione. Chi ha ragione allora?
Dirimere questa contesa non è impresa facile. La diatriba tra pro e no global è d’altronde troppo fresca per chiamare un vincitore. Un fatto però ci sembra chiaro, e le parole di Held e Mc Grew possono aiutarci a porlo in primo piano. Molti detrattori della globalizzazione, osservano questi due autori, tendono a ravvisare in essa «una costruzione ideologica». La globalizzazione, per dirla tutta, non sarebbe altro che «un mito molto utile per giustificare e legittimare il progetto neoliberista globale». Il già citato Brzezinski, come abbiamo visto, è d’accordo. Se di ideologia si tratta, però, siamo sicuri che non lo sia anche la controargomentazione?
Separare il grano dal loglio
Non è per eccesso di zelo che la nostra premessa è stata sin troppo verbosa. Il fatto è che lo è anche il dibattito sulla globalizzazione. Specialmente quando tocca i nostri portafogli, la discussione tende ad abbandonare il sentiero della disamina obiettiva per assumere l’aspetto di una battaglia a colpi di cifre e indicatori. Affermando che ci sono «bugie, bugie maledette e statistiche», l’uomo politico inglese Benjamin Disraeli deve aver avuto in mente qualcosa del genere.
Anche se la battuta è ingenerosa, a noi rimane la sensazione di essere sulle montagne russe. Come annotano i ricercatori della Banca Mondiale, prima veniamo sospinti verso l’alto dai «supporters» della globalizzazione, lesti a sottolineare che la questa ha generato «significative riduzioni nella povertà» nei paesi «che hanno abbracciato l’integrazione con l’economia mondiale». Immediatamente dopo veniamo rigettati a terra dai «critici», a detta dei quali «il processo ha sfruttato le popolazioni dei paesi in via di sviluppo, provocato una seria disgregazione [sociale] e prodotto in cambio pochi benefici». La conseguenza di queste piroette non è comunque solo il mal di mare. È invece lo smarrimento del fatidico filo del discorso. «Sorprendentemente per un termine usato in modo così intenso come globalizzazione», aggiungono a tal proposito i ricercatori citati, non c’è ormai traccia di «qualsiasi definizione precisa e consensuale. Il ventaglio dei significati annessi sembra anzi accrescersi piuttosto che restringersi nel tempo».
Il problema non è di poco conto. Aggirarsi in una burrasca senza bussola non è certo la più promettente delle avventure. A dire il vero, però, gli strumenti di navigazione non mancano. Scandagliando il mare magno delle scienze sociali è possibile scovarne più di qualcuno. Non è detto naturalmente che ci porti alla meta. Ma tentar non nuoce.
Risalire a monte
Se la chiarezza è una virtù, e la precisione una virtù cardinale, scovare una definizione di globalizzazione che sia chiara e precisa potrebbe imprimere una svolta virtuosa al nostro percorso. Non sarà facile, ma vediamo cosa possiamo fare. Tra le tante proposte disponibili in letteratura, ne abbiamo selezionate cinque.
La globalizzazione è l’ultimo stadio in una lunga accumulazione di avanzamenti tecnologici che hanno offerto agli esseri umani la capacità di condurre i loro affari attraverso il pianeta senza riferimento alla nazionalità, all’autorità governativa, all’orario o all’ambiente fisico. Queste attività possono essere commerciali, finanziarie, religiose, culturali, sociali o politiche; niente è escluso. La globalizzazione è stata resa possibile dagli avanzamenti tecnologici nelle comunicazioni globali; mentre la globalizzazione in sé deve essere vista nell’odierna crescita delle attività umane condotte globalmente [Langhorne 2001: 2].
[La globalizzazione è un] processo (o insieme di processi) consistente in una trasformazione nell’organizzazione spaziale delle relazioni e delle transazioni sociali che produce flussi e reti transcontinentali o interregionali di attività, interazioni e potere. [Essa comporta] l’accumulo di legami tra le principali regioni del mondo e tra svariati ambiti di attività [Held, McGrew, Goldblatt, Perraton 2000: 7].
[La globalizzazione] si riferisce ad una vera e propria trasformazione nella scala dell’organizzazione della società umana, che pone in relazione comunità [ed individui] tra loro distanti… [Grazie alla globalizzazione] i vincoli del tempo e dello spazio geografico, non impongono più barriere rigide a molte forme di interazioni e di organizzazioni sociali [con la conseguenza che si formano] reti durature ed istituzionalizzate di interconnessioni a livello mondiale. […] La conseguenza è che vicende e sviluppi lontani possono avere importanti ricadute a livello locale, come, viceversa, avvenimenti di rilievo locale, finiscono per avere ripercussioni a livello globale. In altre parole, la globalizzazione rappresenta una rilevante estensione dell’impatto territoriale dell’azione sociale e delle organizzazioni in direzione di una scala interregionale ed intercontinentale. [Held e McGrew: 14-15].
[La globalizzazione economica si riferisce sostanzialmente al fatto che] negli ultimi anni una percentuale rapidamente in ascesa dell’attività economica mondiale sembra avere luogo tra persone che vivono in paesi diversi (piuttosto che nello stesso paese) [World Bank 2003: 1].
La globalizzazione può essere definita come il processo attraverso il quale i mercati e la produzione in paesi diversi stanno diventando sempre più interdipendenti a seguito delle dinamiche del commercio in beni e servizi e dei flussi di capitale e tecnologia. [Commissione Europea, cit. in Thompson 2000: 92].
Queste cinque definizioni hanno numerosi pregi, non ultima l’assenza di vis polemica o giudizi di valore. In modo sobrio ed essenziale, oltre che sostanzialmente simile, esse individuano alcuni aspetti chiave della globalizzazione. Un semplice gioco ad incastri può aiutarci ad evidenziare tale convergenza.
