Autore: Orma
da: messaggero Veneto
17 giugno 2007
A colloquio con Arminda Hitaj, presidente dell’Ucai, l’unione delle comunità degli stranieri che vivono in provincia
di Federica Barella
Le storie di donne immigrate; i frammenti di vita di una seconda generazione sempre più attaccata e radicata alla sua nuova terra; i problemi di chi ha ancora bisogno di consigli su tutto; e le aspirazioni di chi ormai è capace di “volare con le proprie ali”. Arminda Hitaj, 39 anni, albanese, da dieci a Udine, mediatrice culturale e presidente dell’Ucai (l’unione delle comunità e delle associazioni di immigrati) ogni giorno vive sulla sua pelle tutto ciò. E di fronte ai fatti di cronaca anche più recenti non si tira indietro a chi le chiede un’opinione.
Lei conosce bene il mondo dell’immigrazione locale. Quanti casi “nascosti” ci sono come quelli della ragazzina di origine indiana picchiata dal padre perchè promessa sposa in patria e sorpresa invece a flirtare con qualcun’altro qui a Udine? Quante donne straniere subiscono senza potersi ribellare i lati peggiori di culture diverse da quelle occidentali? «In realtà il caso della ragazzina indiana è abbastanza isolato. E non credo che la diversa etnia in questa vicenda c’entri molto.
Per quanto riguarda invece la condizione delle immigrate in generale la realtà piuttosto è opposta. Le donne straniere che scelgono di andar via dal proprio paese, di tentare da sole o con la famiglia la via dell’emigrazione, sono comunque donne decisamente con gli “attributi”. E questa loro determinatezza alla lunga emerge con chiarezza. Magari in modo diverso da quelli che sono gli stili occidentali. Ma comunque in modo inequivocabile». La stessa Unione delle comunità degli immigrati ne è una prova, vero? «Dopo l’ultimo cambio di direttivo oltre a me stessa, che ne sono il presidente, anche la vicepresidente è una donna (originaria del Mali). Ed è donna (romena) pure il tesoriere. Inoltre, su sette membri del direttivo, ben cinque sono donne. Per non parlare poi dell’alto tasso di imprenditorialità proprio dell’immigrazione al femminile». In effetti in città ormai si vedono parecchi negozi di parrucchiera gestiti da immigrate... «E non solo. Alcune sono imprenditrici di se stesse, come le ucraine e tutte quelle che provengono dagli ex paesi dell’Urss. Queste ultime spesso arrivano in Italia da sole, lasciando a casa mariti e figli. Trovano impiego come badanti, ma ultimamente molte hanno deciso di giocare la carta delle attività artigianali e imprenditoriali, aprendo ditte di sartoria e di lavanderia».
Strana questa specializzazione lavorativa per etnie. Ma è un cliché o corrisponde al vero, anche qui a Udine? «Sarà per predisposizione, per capacità, o facilità di contatti, ma anche qui in città è abbastanza vero che ogni etnia ha la sua specializzazione lavorativa. Per noi albanesi bisogna distinguere tra donne e uomini. Le prime spesso lavorano o hanno dato vita a cooperative di pulizia o a negozi di parrucchiera, mentre i secondi sono impegnati nell’edilizia o sono bravissimi pizzaioli. I ghanesi si occupano di piccoli trasporti, i senegalesi si sono dati di più al commercio o ai servizi. Gli indiani hanno invece i loro ristoranti. I cinesi sono occupati nei loro negozi, nel settore della pelletteria o in quello della ristorazione». In questo caso stiamo già parlando di una emigrazione che ormai è cambiata...molti però sono ancora semplici operai con l’incubo di saltare anche solo un giorno di lavoro... «Sì, ma l’evoluzione qui a Udine e in Friuli per un immigrato è molto rapida. Siamo in una provincia sicura, dove il lavoro è uno dei valori fondanti. Per chi vuole darsi da fare le opportunità non mancano. Per questo Udine attrae sempre molto gli immigrati. Molti di noi qui hanno trovato una sicurezza economica che in patria non avrebbero mai potuto avere. E ora, a distanza di 15-20 anni dai primi arrivi, c’è chi pensa di tornare in patria. Ma i nostri figli ormai sono udinesi, parlano il friulano e non ci pensano proprio di andare a vivere in Albania o in Senegal. E così noi per piacere e per dovere siamo e resteremo anche un po’ friulani. Per fortuna Udine e la sua provincia offrono molto, e non soltanto per il lavoro, ma anche a livello di sicurezza e di buoni rapporti sociali». Ma come? Tutti dicono che i friulani sono chiusi...E anche a Udine c’è chi tenta ogni tanto di agitare lo spettro del razzismo...O no? «All’inizio i friulani possono sembrare chiusi...ma quando si aprono ti accolgono in tutto e per tutto. Certo, il razzismo c’è, ma solo a qualche livello. Per questo noi mediatori e noi dell’Ucai riteniamo fondamentale ancora oggi l’attività di divulgazione attraverso i vari progetti legati all’interculturalità. Perchè il razzismo tra bambini può essere crudele, ma quello tra adulti è accompagnato da una malizia che è ancora più difficile da cancellare».
Udine vista da questi nostri nuovi concittadini come è? «Lo ripeto è un posto ideale per chi cerca sicurezza e lavoro. Anche se qualcosa potrebbe essere migliorato a livello di servizi». Qualche richiesta da avanzare al Comune? «Qualche richiesta ma anche e soprattutto qualche proposta di collaborazione, mettendoci a disposizione in prima persona. La richiesta riguarda gli orari degli sportelli comunali, molti immigrati non possono permettersi di saltare un giorno di lavoro infrasettimanale per sbrigare qualche pratica. E qualcuno lavora anche il sabato mattina. La proposta invece riguarda un progetto che speriamo si concretizzi con il Comune proprio entro fine mese. Come Ucai abbiamo pensato di effettuare una serie di incontri divulgativi sui diritti e doveri degli immigrati realizzando incontri là dove c’è in città maggiore concentrazione di immigrati: alla chiesa di San Pio X da don Tarcisio, oppure nella zona dei negozi etnici di via Roma, o anche qui in via Pracchiuso nella sede dell’Ucai».
Nell’Ucai raggruppate ormai associazioni e comunità di 50 etnie diverse, spesso anche di religioni differenti. Mai un problema o uno scontro? «Io sono la regina delle gaffes. Sono capace di offrire un dolcetto a un musulmano in pieno Ramadan, ma con una battuta e un sorriso tutto si risolve. Nella Casetta a colori (l’asilo multietnico, unica realtà di questo genere in regione) gestito negli spazi vicini alla sede dell’Ucai (anche questo grazie alla disponibilità e alla collaborazione della Caritas di Udine: “senza di loro nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile”, commenta Arminda) sono passati in poco più di due anni circa 120 bambini. Con tanto di feste di Natale rispettate, anche se magari la chiamiamo festa di fine anno!».