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Internet site where this film can be seen, in order to avoid propagating corruption in society"
(siasat-e rouz & agence france presse, 11.6.07)

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Democrazie e tirannie

Autore: Orma



Da: Marco Orioles, Democrazia: radici, problemi, prospettive in Dialogo sulla democrazia di A. Comelli e Marco Orioles, Il Leonardo, Pasian di Prato 2007in corso di pubblicazione: pp. 85-91


[…] un giorno conversando col Re, e accadendomi di dirgli che avevamo parecchie migliaia di libri sull’arte del governare, egli, contrariamente a quel che mi ripromettevo, si formò del nostro ingegno una idea bassissima. Dichiarò che abominava e disprezzava, sia in un principe sia in un ministro, ogni forma di mistero, di raffinata scaltrezza e d’intrigo. Non aveva senso per lui quel che io chiamavo segreto di stato, quando un nemico o una nazione rivale non fossero il ballo. Limitava l’arte del governare entro confini angustissimi: al buon senso e alla ragione, alla giustizia e all’equità, al giudizio sollecito delle cause civili e penali, e ad altri ovvii negozi che non mette conto prendere in considerazione. Diceva d’esser persuaso che chi riusciva a far crescere due pannocchie, o due fili d’erba in una zolla in cui prima ne cresceva uno solo era più benemerito dell’umanità e rendeva maggiore servizio al proprio paese che non tutta la razza dei politicanti messi insieme. (J. Swift, I viaggi di Gulliver)


Se la razza dei politicanti ragionasse come questo Re, caro Albino, la nostra discussione non sarebbe mai cominciata. Fortunatamente, non è così. L’arte di governare va coltivata, eccome, nel nostro mondo. È un esercizio che, per lo meno, ci aiuterà a capire la lezione che hai opportunamente ricordato per noi: «il potere tende a corrompere l’animo di chi governa, o almeno a renderlo più spericolato e spregiudicato».

Verissimo. Il potere corrompe, diceva Lord Acton, e il potere assoluto corrompe assolutamente.

Proprio in questi giorni ho avuto l’opportunità di constatare quanto tu e Lord Acton abbiate colto nel segno. Ho tra le mani l’interessante rapporto sull’Iraq di Saddam Hussein realizzato dal Pentagono. È il resoconto di una serie di colloqui realizzati con uomini di spicco del regime che, come sappiamo, fu abbattuto tre anni or sono dalle forze anglo-americane. Tra gerarchi e familiari del deposto dittatore, era un discreto bestiario a testimoniare. E le testimonianze raccolte documentano fin troppo bene le manifestazioni di un potere, una corruzione e una follia probabilmente senza precedenti.

Almeno in linea di massima, la psicopatologia di Saddam Hussein e la fisionomia iper-totalitaria del suo regime erano note anche prima della guerra del 2003. Le ultime aggiunte sfidano però anche la più fervida immaginazione. Il rapporto evidenzia i limiti asfissianti di una monocrazia, ma anche il lato patetico e financo ridicolo che essa può assumere.

Non è il fatto in sé che colpisce, ma le sue proporzioni. Sapevamo infatti, per dirla con Dahl, che nei regimi autoritari «si osserva una forte propensione a commettere errori madornali [a causa del] potere assoluto dei governanti che induce una distorsione delle informazioni da parte di coloro che sono incaricati di fornirle, nonché per le stravaganze incontrollabili dei governanti stessi». Con Saddam però queste tendenze hanno raggiunto un parossismo inusitato.
Vediamole da vicino.

Cominciamo col dire che il rapporto del Pentagono illumina un grande mistero: quello di un paese che era stato la superpotenza del Vicino Oriente salvo poi trovarsi a subire un’umiliazione dietro l’altra. Fino alla sconfitta finale. Perché un simile tracollo? La domanda è retorica. Il declino dell’Iraq è il frutto del delirio di onnipotenza del suo dittatore: un uomo cui nessuno poteva dire la verità senza temere il peggio.

La verità è qualcosa che Saddam Hussein non assaggiava da tempo. Non c’era più abituato, questo poveretto, al punto che non seppe riconoscerla persino quando lo tirarono fuori dal buco per sorci in cui si era nascosto. «Sono Saddam Hussein, il presidente dell’Iraq e voglio negoziare», si sono sentiti dire i soldati al momento della cattura. Era il 14 dicembre 2003. Poche ore dopo, il proconsole americano Paul Bremer III lancerà dalle televisioni mondiali il più atteso degli annunci, non solo in America. «Ladies and gentlemen, we got him». L’abbiamo preso.


