Autore: Orma

su: immigrazione e scuola
Difficile definire cosa ci attende perché difficile è confrontarci con queste “nuove” culture. L’informazione sull’immigrazione da questo punto di vista non manca basta aprire gli occhi e tutto intorno a noi ci riflette che non siamo soli, che l’Italia non è abitata da italiani se vogliamo dirla in modo semplicistico. Il problema credo sia la nostra incapacità di aprirci, la nostra incapacità di abbandonare i pregiudizi di cui è densa la nostra vita.
Parlando da un punto di vista strettamente personale vivo in un piccolo paesino dove anche il vicino di casa dall’accento diverso o che non parli la lingua friulana viene visto con sospetto. Allo stesso modo credo succeda in molti altri paesi dove l’atteggiamento verso gli immigrati è ostile.
Il fatto è che credo che non siamo preparati a questa “nuova” situazione (nuova tra virgolette perché alla fine l’immigrazione è una realtà che è sempre esistita ma allora perché oggi porta con sé tanti problemi, paure, dubbi?). Il confronto non è facile perché giudichiamo il diverso come anomalo. Parlando di immigrazione sono portata a deviare il discorso sul problema dell’integrazione e in questo caso posso dire che ci che so è molto poco e ciò che mi attendo è molto vicino a un sentimento di paura, di impotenza, di “non so cosa fare”.
Il tirocinio di quest’anno mi ha permesso in un certo senso di osservare una realtà scolastica a cui non ero abituata, una vera e propria classe “multicuilturale” diversissima al suo interno, con bambini italiani ma anche russi, albanesi e marocchini. Ed io, ammetto, ero impreparata, soprattutto a gestire le dinamiche che si svolgono all’interno di una classe tra i bambini, quei piccoli conflitti che si creano tra loro e sfuggono all’occhio dell’insegnante, quelle parole forti che scappano ai bambini così spesso e volentieri… Quello che mi chiedo è, a 6 anni un bambino dove assorbe tutte quelle espressioni così “colorite”? Non fan certo parte in maniera insita del suo vocabolario.
Il problema è anche questo, che i pregiudizi, le paure, le “ignoranze” (se esiste il termine) si trasmettono e se prina di tutto non siamo convinti noi di queste nuove situazioni che si creano nelle nostre scuole come possiamo pretendere che lo siano i nostri bambini? Ci vorrebbe una rivoluzione del pensiero ma com’è possibile se ci attacchiamo con forza ai fatti di cronaca che ci propongono risse, spacci e non voglio fare l’elenco, e all’interno di questi servono viene evidenziata con così tanta enfasi la figura dello straniero che automaticamente viene associata nei nostri schemi mentali a tutti i problemi che esistono nella nostra società? Credo che molta gente non sia pronta ad accogliere queste persone ma credo anche che molte persone immigrate non siano pronte a confrontarsi col paese d’arrivo e lo dimostra il fatto che sempre più spesso è il paese d’arrivo a doversi adeguare alle culture degli immigrati, un esempio per tutti sperando di non andare “fuori tema” è il crocifisso nelle aule, o gli alberi di natale a New York.
Credo che il problema non sia tanto ciò che noi sappiamo sull’immigrazione ma quanto noi effettivamente siamo disposti a dare, a mettere in gioco perché la situazione cambi. E’ inutile sapere tutto su un’altra cultura, leggere manuali sull’integrazione dei bambini stranieri se poi sono le nostre convinzioni mentali, i nostri atteggiamenti a non cambiare e riuscire a fare questo è molto difficile e forse l’informazione non basta.
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