Casbah Udine 




salta la lista categorie e vai al contenuto

ultimi articoli


Non abbiamo motti fissi, alla casbah. Li scegliamo di volta in volta. L'ultima volta, comunque, la scelta è stata facile: "We do not want to publish the address of the
Internet site where this film can be seen, in order to avoid propagating corruption in society"
(siasat-e rouz & agence france presse, 11.6.07)

.

.


11 settembre 2001

Autore: Orma



Da: Marco Orioles, Opinioni a confronto. La stampa americana e l’intervento in Iraq, Università degli Studi di Udine, Dipartimento di Economia, Società e Territorio, giugno 2004: pp. 140-145.


Sull’11 settembre è stato già detto tutto, e anche chi scrive si è espresso in più occasioni [Orioles, 2002, 2002a, 2003 e 2003a]. Un breve riepilogo degli elementi salienti per noi sarà comunque utile. Potremmo trarre le fila da una constatazione assai comune, compiuta in questo caso dal nostro Giovanni Sartori:  sulle «due Torri di Manhattan e sul Pentagono di Washington noi abbiamo visto la guerra santa in azione» [Sartori, 2001: 28].

Il «noi» di Sartori evidenza subito un aspetto distintivo dell'11 settembre: la copertura televisiva live dell’evento e la formazione pressoché istantanea di una audience colossale, planetaria [Fleischner, 2002; Poli, 2001].  Elaborata dalla prospettiva della sociologia dei disastri, una recente tesi di laurea ha posto questo punto nella massima evidenza. Usa distinguere tra le zone colpite da calamità in base alle forme di «coinvolgimento» della popolazione, questa disciplina dovrebbe riscontrare nell’11 settembre un caso in cui tali aree si estendono sino a «comprendere l’intera popolazione mondiale» [Giacomini, 2003: 66].

L’enfatica affermazione di Giacomini va letta naturalmente nel contesto. Per coglierne il succo occorre rifarsi a lezioni come quella del terremoto che nel 1908 devasta le città di Messina e Reggio Calabria: una sciagura che il governo italiano apprende con oltre dodici ore di ritardo e l’opinione pubblica nazionale solo dai quotidiani di due giorni dopo [Mascilli Migliorini, 1989: 17-9]. Niente a che vedere perciò con la partecipazione in tempo reale e pressoché universale che le odierne tecnologie della comunicazione rendono possibile. L’attacco all’America si pone in questo senso lungo una linea evolutiva non recente, ma i cui precedenti non avevano acquisito simili proporzioni.

Per quanto concerne la diffusione della notizia vale la pena segnalare l’indagine condotta nel nostro paese dall’equipe del Dipartimento di Sociologia e Comunicazione dell’Università La Sapienza di Roma. Commentandone i risultati, gli autori hanno rilevato che «se quasi tutti i soggetti intervistati (94,7%) hanno saputo dei drammatici avvenimenti di New York prima delle 17:00 dell’11 settembre, ben il 74,2% del campione ha appreso la notizia entro le 16.07, in altri termini entro poco più di un’ora dal verificarsi dell’evento (che, ricordiamo, aveva avuto luogo alle ore 14.48 italiane)» [Bracciale e Martino, 2002: 70]. Un’analoga inchiesta realizzata da chi scrive, sempre entro i confini italiani, ha ottenuto risultati simili. Il 66,9% del nostro campione è venuto a conoscenza dei fatti americani entro un’ora dal loro principio, ma la quota sale al 96% allargando il lasso temporale a due ore [Orioles, 2002: 16].

Le tragiche immagini dell'11 settembre rappresentano in questo senso la cifra di un successo. Nel rimbalzare in tempo reale sui teleschermi del pianeta per poi proliferare in mille rivoli e sfrangiarsi in mille icone, la documentazione visiva dell'America in fiamme misura oggettivamente l'efficacia del piano binladenista. Sull'aspetto dell'istantaneità, ad esempio, Sergio Romano si è così espresso:
 
