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su e dalla Udine che cambia
TUTTI I VIDEO DELLA CASBAH DI UDINE
UDINE CAMBIA: INCONTRI, CONVERSAZIONI, DISCUSSIONI
Le discussioni svolte in questi video toccano tutte, più o meno, lo stesso tema: l'immigrazione straniera a Udine (e dintorni). Si insiste spesso sul quartiere della stazione, quello che in molti chiamano "la casbah". Senza rinunciare però ad affrontare, e dove possibile approfondire, i vari temi di sfondo e le diverse questioni sul tappeto, anche le più spinose. Le voci sono poche, per ora. Faremo il possibile per rinfoltirne i ranghi, in tutte le direzioni, e le proposte sono benvenute. Un sentito grazie agli amici che hanno accettato di essere qui, contribuendo a farci capire meglio questa città. E le sue mutazioni.
UDINE CAMBIA: SPUNTI
dimmi il prezzo (con diego volpe pasini) (video) - che gente gira da queste parti...? (video) - l'islam e i politici friulani: dibattito a margine di "il mercante di pietre" di renzo martinelli. Con f. brussa, l. ciriani, k. franzil, i. gottardo, a. guerra, r. molinaro, c. monai, m. travanut & r. martinelli (intro - video 2 - video 3 - video 4 - video 5 - video 6 - video 7) - paura-fear: la stazione di udine, la casbah (video) - walter, i cortei, la casbah (video) - adriano e rejab suonano: per udine (video) - in visita alla "moschea" di udine (video) - la casbah: ronda by teamJ (video) - ssshhhhh! la casbah riposa... (video) - ronda pomeridiana by teamzero (video) - nicola, davide e la stazione di udine: luogo o non luogo? (video 1 - video 2 - video 3) - l'altra casbah: via monte sei busi, i rom e diego volpe pasini (video) - "in ogni città c'è questa combriccola" (video) - dialogare con l'altro o trasformarlo? Conversazione con bruno tellia (video) - l'oriente di francesco de felice, raisatcinema (video 1 - video 2 - video 3) - lo scrittore, la casbah, la concentrazione (video) - elio cabib, l'antisemitismo e il cellulare (video) - nuovi mondi in via battistig (video)
Si parla anche qui di immigrazione, di stranieri e quartieri, della stazione e della casbah, del presente e del futuro di Udine. Ma senza attenersi a mandati o registri particolari. Dove possibile ed opportuno, si analizza. Quando e se necessario, si divaga.
PLUS
viva israele: intervista a magdi allam (sintesi - parte 1 - parte 2 - parte 3) - khatami & udine: dalla visita al caso delle "strette di mano proibite" (speciale) - khatami a udine? dibattito by casbah con elio cabib, giorgio linda, marco orioles, enrico pizza (video 1 - video 2 - video 3) - il caso khatami visto da ahmad rafat (video) - chahdortt djavann & udine (speciale) - udine, parla tariq ramadan (video 1 - video 2) - dialogo con chi? al telefono con carlo panella (video 1 - video 2 - video 3 - video 4) - cividale del friuli, il sindaco, la pace (video 1 - video 2) - sex, crimes and the vatican? (speciale)
LA CASBAH, SCENE DALLA NUOVA UDINE: IL DIBATTITO
dibattito con hosan aziz (commerciante, udine), mohammed erbesh (presidente comunità islamica del friuli), abdou faye (ALEF), bouraoui slatni (portavoce comunità islamica del friuli), alessandro tesini (presidente consiglio regionale FVG); interventi di eenrico pizza (consigliere comunale, udine), diego volpe pasini (consigliere comunale, udine). Modera: marco orioles (sociologo, università degli studi di udine)
manifestazione "udine solidale"
p.zza del duomo, 23 giugno '07
su "youtube" i video con gli interventi di: aziz (video 5), erbesh (video 3), faye (video 4 -video 9), slatni (video 4 - video 10), tesini (video 1 - video 2 - video 9); più: cav. uff. g. pechini (video 6), pizza (video 8), volpe pasini (video7 - video 8)

guarda i promo di "La casbah, scene dalla nuova udine": promo 1 (video) - promo 2 (video)
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data pubblicazione: 28 Giugno 2008
Cari amici della casbah,
non è senza commozione che mi rivolgo di nuovo a voi, dopo questo lungo silenzio. Scusate la retorica: era per sottolineare che è bello, ogni tanto, risentirsi.
