Autore: Orma
Marco Orioles recensisce: Sabino Acquaviva, L’eclissi dell’Europa. Decadenza e fine di una civiltà (Editori Riuniti, Roma 2006)
Università degli Studi di Udine, Dipartimento di Economia, Società e Territorio, luglio 2006
Tutti ricordiamo la parabola di Cassandra, la profetessa cui «nessuno credeva» [Kereny 1989: 538]. Ebbene, dopo aver letto L’eclissi dell’Europa ci auguriamo di non aver trovato la Cassandra dei nostri tempi.
Il vaticinio del sociologo padovano Sabino Acquaviva non è infatti meno funesto di quello annunciato ai troiani dalla figlia di Priamo. «L’Europa», scrive Acquaviva, «sembra avviarsi sulla strada che probabilmente la porterà fuori dal futuro. Il futuro non sarà nostro, ma di altre civiltà». Secondo il sociologo, non abbiamo molte speranze. «Se tutto continuerà così […] siamo destinati a diventare, come è successo ad altre civiltà, e penso alla Grecia, un’appendice del mondo, o – più tardi – un ricordo di cui si occuperanno i libri di storia».
Qualcuno le liquiderebbe come frasi ad effetto, come quelle della Pizia presa dal «divino trasporto» [Lévêque 1997: 1132]. Altri potrebbero etichettarle come manifestazioni di un facile e lamentoso «neospenglerismo» [Beck 2000: 3]. Ma simili atteggiamenti potrebbero, appunto, rivelarsi imprudenti. Tanto più perché, a differenza di Cassandra, la voce di Acquaviva non è affatto solitaria. Il suo ultimo lavoro va infatti ad arricchiere un filone oramai fiorente.
Pensiamo alla «sempre più frequente» apparizione del «tema del declino dell’Italia» segnalataci da Galli [2006: 16] e oggetto di una interessante discussione tra Luciano Gallino, Mario Deaglio, Giuseppe Galasso e Ilvo Diamanti [2005]. O anche al topos della crisi della modernità, argomento annoso e provvisto oramai di appositi portavoce [Harvey 1990, Touraine 1992, Bauman 1999 e 2002]. Ma quando leggiamo l’intervento di Tommaso Padoa Schioppa [2006: 200-202], le assonanze tra il libro di Acquaviva e le sirene che suonano «il motivo triste della crisi europea» si fanno addirittura assordanti: l’«Europa della malinconia» denunciata dal neo-ministro risuona infatti perfettamente nella «malinconia che – confessa Acquaviva – mi prende di fronte alla scomparsa o al semplice declino di una civiltà e una cultura che sono le mie radici».
Bene: posto che dove c’è del fumo potrebbe esserci del fuoco, vediamo da vicino questo tentativo di «capire le ragioni dell’estinguersi di una civiltà».
Avendo scelto la formula della «crisi di civiltà» [Weigel 2006], Acquaviva parrebbe compiere una scelta di campo. Viene cioè spontaneo collocarne l'ultima opera entro le sezioni del panorama politico e culturale contemporaneo da cui siamo soliti ascoltare palpitanti appelli per la difesa dell’occidente o della cristianità. Alcuni riferimenti bibliografici, da Oriana Fallaci [2004] a Rosetta Alberoni [2005], sembrerebbe in questo senso probanti. Ma scorrendo le pagine dell’opera ci si rende presto conto della sua refrattarietà a classificazioni preconfezionate. Meglio perciò seguirne il filo e vedere come l’autore inanelli le «ragioni prossime e remote del tramonto» europeo.
