Autore: Orma
rielaborazione di: Marco Orioles, Chi vince a scacchi tra Bush e bin Laden? Uno sguardo allo humour sull’11 settembre, in Bechelloni G., Natale A.L. (a cura di), Narrazioni Mediali dopo l’11 settembre. Dialoghi e conflitti interculturali, Mediascape Edizioni, Roma 2003
1. QUALE 11 SETTEMBRE?Di che parliamo quando diciamo 11 settembre? Parliamo degli edifici, o di chi c’era dentro? Parliamo di New York o includiamo Washington, e un aereo caduto da qualche parte in Pennsylvania? Parliamo del significato politico, simbolico, o della materia di carne, ossa, cemento, acciaio, vetro… Includiamo gli attentatori e il loro suicidio, o li teniamo fuori? E che emozioni mettiamo in campo quando diciamo questo nome – dolore, rabbia, vendetta, solidarietà, amore, patriottismo, rivincita, incredulità, ammirazione, pietà…? (Portelli, 2002, VIII).
Per introdurre il nostro intervento abbiamo scelto di partire da lontano. E di affidarci ad un brano estratto dallo sterminato corpus bibliografico sull’11 settembre 2001. Un corpus in cui, più delle non rare affermazioni apodittiche, a colpire la nostra attenzione sono i numerosi interrogativi. Quello posto da Portelli - «di che parliamo quando diciamo 11 settembre?» - è senza dubbio uno dei più spinosi. Ma è un quesito con cui dobbiamo fare i conti se, volgendo lo sguardo ai fatti principiati in quella mattina di fine estate, non vogliamo accontentarci di definizioni calate dall’alto, ufficiali, probabilmente lontane dal sentire comune.Cosa è stato allora l’11 settembre, per gli abitanti del villaggio planetario: per tutti coloro cioè che hanno visto la «terribile realtà seguita in diretta da telecamere sbigottite» (Grasso, 2001) e l’impensabile didascalia che l’ha accompagnata: «America under attack»? E cosa hanno suscitato gli eventi delle settimane successive, quando questa guerra inedita - una guerra «globale» (Galli, 2002) e «senza limiti» (Liang e Xiangsui, 2001) – si spostava inesorabilmente in Asia centrale, salvo tornare poi al punto di partenza, sotto la terrificante veste dell'«untore» postale: l'uomo mai trovato delle lettere all'antrace (Barnaby, 2001)?
Nella risposta che Portelli ci offre, in quell’elenco di emozioni, sentimenti e significati da lui richiamati, troviamo qualche prima, utile indicazione. Quell’elenco però non può che fotografare solo una porzione della realtà. A quella lista, ciascuno di noi infatti potrebbe aggiungere altre voci. Tanto più che, ad ormai cinquecento giorni dalla caduta delle Torri Gemelle, altri avvenimenti si sono aggiunti. E altri significati.
Basti pensare – per citare solo questi - all’allungarsi della scia di sangue e di terrore in Tunisia, Pakistan, Indonesia, Kuwait, Yemen, Kenya (per tacere della Terra Santa). O alla denuncia generalizzata dell’unilateralismo e dell’egemonia americani (Ikenberry, 2002; Wallerstein, 2002): una denuncia che, sulla scia dell'ormai famigerata dottrina del «preemptive attack» (Rice, 2002) e dell’incombente invasione dell’Iraq (Jean, 2002), pare aver sepolto l’iniziale slancio di solidarietà verso gli Stati Uniti sotto una fitta coltre di dotte polemiche, inauditi incidenti diplomatici e stentorei slogan di piazza (Tyler 2003).
Possiamo allora, dunque, convenire con Portelli. E riconoscere come quell’espressione, “11 settembre”, evochi un fascio di riferimenti confusi e contraddittori. Ne saremo anzi più che convinti quando vedremo come quella data sia stata associata, da molte persone, anche a qualcosa di davvero singolare. Una manifestazione sfociata, ebbene sì, in una risata: ora grassa, ora a denti stretti, certamente più estesa di ciò che la crudezza di quei fatti lasciava presagire.