Vent’anni fa la maggior parte dei proprietari di un apparecchio televisivo avrebbe visto immagini “fredde”, qualche ora dopo l’impatto degli aerei e il crollo delle Torri. L’11 settembre, invece, il mondo fu spettatore “dal vivo” e provò il sentimento di disperata impotenza che coglie il testimone di un incidente o di una catastrofe […] Non basta. Fra l’impatto del primo aereo contro la prima torre, alle 8:46 del mattino, e l’impatto del secondo aereo contro la seconda torre, alle 9.02, passarono sedici minuti, vale a dire il tempo occorrente perché ogni spettatore corresse a diffondere la notizia e invitasse altri ad accendere il loro televisore. Quei sedici minuti furono i tre colpi di bastone con cui, nei teatri francesi, gli spettatori vengono invitati a prendere il loro posto. Era finito il prologo: poteva cominciare, di fronte a una sala finalmente piena, lo “spettacolo” [Romano 2003: 41-2].

Ciò che nelle osservazioni di Romano rimane tra le righe affiora in modo esplicito nelle parole di Umberto Eco. Secondo il semiologo, la distruzione seminata in America dai seguaci di Osama bin Laden, la mastermind del blitz, non era affatto un fine in sé. Obiettivo precipuo dei terroristi era semmai catturare l’attenzione delle telecamere. Cooptate in questo diabolico disegno, queste avevano ricevuto il mandato di creare «il più grande spettacolo del mondo». La loro missione era cioè dare forma all’«impressione visiva dell’assalto ai simboli stessi del potere occidentale», mostrando così al mondo intero che «di questo potere potevano essere violati i maggiori santuari» [Eco, 2001: 75]. Nel bilancio degli attentati il numero delle vittime o i danni strutturali conterebbero paradossalmente meno rispetto ad un tale fattore immateriale.  «È la prima volta», puntualizza a tal proposito Ferro [2002: 51], «che la rivoluzione islamica dispone di immagini che attestino la sconfitta del principale nemico o, comunque, il grave colpo che gli è stato inferto». Raggiungendo quelle nazioni musulmane cui è primariamente rivolta la destabilizzante strategia terroristica, il messaggio di bin Laden è giunto a destinazione. L’intero Islam, per dirla ancora con Sartori, ha potuto vedere la «guerra santa in azione».

Destati anch’essi dalla macabra contemplazione, gli osservatori occidentali si gettano presto a capofitto nella ricerca delle radici del fenomeno. I già consolidati filoni sui «fondamentalismi» [Pace, 2001], sull’«Islam politico» [Fuller, 2002], sulla guerra santa o «jihad» [Kepel, 2002] e sulla «rabbia musulmana» [Lewis, 2001] conoscono nuova popolarità. La famosa tesi sullo «scontro delle civiltà» articolata qualche anno prima da Samuel Hungtington [2000] acquista lo spessore di una funesta profezia. Si accavallano poi a ritmi serrato nuovi interventi e pubblicazioni. Buona parte dei materiali si sofferma sull’organizzazione di Osama bin Laden, l’ormai celeberrima al Qaeda, cercando di afferrarne natura ed intenti. Alcuni parlano di un movimento «settario» di pura matrice «nichilista» [Incisa di Camerana, 2001: 12]. Altri si interrogano sullo stampo «georeligioso» del suo terrorismo [Simon, 2001]. Altri ancora vi ravvedono «il lato oscuro» [Jean, 2002: 132] o «una caricatura funesta» [Galli, 2002: 69] della globalizzazione, inquadrando bin Laden come una sorta di «direttore esecutivo» di una «multinazionale» terroristica [Fumagalli, 2001]. Con uno sguardo ai paralleli sviluppi palestinesi, si riflette naturalmente sulla letalità della cosiddetta «H-bomb»: i kamikaze [Luft, 2002].

Quanti già non lo sapevano, frattanto, appurano come lo sceicco saudita avesse iniziato già da tempo una «guerra coperta contro l’Occidente» [Reeve, 2001: 5]. Emerge allora la lunga trafila dei colpi già portati a segno negli anni ’90: Arabia Saudita, Kenya, Tanzania, Yemen [Bergen, 2001]. Affiora anche una nota inquietante: gli Stati Uniti appoggiarono indirettamente questo nuovo nemico ai tempi in cui profuse il suo impegno nella cacciata dall’Afghanistan dell’ateo invasore sovietico. Un consumato detrattore degli Stati Uniti come Chalmers Johnson può così parlare di «blowback»: un «modo conciso», sottolinea Johnson, per «dire che un paese raccoglie ciò che semina» [Johnson, 2002: 312].