La globalizzazione può ad esempio essere definita senza problemi dal punto di vista della «crescita delle attività umane condotte globalmente» e del conseguente «accumulo di legami tra le principali regioni del mondo». Grazie ai principali strumenti globalizzatori, vedi internet, le interazioni sociali possono oramai prescindere dai «vincoli del tempo e dello spazio geografico». Non più limitata da «barriere rigide» come le distanze o i fusi orari, l’«attività economica mondiale» può in misura crescente «avere luogo tra persone che vivono in paesi diversi». Paesi che diventano così spiccatamente «interdipendenti». Lo stesso può dirsi per i più «svariati ambiti di attività». La cultura, la religione, la politica: nessun tipo di «azione sociale» rimane «escluso» dalla partecipazione ai «flussi e reti transcontinentali o interregionali» emergenti. In prospettiva storica, pertanto, potremmo riassumere il tutto affermando che la globalizzazione sta determinando una «trasformazione nella scala dell’organizzazione della società umana».
Il gioco in effetti parrebbe funzionare. Così combinate, le nostre cinque segnalazioni ci offrono una descrizione sufficientemente astratta e precisa di ciò cui ci riferiamo quando evochiamo la globalizzazione. Siamo, per così dire, alla radice del fenomeno. Ciascuna delle dimensioni interessate dalla globalizzazione sono generate da questo germoglio. Non solo l’economia, per essere chiari, ma le attività sociali tout court.
Tutte le sfere dell’interazione sociale sembrerebbero ad esempio oggetto di una ridefinizione delle coordinate spaziali e temporali. La globalizzazione, riassume Martinelli, è sostanzialmente «un’espressione della nostra mutata esperienza del tempo e dello spazio». Da questa trasformazione prendono poi vita forme e modalità di relazione caratteristiche dell’era globale. Gli emergenti rapporti sociali «transnazionali», sottolinea ad esempio Sciolla, avvengono all’insegna di un’inesorabile «decontestualizzazione» o «deterritorializzazione». Per indicare questa riorganizzazione generale il sociologo Anthony Giddens ricorre alle espressioni «stretching» e «disembedding», che potremmo tradurre all’incirca con «estensione» e «sradicamento». Ciò per dire che le relazioni umane sono composte oramai di un mix di interazioni a distanza e circostanze in presenza. Siamo sospesi, per così dire, tra il cordone ombelicale della nostra patria ed il filo di una connessione via internet.
Prima di complicarci ulteriormente la vita, sarà bene farci soccorrere dall’utile schema riassuntivo di Cochrane e Pain. Secondo questi autori, i processi di globalizzazione possono essere inquadrati entro un campo delimitato da quattro dinamiche fondamentali. Queste forniscono al nostro ragionamento altrettanti concetti assiali:
DINAMICHE FONDAMENTALI DELLA GLOBALIZZAZIONE
Estensione delle relazioni sociali
Intensificazione di collegamenti e flussi
Interpenetrazione delle pratiche umane
Emergenza di infrastrutture globali
Fonte: Cochrane e Pain 2000: pp. 15-17
Almeno in linea di massima, i quattro elementi enucleati da Cochrane e Pain paiono inoppugnabili. Chi negherebbe ad esempio che internet rappresenti l’infrastruttura chiave oltre che peculiare della globalizzazione? Prima della sua invenzione, scambiarsi informazioni in tempo reale e a prescindere dalla reciproca collocazione geografica era praticamente impossibile. Intendiamoci: le tecnologie entrate in scena precedentemente consentivano senz’altro qualcosa di simile. Ma televisioni, radio o telefoni hanno i loro limiti. Le chiamate intercontinentali non si sono ad esempio mai distinte per i prezzi vantaggiosi, né parlare con una voce cavernosa oltreoceano garantiva una profonda e proficua interazione. Quanto a radio e televisioni, il numero assai ristretto di coloro che potevano essere parte attiva della comunicazione non consentiva la tessitura di veri e propri legami sociali su ampia scala. Internet offre invece proprio questa opportunità. Per richiamare altri due elementi dello schema di Cochrane e Pain, essa permette di estendere le relazioni sociali in una misura mai vista e di attivare quindi una ricca gamma di collegamenti e flussi tra individui, comunità e organizzazioni che finora avevano interagito ben poco vicendevolmente.
Ha perfettamente senso dunque parlare di internet come di una delle infrastrutture centrali del mondo contemporaneo. Di un mondo in cui, per chiudere il cerchio di Cochrane e Pain, non ha più senso parlare di società chiuse. Avvinte in una rete di scambi transfrontalieri, le culture del pianeta sono interessate ormai da un crescente grado di interpenetrazione. Viaggiare tra i continenti diventa sempre più rapido e, seppur non nella stessa misura, economico. «Nel 1900», osserva Nicolson, «per andare da Londra a New York ci volevano dieci giorni, sette con i transatlantici più veloci. […] Nel 1997 lo stesso viaggio dura circa dieci ore, calcolando il tempo necessario per raggiungere l’aeroporto ecc.». Grazie ad un’altra infrastruttura centrale della globalizzazione come il sistema del trasporto aereo è così possibile sovvertire un fenomeno precursore della globalizzazione: il colonialismo. Oggi sono le capitali dell’Occidente ad essere meta di insediamento da parte degli ex colonizzati. Globalizzazione non significa insomma solo coca-colonizzazione o mccdonaldizzazione del mondo. Nella Londra multiculturale, gli agenti con il copricapo esotico sono ormai una realtà.
I: cultura globale?
(***) segue