2. L’EVENTO E LA SUA INTERPRETAZIONELa natura straordinaria degli eventi dell’11 settembre ha impresso questa data, e ciò che allora è accaduto, nel cuore e nella mente di ognuno di noi in maniera più profonda e forse più duratura di qualsiasi altro evento, compreso l’assassinio di Kennedy, la caduta del muro di Berlino o la morte della principessa Diana, Nessuno di questi eventi, infatti, ha rappresentato una minaccia dello stesso livello e nessuno ha richiesto con la stessa urgenza di ricevere un’interpretazione, una spiegazione in qualche modo definitiva che, tuttavia, ancora non è stata trovata (…) Noi tutti, ciascuno a suo modo, stiamo ancora cercando una risposta. I nostri mezzi di comunicazione hanno provato a dare un senso all’evento e a ciò che ne è seguito, ma il pieno significato ancora ci sfugge (De Kerchove, 2002, p. 13)
Per spiegare come mai l’elaborazione collettiva dei fatti dell’11 settembre abbia avuto luogo anche sotto le beffarde insegne dello humour ci vorrebbe ben più dello spazio che abbiamo qui a disposizione. Ma unitamente ad una esemplificazione, che è il solo compito che desideriamo svolgere in questa sede, una breve glossa possiamo fornirla. E sono proprio le parole di De Kerchove a darcene lo spunto.
È vero: l’opinione pubblica mondiale, dopo l’11 settembre, ha brancolato nel buio. Abbiamo tutti cercato affannosamente di decifrare fatti complessi, quasi insondabili. Un muro di fatti che l'ingente «sforzo esplicativo» (Wessberg, 2002, p. 28) dei mass media non poteva certo scardinare da solo. Attraverso i mezzi d’informazione abbiamo, se non altro, conosciuto le prospettive dei protagonisti. Le voci e le definizioni dell’amministrazione americana, soprattutto: vale a dire di chi, per ottime ragioni, ha affermato e ribadito la linea dura contro i nuovi nemici del mondo libero (Woodward, 2002). Già dal 7 ottobre del 2001, però, i nostri teleschermi sono stati “bucati” da altre voci e volti: quelli di Osama bin Laden, dei suoi strenui seguaci e dei loro acuminati proclami contro piccoli e grandi satana. Schieramenti contrapposti, verità simmetriche. In mezzo, l’opinione, i sentimenti, o magari la semplice attenzione degli abitanti di un pianeta ormai compresso. Delle moltitudini cioè che, come ci ricorda De Kerchove, hanno incessantemente tentato di «dare un senso all’evento e a ciò che ne è seguito».
Ci sono riusciti? Fornire una risposta è ben al di là delle nostre capacità ed ambizioni. Chi scrive, tuttavia, è nelle condizioni di rendere noti se non altro alcuni interessanti indizi. Indizi che rivelano come la decodifica dei fatti dell’11 settembre abbia seguito – com’è accaduto del resto altre volte: dall’assassinio di Kennedy al disastro del Challenger sino alla morte di Lady Diana (Davies, 1998; Goodwin, 2002) - anche dei percorsi imprevedibili, anomali, e soprattutto lontani dalla strada maestra tracciata dalle voci “ufficiali”. I percorsi, irriguardosi ma inesorabili, dello humour.
3. LO HUMOUR SULL’11 SETTEMBRE: UNA DEFINIZIONE
Lo humour sull’11 settembre è soprattutto, anche se non solo, questo: il frutto di uno sforzo, squisitamente popolare, di conferire un senso – originalissimo, senza dubbio, ma tutt’altro che arbitrario - ai fatti dell’11 settembre. Ciascuno degli oltre cento testi umoristici in lingua italiana che abbiamo raccolto, e che commenteremo in parte qui, attinge infatti a piene mani dal quadro evenemenziale, quello delineato dalla cronaca e dai media, per ricollocare tali riferimenti in una nuova cornice narrativa. Un contesto in cui quei fatti, e i loro protagonisti, sono ora in grado, grazie agli accorgimenti formali o semantici propri della testualità umoristica, di suscitare ciò che la nuda realtà aveva severamente precluso loro: l’ilarità.