Mentre questi cimenti intellettuali impazzano, gli Stati Uniti sono dominati dalle emozioni. È un’intera nazione quella che si raccoglie, a ridosso degli attentati, in un composto cordoglio [Riotta, 2001]. Anche quell'indice permanente dell’eccezionalismo americano che è iil patriottismo mostra una subitanea fiammata [Pei, 2003]. Il popolo americano, osservano Crespi e Diamanti [2003: 5], esibisce «ancora una volta la sua grande capacità di reagire a situazioni di emergenza in modo unanime attraverso rituali collettivi volti a riaffermare con forza i valori di solidarietà democratica e di appartenenza che ormai da lungo tempo hanno caratterizzato la sua tradizione». Le testimonianze raccolte da Portelli illustrano però anche la diffusione dello sdegno, della rabbia e di altri sentimenti talvolta indicibili. Ben illustrata dalla donna afro-americana che «ha una sola parola: Nuke-em» [Portelli, 2002: 56], prende piede la «logica immutabile della rappresaglia» [ibidem: 8]. Sulla rete delle reti si consuma un’orgia di violenza simbolica. Trafiggere in effige Osama bin Laden o scambiarsi battute sadiche sulla fine imminente del Grande Terrorista diventa rapidamente uno degli sport preferiti dagli internauti, non solo americani [Orioles, 2002a e 2003]. 

I sommovimenti dell’opinione pubblica americana si riflettono comunque comunque in tutti i mass media. Come ha ricordato Dionne nel corso di un forum sul tema organizzato presso la rinomata "Brookings Institution" [2002a], l’intero spettro dell’informazione sembra colorarsi rapidamente di un’intensa tinta «rossa, bianca e blu». Il «patriottismo dell’informazione» scandisce la programmazione dei mass media anche a molti mesi di distanza dagli attentati [Manzo, 2002].

Le benevole testimonianze di unità nazionale si accompagnano non di rado a manifestazioni più acuminate. Persino un magazine liberal come "The New Yorker" mostra i segni del contagio. Una sua vignetta ritrae un newyorkese che dice ad un concittadino: «Sono d’accordo che dobbiamo evitare di uccidere troppo, ma non correndo il rischio di uccidere troppo poco» [Molinari, 2004: 135]. Il giorno dopo gli attentati le pagine del "Washington Post" ospitano un corsivo infuocato
del politologo e columnist di punta Robert Kagan [2001], probabilmente rappresentativo.

Il Congresso dovrebbe dichiarare immediatamente guerra. Non deve indicare un paese. Può dichiarare guerra contro coloro che hanno compiuto gli attacchi di ieri e contro qualsiasi nazione che possa aver dato loro appoggio. Una dichiarazione di guerra non sarebbe puro simbolismo. Sarebbe un segno di volontà e determinazione di delineare tale conflitto sino a una conclusione soddisfacente indipendentemente da quanto debba durare o da quanto sia difficile la sfida.

Sei giorni dopo, il Congresso accoglie pressoché in toto questi suggerimenti. La risoluzione congiunta approvata dalle due Camere autorizza il presidente americano a «utilizzare la forza contro gli Stati, le organizzazioni e le persone che avevano organizzato gli attacchi o che fornivano loro aiuto e li ospitavano» [De Guttry e Pagani, 2002: 24]. Il destino di Osama bin Laden sembra segnato. Così come la sorte del regime che lo aveva accolto ed appoggiato: quello messo in piedi dai sedicenti «studenti coranici» dell’Afghanistan meglio noti come «talebani» e presieduto dal fantomatico mullah Omar [Emiliani, 2002; Rashid, 2001 e 2002].


Oltre i confini dell’Unione, gli atteggiamenti americani destano le più vive preoccupazioni. Unitamente alla solidarietà verso il paese colpito e a dichiarazioni di fermezza contro il terrorismo, si diffonde il timore che il gigante americano reagisca scompostamente. L’Alleanza Atlantica si schiera allora sì seduta stante con gli Stati Uniti, invocando per la prima volta il principio di «legittima difesa». E le Nazioni Unite, dal canto loro, condannano con la massima solennità gli attentati [De Guttry e Pagani, 2002: 15-32]. Ma l’idea che l’attacco all’America rappresenti «una vera e propria dichiarazione di guerra» cui rispondere di conseguenza non suscita affatto unanime consenso [Biancheri, 2001].

