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Internet site where this film can be seen, in order to avoid propagating corruption in society"
(siasat-e rouz & agence france presse, 11.6.07)

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assassini e onorevoli: caruso, biagi, d'antona

Autore: Orma


Le inaccettabili dichiarazioni dell'onorevole filo-delinquente Caruso (assassini «sono Treu e Biagi, le cui leggi hanno armato le mani dei padroni, per permettere loro di precarizzare e sfruttare con maggiore intensità la forza-lavoro e incrementare in tal modo i loro profitti, a scapito della qualità e della sicurezza del lavoro») non meriterebbero commento alcuno. Infatti non le commentiamo. Riportiamo invece alcuni brani di un nostro scritto dell'anno scorso. Perché tacere, in certi casi, proprio non si può.


marco biagi


Da: Marco Orioles, Democrazie e tirannie, in Albino Comelli (a cura di), Democrazia: niente scherzi, in corso di pubblicazione.


(...) Neanche nelle questioni del lavoro intravedo un consenso. Le controversie sui problemi dell’occupazione, della disoccupazione e della sottoccupazione hanno addirittura già lasciato vittime sul terreno. Ci saremo mica scordati di Marco Biagi e Massimo d’Antona, vero? Non dimentichiamoceli, questi due docenti universitari ammazzati per strada come due picciotti qualsiasi. Non dimentichiamoceli, questi due uomini che persero la vita perché… già, perché? Perché il governo italiano aveva chiesto la loro assistenza. Come stimati esperti di diritto del lavoro, erano parse le persone più adatte a indirizzare una riforma del mercato del lavoro. La vicinanza ai lavoratori che li accomunava sembrava per di più una discreta garanzia di equilibrio. Macchè. I collaborazionisti meritano di morire, punto.

I criminali che hanno mandato a morte Marco Biagi e Massimo d’Antona non avevano e non hanno alcun sostenitore. Nemmeno tra coloro che patiscono le conseguenze della precarietà dei rapporti di lavoro. Queste persone, ovviamente, si sentono penalizzate ed esigono rispetto. La loro richiesta di tutela non è semplicemente ragionevole. È una richiesta giusta che deve, perciò, figurare tra le priorità della nostra democrazia. La priorità non consiste però nel cancellare con un tratto di penna la realtà. Spalanchiamoli questi occhi, una volta per tutte. Il nostro boom è passato, e le cattive notizie non finiscono qui: è cominciato quello degli altri. Tanti altri. Solo in Asia sono oltre due miliardi e mezzo. E non c’è solo l’Asia. 



massimo d'antona


La globalizzazione dei mercati non è poi l’unico cambiamento con cui misurarci. I nostri sistemi economici sono interessati, e non da ieri, da una lunga serie di trasformazioni. Terziarizzazione, informatizzazione, finanziarizzazione, ridefinizione delle strutture aziendali sono solo alcune delle forze che stanno rendendo le nostre economie irriconoscibili rispetto ad appena qualche anno fa. Sono perciò d’accordo con chi, come Ransome, ritiene che vi sia un problema di «mis-match», di non corrispondenza. Abbiamo da un lato un’economia che è cambiata velocemente e in profondità e, dall’altro, un assetto normativo e un'intera cultura che non sono riusciti a stare al passo.


Perché si producano i necessari aggiustamenti ci vorrà la collaborazione di tutti. E non intendo dire tutte le «parti sociali». Intendo dire tutti, anche se penso soprattutto a coloro che hanno passato gli ultimi tre, quattro lustri a spandere indignazione: onorevoli ed accademici. Anziché con le iniezioni di realismo per cui sono lautamente pagati, questi dottoroni hanno affrontato il più rovente dei dibattiti – quello, appunto, sulle trasformazioni economiche e l’incalzante precarietà del lavoro - con uno spirito polemico per lo meno discutibile. Ricordo ad esempio l’acclamatissimo saggio del 1995 in cui il sociologo e Lord d’Inghilterra Ralf Darhendorf denunciò accoratamente «la mentalità del “salta sulla bicicletta e cercati un lavoro”» che oramai «regna sovrana» in Europa.

Delle due l'una. O Dahrendorf ritiene che l’Europa finisca al Brennero. Oppure ignora che qui, in Italia, la mentalità in questione è stata sempre sovrana. O magari ci sbagliamo. Chissà, forse Dahrendorf conosce qualche posto in cui sono i datori di lavoro a pedalare casa per casa per cercare collaboratori.


(...)


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