Ma torniamo al regime. Il sistema di potere in Iraq era così configurato. Al vertice, c’era Saddam Hussein con le sue paranoie. Sotto, uno stuolo di collaboratori che l’istinto di salvezza o l’arrivismo aveva trasformato in altrettanti yes-man. Come si producevano le decisioni? Che domande! Era Saddam a decidere. Spesso e volentieri, in splendido isolamento. Sai ad esempio come è scoppiata la guerra tra Iraq ed Iran, una delle più lunghe e sanguinose del XX secolo? Saddam era da solo in vacanza e, quando è tornato, ha dichiarato guerra. Con l’invasione del Kuwait è andata un po’ meglio. Ne aveva discusso col cognato.

C’erano delle eccezioni, non dico di no. Ministri e gerarchi potevano ratificare le decisioni del capo con applausi e altri gesti di approvazione. È capitato persino che Saddam li consultasse in anticipo. Peccato che nessuno osasse contraddirlo. Si vede che episodi come quello che vado a riferirti avevano lasciato il segno.

Siamo nel 1982. La guerra con l’Iran è iniziata da pochi mesi, ma è già ad uno stallo. Con somma sorpresa di tutti, il presidente Saddam convoca i ministri. Vuole il loro parere sul conflitto. Il ministro della salute, un certo Riyadh Ibrahim, aderisce con una punta di zelo in più. Suggerisce al suo capo un piano: si dimetta fino a pace siglata, per riprendersi il potere subito dopo. Saddam, ovviamente, agisce di conseguenza. Si dimette? No: fa trasportare il ministro fuori dall’assemblea. Il suo corpo tornerà alla luce il giorno dopo, recapitato a fette alla moglie.

Stando alle parole di uno dei presenti alla riunione, Abd al-Tawab Mullah Huwaysh, capo della Commissione Industriale Militare e parente del ministro assassinato, il gesto di Saddam produsse immediatamente i suoi effetti. Tutti gli altri ministri, ha dichiarato Huwaysh agli autori del rapporto, furono «unanimi nell’insistere che Saddam rimanesse al potere».


Potrei sbizzarrirmi con altri esempi, ma mi limiterò ad aggiungerne soltanto uno. È il 18 dicembre del 2002. Un intero esercito si sta ammassando ai confini dell’Iraq. Sono gli uomini e i mezzi che, quattro mesi più tardi, risveglieranno per sempre il paese dall’incubo saddamita. I comandanti della Guardia Repubblicana, l’élite delle forze armate irachene, sono convocati ad una riunione. All’ordine del giorno c’è il piano per la difesa del paese. Uno dei testimoni intervistati dal Pentagono è in sala. Quando il piano viene presentato, questi non crede alle sue orecchie. Si tratta chiaramente di una strategia amatoriale. Sembra proprio il parto di un uomo che non ha alcun contatto con la realtà. Sai in effetti cosa si sente rispondere il generale che avanza timidamente qualche riserva? Il capo della Guardia gli risponde che il piano non può essere discusso né modificato perché è stato già approvato da papà Saddam.

D’altro canto, c’era poco di cui discutere. Anche il piano meglio congegnato non avrebbe potuto evitare la sconfitta. E non per la schiacciante superiorità dell’avversario. L’annientamento dell’esercito iracheno era iniziato molto tempo prima. Cominciò quando le ossessioni di Saddam, le stesse che produssero i leggendari sosia, indussero il gran capo a prendere decisioni sconsiderate. La paura di finire come Bruto spinse il rais a frantumare l’esercito in decine di schegge. Moltiplicare il numero dei corpi e delle sigle, militari e paramilitari, avrebbe evitato pericolose concentrazioni di potere. L’efficienza delle forze armate ne sarebbe stata irrimediabilmente compromessa, ma questo non contava: l’importante è che il leggendario divide et impera facesse il suo corso. E lo fece, eccome. Ad un certo punto, l’Iraq pullulava di spie e controspie che si sorvegliavano a vicenda. Poiché questo non gli parve sufficiente, Saddam usò un altro accorgimento. Collocò ai vertici dell’esercito persone accomunate da due caratteristiche: il cognome e una preparazione militare prossima allo zero. Come ho già ricordato, il più giovane dei figli di Saddam diventò capo della Guardia Repubblicana. Esperienze nel curriculum? Non pervenute.

L’America, ricorderai, sconfisse l’Iraq in sole tre settimane. Una famosa penna del New York Times, Thomas Friedman, scrisse che sembrava di essere stati «in guerra con i Flinstones». Si capisce. Dall’altra parte del fronte, abbandonato a se stesso, c’era un esercito da tempo fuori uso. La sua disfatta mi sembra dunque il perfetto simbolo di un ordinamento politico, la dittatura, che le tre parole che hai scelto descrivono benissimo: una «manifestazione di incoscienza». Gli ufficiali sconfitti nel 2003 hanno rapidamente capito che le decisioni prese in incoscienza presenteranno prima o poi il conto, un conto salatissimo. Questo è un insegnamento di cui interi popoli sono purtroppo a conoscenza. Sono le moltitudini cui non è sfuggita l’osservazione di Amartya Sen: nelle democrazie non si è mai verificata una carestia. Le tirannie hanno l’esclusiva.

Marco Orioles



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