Prima di imbarcarsi nell’impresa, Acquaviva lancia una stoccata all’Europa dei Venticinque. Più che della soluzione, le istituzioni comunitarie sembrerebbero essere parte del problema. Ossessionata com’è da questioni come «il tasso di sconto, gli investimenti nei diversi settori produttivi, l’inflazione e la deflazione, la ricerca scientifica poco sviluppata», Bruxelles non riesce ad andare oltre la superficie dei problemi. Ma se vogliamo rintracciare i veri perché della «grande bonaccia che ha investito il continente», osserva Acquaviva, dobbiamo accantonare i «discorsi di corto respiro». L’Europa «muore» infatti non per quei motivi, ma «perché si estingue la sua cultura, declinano i suoi valori […], la sua consistenza numerica, i suoi ideali piccoli e grandi».
Il nocciolo de L’eclissi è tutto qui. Lo troviamo incastonato in un termine, civiltà, che condensa elementi come i valori e gli ideali, impalpabile ma fondamentale dato identitario. C’è poi, tutt’altro che secondario, il richiamo alla consistenza numerica della popolazione. È un richiamo volto a ricordarci che i numeri contano, eccome, specialmente negli scenari internazionali in cui l’Europa è proiettata vuoi per volontà propria [Cooper 2005], vuoi sull’onda della grande forza del nostro tempo, la globalizzazione [Friedman 2005; Held 2000; Langhorne 2001; Spybey 1996].
Questi due pilastri, demografia e cultura, sono peraltro intrecciati secondo logiche che Acquaviva evidenzia scrupolosamente. Si prenda la demografia. Come da copione, Acquaviva dipinge un futuro a tinte fosche. Il filone declinista trova d’altro canto proprio qui, e con buone ragioni, un suo punto di forza. «La percezione della decadenza dell’Europa», rileva a tal proposito Jean [2004: 96], «non è nuova da Spengler in poi. Mai però, come all’inizio del XXI secolo, essa è sembrata fondata su tendenze oggettive, difficilmente modificabili».
Gli scoraggianti trend della demografia europea rendono la metafora dell'«autogenocidio» tristemente convincente. A non convincere Acquaviva è semmai la panacea spesso caldeggiata nelle più auguste sedi istituzionali: la cosiddetta «opzione migratoria» [Golini 1999; Livi Bacci 1997; UNPD 2000]. Un rimedio che non sarebbe senza prezzo. Se infatti « l’immigrazione compenserà, in termini di grandi numeri, le mancate nascite, si formerà un’altra Europa, figlia di altre culture. E quindi si tratterà di un’altra cosa. Dello stesso territorio, ma abitato da altri popoli, con una cultura differente e altri valori, anche se parleranno la nostra stessa lingua o l’inglese».
Chiuso in questo vicolo cieco, il popolo europeo è dunque avviato a diventare «piccolo e vecchio sulla scena del mondo». Questa immagine di Acquaviva sintetizza impietosamente le principali implicazioni dei cambiamenti in corso. L’aggettivo «piccolo» evidenzia benissimo in effetti il messaggio allegato alle proiezioni demografiche. Cosa rimarrà dell'antico prestigio dell'Europa quando a rappresentarla, in carne ed ossa, sarà più o meno il 5% della popolazione mondiale (contro l'attuale 11% circa, ma soprattutto a confronto dell 25% di un secolo fa)? Ben poco, risponde un Acquaviva persuaso come altri che i tempi in cui si poteva «pensare che la civiltà europea fosse intrinsecamente superiore alle civiltà che essa governava» siano passati [Ignatieff 2001: 96].
Meglio probabilmente abituarsi sin d’ora al riassetto dei pesi geopolitici. Un riequilibrio che andrà ben al di là della dimensione demografica, investendo tutte le basi materiali della «potenza» [Mearsheimer 2001: 51-77]. Basti pensare all’ascesa economica di «Cindia», dettagliata in un recente numero della rivista Limes [2005]. Come ricorda Acquaviva, nel 2050 il prodotto interno lordo cinese e quello indiano saranno rispettivamente quarantaquattro volte e sessantasei volte quelli attuali. E il PIL europeo? Sarà «più o meno il doppio». Insomma, l’aggettivo «piccolo» sintetizza inequivocabilmente il nostro destino in un XXI secolo che sarà più asiatico che europeo o, se si vuole, più Pacifico che Atlantico [Mini 2005].