Queste contraddizioni traspaiono chiaramente nel «grande dibattito» accesosi su scala globale dopo i fatti di settembre. La futura condotta degli Stati Uniti vi viene divinata con valutazioni che si divaricano rapidamente [Baranowsky, 2001; Boniface, 2001; Jervis, 2002; Smith, 2002]. Si paventa così l’avvento di una politica estera tenacemente assertiva, caratterizzata da un uso della forza unilaterale che potrebbe magari abbattersi su di un facile bersaglio iracheno da dare in pasto ad un’opinione pubblica assetata di vendetta. Ma si fa anche strada l’auspicio che l’America riscopra le virtù del multilateralismo, ravvedendovi la migliore strategia per fronteggiare la nuova minaccia attraverso opzioni non militari. È una strada che, si sostiene, avrebbe il vantaggio di non acuire quell’ostilità musulmana verso il «Grande Satana» d’oltremare abilmente sfruttato da bin Laden. Indipendentemente dalle peculiarità di ogni pronostico, la constatazione di Fukuyama accomuna tutti: la tendenza isolazionista con cui si era presentata al suo esordio l’amministrazione Bush e con cui aveva «flirtato» talvolta anche il governo precedente è decisamente «off the table» [Fukuyama, 2001]. 

Con il fiato sospeso, il mondo attende dunque di capire se ed in che modo gli Stati Uniti si lasceranno alle spalle quell’«esercizio riluttante della potenza» che ne aveva caratterizzato il recente passato e se «getter[anno] tutto nella difesa del loro territorio e, al tempo stesso, nella difesa di tutto ciò che sta loro a cuore in tutte le parti del mondo» [Di Nolfo, 2002: 384-5].
Le prime mosse degli Stati Uniti appaiono comunque refrattarie a farsi rinchiudere nella gabbia di analisi astratte. Ognuno può riscontrarvi i segnali che si attagliano meglio al proprio scenario.

Per le parole d’ordine con cui viene annunciata, la «guerra al terrorismo» suscita perplessità. L’infelice «o con noi o contro di noi» e altri retorici passi falsi del presidente George W. Bush diventano facile bersaglio di una critica, specialmente europea, che già nutre riserve verso un uomo reputato poco più che un «cowboy male informato» [Gordon, 2003: 70]. Il rischio nel dipingere a tinte forti il nemico islamico, si osserva, è di fare il gioco di bin Laden [Boniface, 2001; Schlesinger, 2001]. Ma il leader americano alterna la risolutezza a dichiarazioni concilianti verso il mondo musulmano. La diplomazia della sua amministrazione ordisce poi la trama di una coalizione internazionale ancor più imponente di quella tessuta dal padre di Bush nella prima guerra del Golfo, quella del 1991.

Quando i primi missili colpiscono l’Afghanistan, la sera del 7 ottobre, il mondo appare sostanzialmente compatto al fianco degli Stati Uniti. La Russia del presidente Vladimir Putin contribuisce dietro le quinte agli sforzi strategici degli Stati Uniti, persino la Cina offre cenni di apertura. Dal canto suo, il Vecchio Continente fa mostra di apprezzare l’approccio «attento» e «proporzionato» della controparte atlantica [Gordon, 2003: 70]. Le trombe pacifiste denunciano lo stesso l’operazione «Enduring Freedom», che non si presenta però affatto con i consueti crismi di Marte.

