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(siasat-e rouz & agence france presse, 11.6.07)

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forum: stefania

Autore: Orma


chahdortt djavann - click by casbah


su: L’odio  ("La Haine", di M Kassovitz, Fr. 1995)

Nel film “L’odio” viene raccontata la storia di un uomo che si butta dal 50° piano di un palazzo e ad ogni piano ripete “fin qui tutto bene”, conscio del fatto che il problema non è la caduta ma l’atterraggio.

Quest’immagine metaforica rappresenta la realtà parigina ghettizzante e segregata del tre protagonisti “consapevoli” del fatto che continuando a mantenere un comportamento violento e vendicativo porteranno la situazione alle sue estreme conseguenze, al tragico e inevitabile punto di non ritorno: l’atterraggio.

L’odio chiama odio, la violenza chiama violenza, un comportamento sbagliato chiama un comportamento sbagliato, infatti anche quando i protagonisti si trovano al di fuori della loro realtà, in un luogo in cui nessuno li conosce e dover potrebbero essere considerati senza alcun pregiudizio, mantengono il loro atteggiamento negativo e violento perché è l’unico che conoscono, precludendosi così la possibilità di essere accettati.

Senza la possibilità di un confronto aperto e privo di pregiudizi tra le culture e/o le subculture il già precario equilibrio instaurato rischia veramente di spezzarsi e di allontanare ancora di più la possibilità di vivere insieme nel rispetto e nell’accettazione dell’altro. Ma come instaurare un dialogo?

Il problema da porsi infatti non dovrebbe essere quello di buttarsi o meno dal 50° piano, stare lassù non servirebbe a niente, ma allora, bisognerebbe allontanare sempre più il momento della caduta aspettando informazioni “paracadute” o rallentare la corsa per atterrare nel modo meno doloroso possibile?

Ma poi… perché dovrebbe essere così doloroso atterrare?


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