Vi offro qui qualche brano del saggio, ancora in fieri, con cui intendo raccontare la storia di Khatami a Udine. La ricordate, no? Il festival Vicino/lontano, la conferenza dell'ex presidente iraniano alla chiesa di San Francesco, le polemiche sulla scrittrice iraniana C. Djavann che se ne va indignata senza parlare, e poi - dopo un mese di relativa calma - la scoperta dei video su YouTube che ritraggono Khatami mentre, fuori della chiesa di San Francesco, stringe le mani a ben cinque donne, il successivo scandalo internazionale, l'accusa di essere un'agente della CIA piombatami addosso a ciel sereno, la denuncia presentata al Tribunale del Clero di Qom in Iran da "5000 talebeh" con la richiesta di spogliare Khatami dell'abito talare, ecc.
E' la storia di cui potete trovare qualche traccia - oltre che in svariati siti internet, provate a farlo se volete - in un breve articolo di mio pugno scritto qualche tempo fa, e soprattutto nella sezione Khatami di questo sito, che raccoglie più o meno tutti gli articoli sullo scandalo usciti nella stampa nazionale internazionale. Ma ci voleva un pò d'ordine, una storia appunto: di qui le mie ultime fatiche notturne sul PC. E la prospettiva: un saggio, esauriente, possibilmente rivelatore.

Quelli che presento sono, ripeto, dei brevi estratti. Li voglio pubblicare così, nella loro prima versione, probabilmente non l'ultima. Non è chiaro se ci saranno altre anticipazioni. Per ora, mi fa piacere condividere con voi questa emozione. L'emozione di ricostruire un evento che ci ha fortemente coinvolti, tutti insieme, appena un anno fa.
Approfitto per salutarevi di nuovo, amici della casbah. Per omaggiare quelli che continuano a venirci a trovare, nonostante l'attività sia finita da un pezzo, manon hanno smesso di attendersi altre sorprese.
Il libro su cui sto lavorando lo sarà, o almeno speriamo.
Udine, 28 giugno 2008
by Marco Orioles
P.S.
Non potevo dimenticare di aggiungere che mi aspetto suggerimenti di ogni tipo per la stesura di questo libro. Se avete il mio numero di telefono, chiamate. Altrimenti usate l'email: è sempre marco.orioles@uniud.it
Il festival e il duplice invito a Khatami e Ramadan Per le ambizioni culturali di una città vivace come Udine, il mese di maggio 2007 doveva essere un periodo di festa. Il giorno 10 sarebbe iniziata infatti la terza edizione di “Vicino/lontano”, la scintillante kermesse organizzata dall’omonima associazione che, col qualificante sottotitolo “Identità e differenze al tempo dei conflitti”, è giunta alla sua terza edizione. A dispetto della giovane età, l’iniziativa gode oramai di ampio prestigio e risonanza, al punto di essere considerata – scontando l’enfasi del cronista compiacente – un «punto di riferimento della primavera culturale friulana» . Le copiose anticipazioni uscite sulla stampa, a partire dal ricco carnet di ospiti, confermano questa immagine sontuosa. Per il Messaggero Veneto, Vicino/lontano «anche quest’anno, promette di trasformare la città nella capitale delle culture a confronto». Una promessa impegnativa e non priva di rischi, dato che – come dichiara alla vigilia uno degli organizzatori, Marco Pacini - il leit-motiv del confronto, sorta di biglietto da visita dell’intera manifestazione, sarebbe stato applicato questa volta ai «temi connessi all’islam». Vicino/lontano decide dunque di gettarsi a capofitto in uno dei topoi più roventi della storia contemporanea, almeno da quando, l’11 settembre 2001, diciannove seguaci di Maometto hanno evidenziato, non senza enfasi, le difficoltà del dialogo con la seconda fede del pianeta. Dedicare all’Islam la propria terza edizione è però una scelta indovinata; tanto più sensata alla luce dell’ormai robusta presenza musulmana insediata nel Vecchio Continente. Venti milioni di soggetti ormai, secondo alcune stime, molti dei quali alle prese con le contraddizioni della doppia appartenenza, con le apparenti incompatibilità tra i valori e gli stili di vita autoctoni e