L’offensiva viene infatti concepita in sintonia con i dettami della «rivoluzione degli affari militari» cara al segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, che ne canterà poi le virtù in un saggio pubblicato dalla rivista "Foreign Affairs" [Rumsfeld, 2002]. All’«asimmetria» dell’assalto terrorista è fatto corrispondere un conflitto atipico in puro stile post-Clausewitz [Luttwak, 2002; Liang e Xiansui, 2001]. Nessun esercito invasore si raduna nel cuore dell’Asia Centrale. Lasciando i combattimenti alla resistenza interna dell’«Alleanza del Nord», gli Stati Uniti possono fare sfoggio del meglio della propria tecnologia e sfruttare l’impeto letale dell’air power [Bowden, 2002; Cordesman 2002]. Le uniche impronte a stelle e strisce lasciate sul suolo afghano sono quelle dell’invisibile «quinta forza armata» statunitense: i corpi speciali della CIA e i commando delle special operation forces [Biddle, 2003;
Romano, 2003: 60].

La vittoria finale arriva in poche settimane. Il tripudio dei cittadini di Kabul, liberata «senza un combattimento» il 13 novembre [ibidem: 33], soffoca sul nascere i paragoni con il «pantano» vietnamita avanzati dai soliti noti. Il successo sul campo, tuttavia, viene incrinato dalla mancata cattura di Osama bin Laden. Sfuggito alla grande caccia, il capo di al Qaeda si trasforma in un «Signore delle Tenebre» squarciate da poche ma accorte apparizioni televisive o dichiarazioni via internet. La strategia del terrore di bin Laden prosegue così alimentandosi di un «messianismo mediatico» [Ramonet, 2001] che troverà in Al Jazeera, la tv via satellite del Qatar presto ribattezzata come «la CNN della mezzaluna», una delle sue sedi naturali [Bettiza, 2002].  È una dimensione parallela del conflitto che permette, se vogliamo, qualche parallelo con la «guerra psicologica» che fu combattuta via onde radio ai tempi della seconda guerra mondiale e che sarebbe poi proseguita nella successiva era del confronto tra i due blocchi americano e sovietico [Heil, 2003; Jeanneney, 1996: 151-160; Mattelart, 1994: 125 e sg.].