Più che dilungarci in ulteriori commenti, dedicheremo lo spazio che ci rimane all’illustrazione di alcuni esempi. Prima, tuttavia, ci sembra doveroso definire cosa intendiamo per “humour sull’11 settembre”. Dietro questa etichetta noi collochiamo il ricco repertorio di materiali di taglio umoristico e di natura sia testuale (brevi battute, barzellette, calembour) che multimediale (animazioni, giochi, icone e altre tipologie apparse tra le pieghe di Internet) che è stato creato, ma soprattutto diffuso in diverse modalità (col passaparola anzitutto, ma anche con la mediazione delle nuove tecnologie della comunicazione: sms, e-mail, siti web, forum, ecc.), nel periodo immediatamente seguente l’attacco all’America.
Indipendentemente dalla natura del dispositivo con cui è stato messo in forma (sia esso ad esempio visuale o verbale), ogni esemplare condivide la seguente, cruciale caratteristica: l’aver attinto i propri referenti topici dalle cronache della crisi internazionale. Ciascuna battuta (o ciascuna icona, animazione, ecc.) si propone in pratica come una peculiare fotografia degli avvenimenti: istantanee che peraltro, come i risultati di una nostra indagine sul campo hanno mostrato, sono state oggetto di una diffusione davvero capillare (il 96,7% del nostro campione ha sentito almeno una barzelletta, il 66,2% ha visto almeno un esemplare del repertorio digitale).
C’è infine un altro fondamentale aspetto del fenomeno che vorremmo sottolineare: la sua scala. Con modalità sostanzialmente analoghe, lo humour si è manifestato in più realtà nazionali. È possibile anzi parlare, sia pur con la dovuta cautela, di una sorta di global humour. Lo illustra chiaramente il caso delle tipologie digitali: dei giochi, delle animazioni e soprattutto dei cosiddetti «cybercartoon» (Ellis, 2002), ossia le innumerevoli «icone digitali» (Di Zanutto, 2002) che, create da appassionati amatori con l’ausilio di programmi ormai comuni e di uso intuitivo, hanno anch’esse ritratto – ma con il valore aggiunto delle immagini- i fatti e personaggi già presi a bersaglio dalle barzellette. Tali materiali sono stati oggetto di una sistematica “duplicazione”, che ha portato ciascun esemplare ad apparire – ovvero a propagarsi, come un vero «virtual folklore» (Mason, 1996) - presso numerosi siti web basati in svariati paesi.
Diverso invece il discorso per i testi che, per via soprattutto delle barriere linguistiche (non manca però qualche calco, favorito di nuovo dalla divulgazione degli originali a mezzo web), hanno avuto un respiro più limitato. Possiamo parlare quindi, in definitiva, di un fenomeno umoristico di portata globale e contraddistinto da manifestazioni che sono state da un lato, nel caso dei testi, squisitamente locali e dall’altro, per i materiali multimediali, senza confini.
4. IL REPERTORIO ITALIANO: ALCUNI ESEMPI
Il repertorio testuale coniato nel nostro paese e da noi raccolto consta di circa cento tra brevi battute, barzellette più articolate e altre tipologie come indovinelli, giochi di parole, ecc. Come abbiamo già detto, questo variegato corpus ha tratto la sua materia prima da tutto ciò che i mass media hanno portato in primo piano con e dopo l’11 settembre. Il nutrimento dello humour è venuto cioè, abbastanza comprensibilmente (ma non per questo meno significativamente) dalla cronaca dei fatti, in una successione tematica e cronologica che si rispecchia nei “bersagli” delle (e attorno ai quali si coagulano gruppi abbastanza omogenei di) battute. Possiamo dunque individuare – sia pur lasciando ai margini alcune battute “sparse”, in cui figurano elementi o soggetti i più svariati (gettonatissimo, in particolare, il nostro premier Silvio Berlusconi) – quattro grandi filoni.
Il primo filone è dedicato all’attacco all’America; il secondo è incentrato sul conflitto in Afghanistan e sulla demonizzazione sui talebani, mentre il terzo fotografa l’emergenza antrace. L’ultimo filone segue infine gli sviluppi della caccia ad Osama bin Laden, l’episodio con cui si conclude, in una coincidenza senza dubbio emblematica, tanto la prima fase della guerra al terrorismo, quanto l’iperattenzione dedicata dai media alle vicende belliche, quanto infine la stessa attività di produzione umoristica.