quelli caldeggiati dal Corano e dai suoi odierni interpreti e, soprattutto, esposti alla temibile calamita del fondamentalismo. Una convivenza, quella tra europei e islamici, segnata insomma da alcune stringenti ambivalenze e da, fortunatamente rare, fiammate di incomprensione o di violenza, come il celeberrimo caso delle “vignette di Maometto” in Danimarca ha tristemente evidenziato. Argomenti di cui parlare, insomma, ce ne sono parecchi. Ben fatto, Vicino/lontano. Peccato però che, per affrontare l’ostico argomento, gli organizzatori abbiano scelto di affidarsi a due sorprendenti atout. Come dichiara ancora Pacini al Messaggero Veneto, Vicino/lontano ha deciso infatti di penetrare nel groviglio dei rapporti con l’Oriente, e delle intricate questioni dell’islam in Occidente, «portando a Udine due protagonisti indiscutibili della scena europea e mondiale della cultura e della politica islamica: l’intellettuale Tariq Ramadan e l’ex presidente dell’Iran Mohammad Khatami». Due personaggi che lo stesso giornale, di fatto portavoce ufficiale della manifestazione, presenterà in questo modo al pubblico udinese:[Khatami] è un intellettuale iraniano e filosofo della politica che ha rivestito la carica di presidente dell’Iran per due mandati dal 1997 al 2005. Ricordato come primo presidente riformatore del paese dopo la rivoluzione islamica del ’79 si è scontrato con la linea dura del clero conservatore, promuovendo una politica fondata sul diritto, la tolleranza, la democrazia, il liberismo. Ha inaugurato una politica estera improntata alla teoria del “dialogo fra le culture”. [Ramadan invece è] docente di filosofia e islamologia a Oxford: personaggio carismatico e controverso, si è formato in Svizzera e al Cairo, ed è stato al centro di feroci polemiche per il suo essere un intellettuale di cultura interamente europea e moderna, ma che rivendica con forza un ruolo per l’identità islamica anche sul suolo europeo. È considerato l’intellettuale musulmano europeo più noto e autorevole e più ascoltato dalle seconde generazione dei giovani musulmani d’Europa. Consulente di Prodi e Blair sui temi del terrorismo islamico, è stato definito uno dei cento protagonisti del dibattito politico internazionale».
Tariq Ramadan e Mohammed Khatami, dunque, verranno e parleranno a Udine. Il primo, come recita il programma della kermesse, animerà l’evento di apertura: il confronto intitolato “In nome di chi? Quando i conflitti invocano le religioni” previsto per la serata del giovedì 10 maggio. A fargli compagnia, il nostrano sociologo delle religioni Stefano Allievi e il ben noto storico parimenti italiano Franco Cardini. L’ex presidente iraniano sarà invece protagonista della conferenza “Nemici per forza?”, la mattina del sabato successivo, sostenuto dal giornalista locale Valerio Pellizzari nel ruolo di intervistatore.La scelta dei due interlocutori vuole essere, immaginiamo, la dimostrazione dell’alto profilo ormai raggiunto dalla manifestazione. Ambedue i personaggi, in effetti, godono di notevole visibilità e di riconoscibilità a livello popolare, Khatami in particolare. Per un festival che ambisce ad attirare l’attenzione su di sé, l’invito è sicuramente azzeccato. Peccato, tuttavia, che le reputazioni dei due personaggi siano caratterizzate, come più di qualcuno sottolinea, da un certo numero di note stonate. Note ignorate nelle pillole di presentazione del Messaggero Veneto ma che altri, meno distratti, non si sono certo fatti scrupolo di denunciare a chiare lettere.Gli organizzatori erano certo consapevoli che delle polemiche sarebbero venute fuori. Un invito così, poi, sarebbe stato senz’altro considerato la palese dimostrazione dell’orientamento politico della manifestazione, orientamento sfuggito a non pochi dei partecipanti delle precedenti edizioni. Vicino/lontano, tuttavia, gioca d’anticipo, Nella già citata intervista di presentazione della kermesse, Pacini si vede rivolgere questa domanda: «Alcuni inseriscono