Riferimenti bibliografici di questo estratto

AA.VV. [2002]: 11 settembre 2001,  Roma: Indice Internazionale.
AA.VV. [2002a]: After September 11, Social Science Research Council [RE].
BARANOWSKY V. [2001]: The International Implications of the Terrorist Attacks, «The International Spectator», vol. XXXVI, 4, October-December [RE].
BERGEN P.L. [2001]: Holy War, Inc. Osama bin Laden e la multinazionale del terrore, Milano: Mondadori (ed. or. 2001).
BETTIZA E. [2002]: Al Jazeera doppio gioco, «La Stampa», 23 febbraio.
BIANCHERI, B. [2001]: 11 settembre 2001: la prima guerra globale, «ISPI-Relazioni Internazionali», IX, 8, ottobre/dicembre [RE].
BIDDLE  S. [2003]: Afghanistan and the Future of Warfare, «Foreign Affairs», vol. 82, 2, March/April: 31-46.
BONETTI P. [2001]: Saremo ancora liberali?, «Nuova Antologia», a. 136, 2220, ottobre-dicembre: 77-91.
BONIFACE, P. [2001]: The Lessons of September 11, «The International Spectator», XXXVI, 4, October-December [RE].
BOWDEN M. [2002]: The Kabul-ki Dance, «The Atlantic», 11, November [RE].
BRACCIALE R., D’AMBROSI L. [2002]: Il disegno della ricerca, in MORCELLINI  [2002]: 48-68.
BRACCIALE R., MARTINO V. [2002]: Apocalypse News, in MORCELLINI [2002]: 69-95.
THE BROOKINGS INSTITUTION [2002a], Running Toward Danger. How the News Media Performed on 9/11… and beyond, September, 19: <http://www.brook.edu/comm/events/20020919.htm> [RE].
BRUNO M.W. [2003]: “Apocaypse News”: la comunicazione terroristica nell’epoca della cybersfera pubblica e globale, «Rassegna Italiana di Sociologia», a. XLIV, 1, gennaio-marzo: 77-93.
CORDESMAN A.H. [2002]: Lessons of Afghanistan: War Fighting, Force Transformation, Counterproliferation and Arms control, Center for Strategic and International Studies, Washington.
CRESPI F., DIAMANTI I. [2003]: Presentazione, «Rassegna Italiana di Sociologia», a. XLIV, 1, gennaio-marzo: 5-8.
DE GUTTRY A., PAGANI, F. [2002]: Sfida all’ordine mondiale. L’11 settembre e la risposta della comunità internazionale, Roma: Donzelli.
DI NOLFO E. [2002]: Dagli imperi militari agli imperi tecnologici. La politica internazionale nel XX secolo, Roma-Bari: Laterza.
ECO U. [2001]: Mass media e terroristi, «Nuova Antologia», a. 136, 2220, ottobre-dicembre: 74-76
EMILIANI M. [2002]: L’Afghanistan dopo l’11 Settembre, «Il Mulino», LI, gennaio-febbraio.
FERRO M. [2002]: Le immagini come arma: intervista con Marc Ferro, in AA.VV [2002]: 51-55.
FLEISCHNER E. [2002]: Anche per i media niente sarà più come prima?, in BIANCHERI [2002]: 89-97.
FUKUYAMA F. [2001]: The End of American Exceptionalism, «New Perspectives Quarterly», vol. 18, 4, Fall [RE].
FULLER G. E. [2002]: The Future of Political Islam, «Foreign Affairs», vol. 81, 2, March-April: 48-60.
FUMAGALLI M. [2001]: L’arcipelago del terrore, «Limes», Quaderni speciali, 4: 45-54.
GALLI C. [2002]: La guerra globale, Roma-Bari: Laterza
GIACOMINI S. [2004]: Analisi della struttura e dello sviluppo di un disastro. Reazioni individuali e collettive ad una situazione di emergenza: il caso di New York dopo l’11 settembre, Università degli Studi di Udine, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, anno accademico 2002/2003.
GORDON P.H. [[2003]: Bridging the Atlantic Divide, «Foreign Affairs», vol. 82, 1, January/February: 70-83.
HEIL A.L., JR. [2003]: Voice of America. A History: New York: Columbia University Press.
HUNTINGTON S. [2000]: Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Milano: Garzanti (ed. or. 1996).
INCISA DI CAMERANA L. [2001]: Stato di guerra. Conflitti e violenza nella post-modernità, Roma: Ideazione Editrice.
JEAN C. [2002]: 11 Settembre, attacco alla Russia, «Limes», 1: 131-136.
JEANNENEY J.N. [1996]: Storia dei media, Roma: Editori Riuniti (ed. or. 1996).
JERVIS R. [2002]: An Interim Assessment of September 11: What Has Changed and What Has Not, «Political Science Quarterly», vol. 117, 1, Spring [RE].
JOHNSON C. [2001]: Gli ultimi giorni dell’impero americano, Roma, Garzanti (ed. or. 2000).
KAGAN R. [2001]: We Must Fight This War, «The Washington Post», September, 12.
KEPEL G. [2002]: L’autunno della guerra santa. Viaggio nel mondo islamico dopo l’11 settembre, Roma: Carocci (ed. or. 2002).
LEWIS B. [2001]: Le radici della rabbia musulmana, «Nuova Antologia», a. 136, 2220, ottobre-dicembre: 35-52.