Il secondo aggettivo usato da Acquaviva, «vecchio», ci riporta ad un’altra cupa sfumatura del quadro demografico: l’invecchiamento della popolazione. Acquaviva ritiene che «non possiamo attenderci nulla di buono da una comunità di anziani, da questo immenso geriatrico chiamato Europa». Perché, ci potremmo retoricamente domandare? Non pare possibile che l'emergente profilo demografico europeo produca «lo stesso spirito imprenditoriale, lo stesso desiderio di innovazione, gusto del rischio, volontà di creare e inventare, di una comunità di giovani, o comunque nella quale i giovani siano molti e competano per il successo». Insomma: meno giovani, meno dinamismo, meno ricchezza, uguale tramonto.
Se la sequenza è giusta, l’onore di sperimentarla per primo spetterà certo a quello che oggi «si trova a essere il paese più vecchio del mondo, avendo contemporaneamente la più alta proporzione di ultrasessantenni (24%) e la più bassa proporzione di ragazzi con meno di quindici anni (14%)»: l’Italia [Golini 2002: 26]. Come potrà la nostra malconcia penisola misurarsi con i pullulanti, alacri e spregiudicati dragoni d’Oriente se i suoi già accentuati squilibri demografici sono destinati ad aggravarsi? Dinanzi a questo dilemma, Acquaviva tira fuori una previsione beffarda: diventeremo «una società di vecchi che gestiscono la loro vecchiaia, che all’imprenditorialità sostituiscono comprensibilmente la rendita. Proprio come fecero i veneziani nell’ultimo secolo della Repubblica».
La finis Europae ricalcherà dunque quella della Serenissima, spazzata via dalla scena della storia con una semplice spallata? La provocazione di Acquaviva pare studiata per scuotere le nostre coscienze intorpidite. Gli europei descritti ne L’eclisse appaiono in effetti preda di uno smarrimento, chiara espressione di quella decadenza culturale su cui il libro si sofferma lungamente. Ma quando e soprattutto perché si è prodotto il declivio su cui staremmo scivolando? E quali conseguenze sta producendo? La molla di questi interrogativi innesca un ragionamento più che articolato. Proviamo a sintetizzarlo, cominciando dalle cause.
La prima radice del nostro decadimento risiederebbe nello smantellamento di un più che millenario patrimonio intellettuale, morale e religioso. Oltre al reato, Acquaviva ci indica però anche i responsabili con tanto di nome, cognome e soprattutto passaporto:
I tedeschi costruirono il primato europeo. […] E furono egualmente tedeschi i teorici della decadenza. Ad esempio è tedesco Feuerbach, che in un certo senso prepara l’emergere delle filosofie destinate a indebolire il pensiero e la società continentali. È dunque la cultura tedesca, artefice e anima della volontà di potenza dell’Europa, a produrre il pensiero negativo destinato a distruggere il primato filosofico e culturale del continente. Tale pensiero è punto di riferimento per Stirner, Freud, Marx, Engels, tutti pensatori europei di cultura germanica. Feuerbach imprime alla filosofia una connotazione antropologica che coniuga con l’attacco alla religione. E porta molti a pensare che sia stato l’uomo a creare Dio e non viceversa. Queste idee passeranno di autore in autore, di momento culturale in momento culturale, per arrivare a Sartre, all’esistenzialismo, alla ventata distruttiva che incrinerà le fondamenta religiose, culturali, politiche dell’Europa.