vicino/lontano nel novero delle manifestazioni “di sinistra”», chiede il giornalista. «Sottoscrive?». La risposta di Pacini, ovvio, è: «No. Cerchiamo di affrontare i temi sempre con un’ottica alta. Chiamando esperti della materia, non partigiani di una tesi, accogliendo voci dal pensiero di sinistra come da quello di destra» . Grazie Pacini, ma per la cronaca, il trattamento vellutato riservato ai tuoi ospiti confermerà ampiamente il sospetto adombrato con gentilezza dal tuo intervistatore. Ogni cosa, comunque, a suo tempo.Veniamo anzitutto a Tariq Ramadan. Intellettuale di grido, ma anche controverso: questo lo aveva ammesso anche il Messaggero Veneto. Le controversie che lo riguardano vanno in un certo senso al di là dello spessore del personaggio. Persino un suo acerrimo avversario come Magdi Allam, seppur in chiave ironica, è stato costretto ad ammetterne le qualità. «Se la rivista americana “Time” nel 2003 l’ha designata come uno dei cento pensatori che hanno “modellato il mondo, se ha raccolto attestati di stima e ammirazione di diversi ambienti non solo musulmani, se è corteggiato e osannato da molte comunità islamiche europee, è evidente che lei è una personalità carismatica, ha uno spessore ideale, religioso e culturale, dispone di una eccellente capacità comunicativa e di manipolazione dei media» .
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data pubblicazione: 28 Giugno 2008
Una telefonata su “YouTube” con Carlo Panella (continua)
Su cosa ci si può confrontare allora, con Khatami? Sulle sue intenzioni riformatrici del paese più oscurantista del mondo, rimaste però sulla carta? O sulle lapidazioni, mai cessate nemmeno nei suoi anni? Dovremmo dialogare intorno alla sua affascinante visione del «dialogo tra le civiltà», divenuto il cavallo di battaglia di un Khatami oggi alla guida di una fondazione che reca appunto questo nome? O dovremmo invece sottolineare le intrinseche difficoltà di questa visione, specie se alimentata con misure a dir poco discutibili: dai generosi finanziamenti e invii di armi alle fazioni palestinesi in lotta contro lo Stato di Israele, Hamas in primis; al sostegno ai miliziani che destabilizzano l’Iraq impegnato nella difficile fase della ricostruzione post-bellica; sino allo strenuo appoggio ai famigerati Hezbollah che abusano della sovranità territoriale libanese per combattere una logorante guerra di guerriglia con il confinante Stato israeliano? Quando si sposta su Tariq Ramadan, l’analisi di Panella si fa altrettanto se non più stringente. Nel caso dell’intellettuale, del resto, la questione del dialogo è resa ancora più indisiosa dalla sua alacre opera di “islamizzazione” tentata in Europa. Non dimentichiamoci infatti, sottolinea Panella, che «Ramadan è il volto presentabile dei Fratelli Musulmani»; è, in altre parole, uno degli esponenti più noti di un movimento transnazionale e ben organizzato che incarna una visione ultrarigorista se non fondamentalista dell’Islam, munito peraltro di apposite appendici terroriste come Hamas e ben oliati meccanismi di reclutamento. Non dimentichiamo nemmeno, a questo punto, che i Fratelli Musulmani in questi ultimi anni si sono insediati capillarmente nel suolo italiano, e non solo, divenendo il punto di riferimento ideologico di gran parte delle moschee e dei centri di culto sorti nel nostro paese. Le parole e le non poche opere a stampa di Tariq Ramadan, in questo senso, rappresentano ben più che l’espressione di un lavorio intellettuale. Sono, soprattutto, missive indirizzate alla nutrita comunità dei musulmani italiani ed europei, chiamati a conformarsi ad una visione dell’Islam che Ramadan si sente chiamato a “riformare” in funzione di un radicamento europeo considerato ormai irreversibile. Con quali fini, ancora non si sa.Queste brevissime note ci aiutano a capire che forse, dal nostro punto di vista di cittadini del Vecchio Continente, l’incontro con Ramadan avrà un’importanza ben maggiore rispetto a quello