Il primo filone è quello più cospicuo. L’immagine dell’attentato al World Trade Center si cristallizza nella trama umoristica attraverso numerosi espedienti. Stratagemmi e accorgimenti tra cui si impone, per la frequenza e la varietà delle realizzazioni, il richiamo alla «mastermind» del piano terroristico: Osama bin Laden. L’uomo che, come le seguenti battute mettono ignominiosamente in evidenza, ha umiliato il suo grande nemico depauperandolo di uno dei suoi più celebri simboli architettonici.
Chi vince a scacchi tra Bush e Bin Laden? Bin Laden, perché Bush non ha più le torri.
Che doni chiederà Bin Laden per Natale? Due torroni.
Sapete qual è il duo preferito da Osama Bin Laden? Tal Bano e Rovina Tower.
Il dottore esce dalla sala parto e va dal neo-padre con un sorriso raggiante. “Ecco, signor Bin Laden, sono nate due bellissime gemelle”. E Bin Laden risponde: “Abbattiamole…”.
Senza alcuna remora, lo humour sull’11 settembre riconosce dunque al saudita (non però senza una generosa dose di sarcasmo) il successo conseguito con l’attacco alle Torri. Le battute offrono tuttavia spazio anche alla parte lesa. Di cui però si enfatizza la pertinace volontà di avere giustizia, magistralmente ritratta nella prossima barzelletta. Un testo davvero significativo poiché spalma (come non cogliervi quindi l’eco del dibattito sui rischi della reazione americana e, quindi, sul possibile scontro di civiltà?) le responsabilità dell’attentato, e le relative durissime conseguenze, sull’intero mondo arabo.
New York, anno 2032. Padre e figlio a piedi per le strade di Manhattan. Il padre si ferma davanti a un enorme vuoto, sospira e dice al figlio: “E pensare che una volta qui cerano le Twin Towers”. Il figlio lo guarda e gli chiede: “Papà, cosa erano le Twin Towers?”. Il padre: “Due edifici altissimi con tantissimi uffici. Erano il cuore degli Stati Uniti, ma 31 anni fa furono distrutte dagli arabi”. Il figlio ci sta a pensare su per un minuto. Poi chiede al padre: “Papà, cosa sono gli arabi?”.
Con grande sollievo per tutti, lo spettro dello scontro di civiltà è stato scrupolosamente fugato. Non, invece, quello della guerra, abbattutasi sui cieli dell’Afghanistan appena un mese dopo l’attacco all’America. Assieme al conflitto cominciò anche, com’è noto, la caccia al grande ricercato Osama bin Laden. Il cui destino, alla luce dei mezzi messi in campo dalla superpotenza ferita, sembrava in effetti ineluttabilmente segnato.
Ieri è morto bin Laden. L’ha investito un autobush.
Osama bin Laden, preoccupato per la sua salute, va da un veggente arabo e gli chiede quando è scritto che debba morire. Il veggente chiude gli occhi e, scrutando negli abissi del futuro, trova la risposta: “Morirai il giorno della grande festa americana”, gli risponde. “Quale festa?”, gli chiede nervoso Osama. “Oh non importa”, replica il veggente, “qualunque giorno tu muoia sarà una grande festa americana”.
Ma lo humour, proprio perché cesellato da persone che hanno seguito attentamente le cronache afghane (i resoconti, in questo caso, di un insuccesso clamoroso, a giudicare dalla rocambolesca fuga di bin Laden), avrebbe presto rovesciato quella prima impressione. Lasciandoci così questi ultimi, mirabili esempi: tre testi che illustrano chiaramente con quali occhi disincantati e quali margini di libertà il pubblico dei media abbia accolto e rielaborato le notizie che gli sono giunte, puntualmente e copiosamente, dopo il fatidico 11 settembre del 2001.
Una delle mogli di Osama ha dichiarato in un’intervista: “mio marito è una brava persona, basta saperlo prendere”.
ANSA 11.12.2001. Introvabili Bin Laden e i suoi seguaci. Si susseguono perlustrazioni a tappeto in vari paesi confinanti: Kanuncestàn, Lìnuncestan, Kissàndostan e Dukazstan.
Che differenza c’è tra l’AIDS e Bin Laden? L’AIDS lo prendi col cazzo, Bin Laden col cazzo che lo prendi!