Qui, dove si riporta in soldoni la tesi di Zecchi [2002], la sintonia tra Acquaviva e le correnti di pensiero sopra evocate si accentua. Riecheggia ad esempio la denuncia della «cultura del rifiuto» effettuata da Scruton [2006]. Mancherebbe in verità qualche accenno alla bête noir: il relativismo [Benvenuto 2000; Nagel 1997; Pera e Ratzinger 2005]. Ma è un’assenza che non si fa tutto sommato sentire. Il nodo centrale è infatti perfettamente evidenziato: è la corsa senza meta di un continente ove, da due secoli a questa parte, «si è distrutto molto più di quanto si è costruito. […] L’Europa ha distrutto i propri valori senza sostituirli, o meglio ponendo al loro posto un nichilismo, uno scientismo e un tecnicismo incapaci di dare un senso alla vita dei suoi abitanti. […] Massacrati dal nichilismo e dall’esistenzialismo, sono diventati deboli o sono scomparsi concetti come identità, verità, dio, politica, religione, etica».
Grazie a questi riferimenti, la nostra marcia tra le cause del declino europeo compie un buon passo in avanti. Ci rendiamo finalmente conto inoltre di quanto sia ingannevole il titolo dell’opera. Ricalcando quello del suo fortunato saggio del 1961, L’eclissi del sacro nella società industriale [Acquaviva 1961], l’autore sembrava voler evidenziare la continuità tra le tesi di allora e quelle odierne. Lo studioso che descrisse la secolarizzazione europea, in altra parole, sembrava volerci dire: vi avevo avvisato. «La crisi della religione», leggiamo in effetti tra le pieghe del testo, «prepara e favorisce una, in parte contemporanea e in parte successiva, eclissi dell’Europa».
Ma le apparenze ingannano. Pur senza sottovalutarne la portata, l’indebolirsi della fede è rappresentata da Acquaviva come uno degli elementi – importante, certo, ma non l’unico – di un complesso quadro evolutivo. Un quadro che Acquaviva sembra tutto sommato mutuare dal politologo americano Francis Fukuyama [1999]. È lo scenario della «grande distruzione» del capitale sociale, ossia di ciò che è stato a un tempo la fonte della coesione sociale delle piccole e grandi comunità del continente, il motore del loro sviluppo economico e il pilastro del loro civismo [Id. 1995; Putnam 1993 e 2000]. Assieme alla religione, l’Europa starebbe così bruciando irrimediabilmente ciò che le permise «di svilupparsi attraverso l’armonia e la collaborazione fra gli individui [e] di rigenerare le risorse ambientali sociali e culturali» utilizzate nel processo.
Se il vero volto dell’odierno declino è rappresentato dall’esaurimento di questa preziosissima risorsa, quale ne è la causa? Acquaviva non teme di esporsi: ciò che «sta distruggendo il capitale sociale che lo ha aiutato a crescere» è il «capitalismo europeo». Si chiama «Europa del benessere» il nostro problema: una civiltà nella quale, per parafrasare la citazione di Barcellona [2005] opportunamente riportata da Acquaviva, non abitiamo più la storia ma il mercato.
Dopo due secoli di logorio intellettuale e morale, le leggi dell’offerta e della domanda hanno oramai campo libero. Siamo alla mercè di una forza che si appresta a travolgere tutte le forme culturali sopravvissute all'ondata. Tutte, tranne l’unica ad essa funzionale: l’individualismo edonista. E «una specie di autoindulgenza edonistica», è appena il caso di ricordarlo, «è tipica delle società in decadenza».
Cosa rimane in piedi in questo mucchio di rovine? Ma soprattutto, come si vive in un contesto in cui i legami si indeboliscono, i gruppi sociali si sfrangiano, i valori sbiadiscono, la religione diventa religiosità, gli ideali civici si dissolvono, la morale si privatizza? La risposta è scontata: si vive male, anzi malissimo.
Per molti, forse per la maggioranza, il passare degli anni è una navigazione senza meta. […] una sensazione di inutilità, di vuoto, di smarrimento pervade l’animo della gente. Pochi sono veramente felici o sereni mentre […] cresce il numero dei suicidi e si diffondono depressione e malinconia. Forse dietro il declino c’è, nell’intimo, una crisi dell’interiorità. L’anima dell’europeo è vuota di desideri che implichino un progetto di vita, un ideale per il futuro, delle cose in cui credere. […] Conseguenza? Una società così depressa e pessimista tende a valorizzare il provvisorio e a rifiutare di impegnarsi. […] Si naviga verso un narcisismo individualista che impedisce all’individuo di pensare in termini sociali e comunitari. Viviamo in un clima di amoralità depressiva che accelera la crisi della civiltà europea.