con Khatami. Mentre il pensiero di quest’ultimo, in fin dei conti, può avere al più risonanza entro la minoritaria sfera della shi’a, e di quella iraniana in particolare, il sunnita Ramadan si rivolge ad una platea sunnita ben più ampia e, soprattutto, collocata ben dentro le nostre città. Questo dettaglio niente affatto trascurabile spinge così Panella a illustrare con la massima nettezza i suoi dubbi. Anche per non spezzarne l’unità, riportiamo interamente questo passaggio dell’intervista:Come sapete, [Ramadan] è nipote del fondatore dei Fratelli Musulmani ma soprattutto è figlio del personaggio che negli anni ’40 e ’50 impiantò la presenza dei Fratelli Musulmani in Palestina. Suo padre, che lui ovviamente ha sempre rispettato, è praticamente il fondatore di Hamas. Non come movimento organizzato, perché nacque anni dopo la sua morte, ma tutti gli esponenti e fondatori di Hamas, a partire dallo sceicco Yassin, sono stati suoi allievi. Cosa fa Tariq Ramadan? Ha una grande capacità affabulatoria. Ha sempre vissuto in Europa, risiede e insegna a Friburgo, in Svizzera, e ha compiuto una operazione piuttosto intelligente. Ha assunto in pieno il linguaggio, il lessico no global; se leggete i suoi libri trovate molte frasi, e molte volte la parola altermondialista. E fa finta che l’islam sia un’ideologia che si possa sposare con le tematiche no global. Da qui un suo grande successo salottiero, da qui anche grazie alla sua grande capacità di discorso e di affabulazione, il credito che ha riscosso. Una volta però posto nell’angolo dalle domande dei suoi interlocutori, soprattutto i giornalisti come rivelano peraltro Le Monde e molti altri quotidiani progressisti francesi, innanzitutto si rifiuta sempre di condannare nettamente, senza giri di parole, gli attentati contro i civili e i bambini israeliani, li relativizza sempre […] tanto meno nei confronti dei civili in Iraq. E poi scrive nei suoi libri una prospettiva di riforma dell’islam, e questa è una cosa che affascina gli ambienti della gauche caviar, che è in realtà una prospettiva autoritaria, e mi spiego. Lui non pone al centro della sua riflessione quello che è stato il senso e la capacità del grande islam degli anni a cavallo dell’800 e del 1200 della nostra era, ma si pone soltanto il problema di riformare la norma della sharia, della legge divina. Lui agisce all’interno di una dimensione del mondo tutta definita dall’esistenza di una società musulmana che deve essere regolata dalla sharia; e assegna il compito di attuare questa riforma della sharia – lui ad esempio ha proposto, e ha riscosso molto consenso, una moratoria delle lapidazioni - non già a qualsiasi tipo di struttura democratica, ma solo ed esclusivamente al consesso dei giuristi musulmani, che devono applicare due criteri molto rigidi del diritto musulmano che sono il criterio del consenso tra di loro e della similitudine, cioè si può modificare la sharia se si riesce a trovare nella tradizione islamica una qualche similitudine con dei procedimenti similari. È questa una struttura di pensiero tipicamente fascista; di stato etico in cui il rapporto tra i cittadini e lo stato viene determinato non dall’enfatizzazione dei diritti e doveri della persona e dello Stato nei confronti della persona, ma solo e unicamente nei confronti di una norma, la sharia, che viene acquisita per come è stata definita – cosa che lui non mette minimamente in discussione - dalle cinque scuole che vigono nell’islam, è che si può riformare non da parte di qualsiasi tipo di processo democratico ma da parte di una elite, autonominatasi peraltro perché non hanno alcuna legittimazione questi giuristi [a parte il fatto] che controllano le università coraniche. È un discorso tutto interno allo stato etico, è un discorso di riforma dello stato etico, di tipo però giurisdizionale. Quindi, rifiuto totale di ogni criterio di itjiad, di interpretazione del testo coranico che ha segnato invece il successo dell’islam d’oro.