LIANG Q., XIANGSUI W. [2001]: Guerra senza limiti, Gorizia: Libreria Editrice Goriziana (ed. or. 1999).
LUFT G. [2002]: The Palestinian H-Bomb, «Foreign Affairs», vol. 81, 4, July/August: 2-7.
LUTTWAK E. [2002]: Asymmetric War: How the Weak Fight, «Newsweek», Issues 2003, December: 24-5.
MANZO G. [2002]: Da che parte stanno i media americani?, «Limes», 3: 273-280.
MASCILLI MIGLIORINI E. [1989]: La comunicazione istantanea, Napoli: Guida.
MATTELART A. [1994]: La comunicazione mondo, Milano: Il Saggiatore (ed. or. 1991).
MOLINARI M. [2004]: George W. Bush e la missione americana, Roma-Bari: Laterza.
MORCELLINI M. [2002]: Torri crollanti. Comunicazione, media e nuovi terrorismi dopo l’11 settembre, (a cura di), Milano: FrancoAngeli.
ORIOLES M. [2002]: 11 settembre 2001: davanti ai nostri occhi, «Quaderni del Dipartimento Est», Università degli Studi di Udine, n. 31, aprile.
ID. [2002a]: Lo humour sull’11 settembre e la battuta ‘made in Italy’, in MORCELLINI [2002]: 229-239.
ID. [2003]: Chi vince a scacchi tra Bush e bin Laden? Uno sguardo allo humour sull’11 settembre, in BECHELLONI, NATALE [2003]: 73-78.
ID. [2003a]: Senza denti? Attacco preventivo, informazione, effetto Baghdad: il dibattito sull’Iraq visto dall’America, «Quaderni del Dipartimento Est», Università degli Studi di Udine, 35, giugno: 1-68.
PACE E. [2001]: Le sfide dei moderni fondamentalismi religiosi, «Nuova Antologia», a. 136, 2220, ottobre-dicembre: 53-61.
PEI M. [2003]: The Paradoxes of American Nationalism, «Foreign Policy», 136, Maj/June 2003: 30-37.
THE PEW RESEARCH CENTER FOR THE PEOPLE & THE PRESS [2003]: America’s Image Further Erodes, European Want Weaker Ties, Washington, D.C., March, 18: <http://people-press.org/reports/display.php3?ReportID=175> [RE].
POLI S. [2001]:  Twin Towers: l’attacco infinito, «Problemi dell’informazione», a. XXVI, 4, dicembre.
POLLACK K.M. [2002]: Next Stop Baghdad?, «Foreign Affairs», vol. 81, n. 2, March/April: 32-47.
PORTELLI A. [2002]: America, dopo. Immaginario e immaginazione, Roma, Donzelli.
RAMONET I. [2001]: Il nuovo volto del mondo, «Le Monde Diplomatique», 12, dicembre.
RASHID A. [2001]: Talebani. Islam, petrolio e il Grande scontro in Asia centrale, Milano: Feltrinelli (ed. or. 2001).
ID. [2002]: Nel cuore dell’Islam. Geopolitica e movimenti estremisti in Asia centrale, Milano: Feltrinelli (ed. or. 2002).
RICCI M. [2003]: Effetto stampa. I  media americani e la guerra, «Problemi dell’informazione», a. XXVIII, 1, marzo: 7-14.
RIOTTA  G. [2001]: N.Y. Undici settembre. Diario di una guerra, Torino: Einaudi.
ROMANO S. [2003]: Il rischio americano. L’America imperiale, l’Europa irrilevante, Milano: Longanesi.
RUMSFELD D. [2002]: Transforming the Military, «Foreign Affairs», vol. 81, 2, March/April: 20-32.
SACCO G. [2001]: Nulla più come prima? La globalizzazione dopo l’undici settembre, «Limes», Quaderni speciali, 4: 183-190.
SARTORI G. [2001]: L’attacco al World Trade Center: diario di un mese, «Nuova Antologia», a. 136, 2220, ottobre-dicembre: 26-3.
SCHLESINGER A., JR. [2001]: Don’t Cause a Backlash, «New Perspectives Quarterly», vol. 18, 4, Fall [RE].
SERFATY S. [2001]: The Wars of 911, «The International Spectator», XXXVI, 4, October-December[RE].
SIMON S. [2001]: Che cos’è il terrorismo georeligioso, «Limes», Quaderni speciali, 4: 33-44.
SMITH S. [2002]: The End of the Unipolar Moment: September 11 and the Future of World Order, in AAVV. [2002a]:<http://www.ssrc.org/sept11/essays/smith_text_only.htm> [RE].



Aggiungi il Tuo Commento:




Inviando questa risposta dichiaro di aver letto ed approvato le condizioni di utilizzo di questo sito web.

(*) = campo obbligatorio.


Condizioni di Utilizzo

1 - Tutte le risposte inviate a questo sito saranno sottoposte a moderazione manuale da parte dell'amministratore al fine di evitare il fenomeno detto "SPAM".

2 - Tutti i dati inseriti nel modulo di risposta verranno pubblicati in questa pagina ad eccezione dell'e-mail. Tale informazione viene richiesta ed archiviata dagli amministratori al fine di scoraggiare un utilizzo non consono del blog.

3 - Non utilizzare le risposte per pubblicizzare il tuo sito web. Tale tentativo verrà cancellato dall'amministratore. In ogni caso ai link inseriti nelle risposte viene applicato il "nofollow" per cui non ti portano vantaggi.