Esaurita la ricerca delle cause, Acquaviva compie un giro periscopico attorno alla crisi europea. Man mano che scorrono i paragrafi, si snoda una lista di manifestazioni sgradevoli, a volte torve, non di rado deprimenti. Oltre a quelle appena ricordate – depressione, suicidi e un pessimismo generalizzato - ce ne sono molte altre. Troppe per non suscitare qualche perplessità. Famiglie instabili, adolescenti abbandonati a se stessi, immigrazione fuori controllo, giustizia latitante, politica avvilente. C’è spazio persino per «l’aggressione di una marea di rumori che rendono impossibile trovare uno spazio in cui regni il silenzio che ha costruito l’anima europea. Il rumore, la luce, le immagini, la tecnica, cancellano l’antica cultura dell’Europa».
Viene da pensare che l’autore si sia fatto prendere la mano. Il messaggio di fondo, tuttavia, rimane:
Non ci sono più, in questa Europa, quei paracadute psicologici – non necessariamente religiosi – che aiutavano a vivere e a sviluppare la propria personalità. Paracadute del tipo, ma non è che un esempio: “Nessuno mi ama però Dio mi ama”; oppure “Il partito è il sole dell’avvenire e mi sacrifico per questo radioso futuro”. […] la gente si rende conto, anche perché crede meno al Regno di Dio e al Sole dell’Avvenire (socialista), che la attende un futuro impreciso, transitorio come la vita. Il tramonto dei grandi ideali collettivi rinchiude il singolo europeo in un mondo individuale, personale, vicino alla propria caduca esistenza fisica. La fine delle grandi speranze collettive di popoli che avevano gestito il pianeta si traduce in una esasperata privatizzazione del futuro.
Cosa resta da fare in questa terra senz’anima? Senza più alcuna spinta ideale o tensione collettiva, uomini e donne «vengono poco a poco trasformati in macchine per consumare, perché così vuole l’Europa dei consumi». È una tautologia o una denuncia? Consumiamo perché consumiamo, o c’è lo zampino di qualcuno? Ora Acquaviva si fa più ardito, imbarcando come compagni di viaggio persino Hardt e Negri [2000]. Certo, la critica del mercato è probabilmente l’unica strada che può condurci al cuore dei nostri problemi. Ma è un cammino lungo il quale rischiamo di intravedere il più ferale degli spettri: la «dittatura».
Una profonda tristezza ci assale così nello scoprire come la terra che ha dato i natali a Locke e a Montesquieu si sia ridotta ad un regime in cui «ci sentiamo, individualmente liberi, ma il tutto è progettato, sviluppato, gestito da organismi centralizzati, da poche migliaia di tecnici e specialisti che manipolano la libertà di tutti. Veniamo trasformati in esseri con un cervello adatto a un mondo che, malgrado tutto, ci aiuta a vivere, a prolungare la durata della vita, a consumare quello che desideriamo, contro il quale nessuna persona ragionevole tenterebbe di ribellarsi».
Già: l’Europa è, in fin dei conti, anche la terra del totalitarismo e della cupa ironia di George Orwell. Un altro nome in verità ci sovviene, quando Acquaviva rammenta che «siamo condizionati e contenti»: quello di Aldous Huxley. Il sistema dell’informazione è «dominato da chi detiene il potere tecnico ed economico»? Forse. Qualcuno «controlla le coscienze»? Può darsi. L’importante è che il sistema funzioni proprio come ce lo descrive Acquaviva e, prima di lui, fece Huxley: «in maniera dolce ma efficace». Che cioè, come ha scritto Neil Postman [1986], ci lasci la possibilità di «divertirsi da morire».
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