Con questo attacco a tutto campo, Panella si premura di ribadire il messaggio chiave dell’intervista: ogni ipotesi di dialogo con Ramadan è del tutto illusoria. Cosa attendersi d’altronde da un uomo che, nel presentarsi come un campione di un Islam aggiornato al III millennio, sta compiendo al più un’operazione di restyling che non rinnega, e anzi ripropone, le asprezze dell’Islam? Che, nonostante la pur rivendicata apertura alla modernità, bandisce «ogni criterio [di] interpretazione del testo coranico» rinnovando per quest’ultimo, e per le «cinque scuole» che mille anni or sono l’hanno compulsato in lungo e in largo, il ruolo di guida unica per i fedeli? E che, dietro le acrobazie retoriche di cui è indiscusso maestro, cela una visione religiosa tutta incentrata sulla sharia, il diritto islamico, con i suoi ferrei corollari patriarcali e misogini e, soprattutto, ostili ad ogni ipotesi di conversione ad altre religioni? Insomma, che senso ha dialogare con un uomo che propone, quale cornice ideale per la convivenza in Europa, uno «stato etico» che chiama i neo-concittadini musulmani a conformarsi ad un modulo di «pensiero tipicamente fascista», ignorandone così le aspirazioni ad una maggiore autonomia – civile, etica e politica - dalla guida della religione?
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data pubblicazione: 27 Maggio 2008
di Marco Orioles
Dipartimento di Economia, Società e Territorio - Università degli Studi di Udine
Maggio 2008
È il quartiere più movimentato della città di Udine, ma anche il più chiacchierato. E si capisce. Nello spazio di appena un decennio, la zona circostante la stazione ferroviaria ha mutato volto, carattere, anima. A cambiare, soprattutto, è stata la sua composizione socio-demografica. Questa è infatti la storia di un’area trasformata repentinamente e radicalmente dall’immigrazione straniera. È la storia, anche, di uno choc culturale, non dissimile da quello sperimentato da altre città italiane ed europee. Una storia, dunque, su cui vale la pena soffermarsi e riflettere, perché contiene i semi del nostro futuro.Era un’elegante, austera, quasi aristocratica zona residenziale, quella sorta a cavallo del XIX e XX secolo attorno alla stazione delle Ferrovie dello Stato. Troneggianti, i suoi palazzi proiettavano un’ombra rassicurante, paterna, sui pur animati flussi di pendolari e studenti, arginandone le intemperanze. Persino le marginalità, le manifestazioni crepuscolari del disagio o del vizio così tipiche di questi spazi urbani, parevano assimilarne il temperamento, il rigore, la sobrietà. Prostitute, alcolisti e perdigiorno erano, insomma, un’appendice controllata e tollerata. Un epifenomeno incapace, per natura e proporzioni, di incidere su di un equilibrio complessivo, di alterare uno scenario in cui il controllo sociale era esercitato in prima persona e a bassa voce, col cono gelato o il sacchetto della spesa in mano. Ecco, è precisamente questa sensazione che i tumultuosi anni Novanta hanno spazzato via, disorientando tutti: residenti in primis, ma anche amministratori, giornalisti, forze dell’ordine. L’icona di un quartiere che si compiaceva della propria misurata, sobria ordinarietà si è dissolta, senza scampo, sotto i colpi della forza dirompente del nostro tempo, la globalizzazione con i suoi mille e più flussi: materiali, immateriali e soprattutto umani [Castells 2000; Friedman 2000 e 2004; Orioles 2007]. L’immigrazione straniera, si sa, è il volto più pregnante di questa colossale trasformazione planetaria [Muscarà 2007; Papastergiaidis 2000; Stalker 2003; UN-GCIM 2005]. Ne è, soprattutto, la manifestazione più visibile, specialmente laddove i movimenti e le reti che la alimentano tendono ad addensarsi e concentrarsi [Wood e Landry 2008]. Come è avvenuto, appunto, nella zona della stazione di Udine.
Mentre vi si inaugurava, guarda caso, il primo McDonald’s della città, il quartiere ha visto così paracadutare e moltiplicarsi in gran velocità tutti gli altri segni e simboli dei tempi nuovi. Gli effluvi del kebab, il cicaleccio dei call center, la lussureggiante mercanzia cinese, l’esuberanza degli african shop. E, naturalmente, una moschea. Luoghi nuovi ma, soprattutto, nuovi avventori e residenti, che hanno proiettato sui marciapiedi del quartiere un inedito precipitato antropologico. Un eterogeneo campionario di lingue, atteggiamenti, comportamenti, abiti, ornamenti e riti si è sovrapposto all’antica identità di questa zona, schiacciandola o, nell’infastidita percezione di molti, relegandola in una paradossale posizione di minorità. “Questa non è più via Roma”, ha sottolineato un giovane (ucraino!) riferendosi alla pulsante arteria commerciale dirimpetto la stazione, “ma via Romania”.Udine insomma ha oggi, indiscutibilmente, un proprio quartiere multietnico. Come tante altre realtà nazionali ed europeee, ovviamente in proporzione. Proporzione, però, tutt’altro che insignificante. Anzi. I numeri parlano chiaro (vedi figura). In base ad una rilevazione anagrafica compiuta dallo scrivente nel maggio 2007, i cittadini stranieri rappresentano un quarto circa dei duemila residenti nel nucleo centrale della cosiddetta casbah (v.le Europa Unita, v.le Leopardi, via Roma, p.zza Repubblica, via della Rosta, via Croce, via de Rubeis, Via Nievo, Via Percoto). Con punte, però, pericolosamente vicine al 50%, come in viale Europa Unita. Assai superiore rispetto al dato medio udinese (10%), come di tanti altri capoluoghi italiani [Caritas 2007], questa densità abitativa è l’evidente spia dell’attrazione esercitata sui migranti da queste strade. L’indicatore di un processo di concentrazione avvenuto spontaneamente, frutto della convergenza di miriadi di decisioni individuali che la popolazione locale ha visto atterrare e cumularsi, una dopo l’altra, giorno dopo giorno. Una situazione sui generis, inoltre, anche per la vistosa pluralità di nazionalità rappresentate, nessuna delle quali preponderante sulle altre. Albanesi e pakistani; croati e russi; filippini e algerini, cinesi e colombiani. Le bandiere del pianeta sventolano un pò tutte, qui, a spizzichi e bocconi.

Un ghetto. Un suk. Una casbah. Persino un Bronx. Nella vox populi come nella stampa, le etichette circolate per descrivere questa situazione si sprecano. E tradiscono, oltre al disagio diffuso, la paura. Quale? Beh, non è una sola. C’è, anzitutto, la fatidica questione della sicurezza, la stessa deflagrata a suo tempo nella Padova di via Anelli, nei dedali del centro storico di Genova, o nella Torino di Porta Palazzo. È lo spettro di una zona oramai fuori controllo, anzi, in mano ad altri. L’incubo di un’area tranquilla che, dall’oggi al domani, si fa ricettacolo di criminalità e devianza d’importazione; teatro di attività illecite praticate alla luce del sole o, peggio, celate negli appartamenti e magari dietro l’incomprensibile vociare dei tanti capannelli fuori dagli esercizi commerciali o davanti ad una panchina.Questo è il timore verso cui si è indirizzato maggiormente, e comprensibilmente, l’impegno delle istituzioni. Le forze dell’ordine si sono prodigate non poco negli ultimi tempi per riaffermare l’impressione del controllo e rassicurare la preoccupata cittadinanza. Con misure concrete, quali l’incremento della sorveglianza e l’efficace repressione delle condotte più indesiderate, dalla prostituzione nelle strade allo strisciante traffico di stupefacenti. Ma anche con gesti simbolici, come l’apprezzata scelta di svolgere qui l’annuale Festa della Polizia.La strategia, manco a dirlo, ha funzionato solo in parte. Basta leggere il “Messaggero Veneto” per rendersene conto. Per ogni comunicato del Questore o del Prefetto volto a ribadire il messaggio chiave – non c’è alcun problema di sicurezza nel quartiere – non si sono fatte attendere né le smentite, per quanto peregrine, né le segnalazioni secondo cui il problema risiederebbe altrove. Dove, di grazia?
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data pubblicazione: 15 Febbraio 2008
A studentesse e studenti del corso di laurea in Scienze della Formazione primaria, Università degli Studi di Udine:
Lunedì prossimo, 18 febbraio, comincia il corso di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi. L'appuntamento è per le ore 9.00 nell'aula 5 della sede di via Margreth e, poi, ogni lunedì alla stessa ora. Il programma è stato divulgato nei canonici canali del nostro Ateneo, per cui mi limiterò qui a ribadirne gli elementi essenziali.
Anzitutto, lo studio. Che si impernierà su questi argomenti:
1) Il concetto di cultura: accezioni principali; il cammino verso l’accezione “scientifica” o “antropologica”; cultura e civiltà tra illuminismo e romanticismo; che cos’è la cultura per le scienze sociali; analisi della cultura: proprietà generali, caratteri. Approfondimenti: natura e cultura; socializzazione, etnocentrismo, relativismo culturale, universali culturali.
2) La cultura, analisi approfondita di “valori”, “norme sociali”, e “riti”.
3) Rassegna di alcuni approcci sociologici alla cultura, con particolare riguardo a: K. Marx e la sociologia della conoscenza; E. Durkheim; M. Weber; Scuola di Chicago; G. Simmel; T. Parsons.
4) Diversità e pluralismo culturale: diversità “interna” (stratificazione sociale, generazioni, subculture e controculture ecc.) ed etnica; immigrazione straniera e integrazione; il multiculturalismo. Analisi di alcuni esempi inerenti il pianeta Islam: la “guerra delle vignette”; il velo e le donne musulmane; Khatami e le strette di mano proibite; Chahdortt Djavann e il “fascismo islamico” vs. Tariq Ramadan e il "riformismo islamico".
5) Globalizzazione: riflessioni a partire dal saggio del docente “Le mille globalizzazioni”.
6) Comunicazione: excursus storico dall’era dell’oralità ai giorni nostri (tecnologie della comunicazione, internet, telefonia mobile ecc.); teorie e modelli interpretativi della comunicazione di massa.
Tutti questi argomenti saranno trattati a partire da alcuni testi di base, da leggere per sostenere l'esame. Si tratta di: L. Sciolla, Sociologia dei processi culturali (Il Mulino 2007); M. Orioles, Le mille globalizzazioni: alla ricerca di una bussola (Il Calamo, 2007); M. Orioles, I vecchi e nuovi volti della comunicazione, in B. Tellia, a cura, Comunicare (Forum, 2005).
Questo, dunque, per quanto riguarda lo studio “matto e disperatissimo”. Durante il corso, tuttavia, cercheremo di sviluppare alcune abilità “pratiche” e decisamente meno disperate. Sulla scia di quanto fatto l’anno scorso, gli studenti più “volitivi” saranno invitati a realizzare delle micro-ricerche o tesine sull’argomento “immigrazione straniera” e dintorni. Ci proporremo in particolare di realizzare altri video sulla falsariga di quelli attualmente ospitati in questo sito, tutti curati dagli studenti dell’anno scorso e dal docente. Ne parleremo naturalmente a lezione.
IL DOCENTE
Marco Orioles
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Orma
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data pubblicazione: 31 Ottobre 2007
Caritas: immigrati regolari, 21,6% in un anno
Ansa, 30 ottobre 2007ROMA - Sono 3 milioni 700 mila gli immigrati regolari in Italia. Un numero aumentato del 21,6% - pari al 6,2% sulla popolazione complessiva (nell'Ue è il 5,6%) - in un anno e tale da collocare l'Italia, per ritmo di crescita, al vertice europeo. Lo stima il 17/o rapporto sull'immigrazione redatto dalla Caritas Italiana e dalla Fondazione Migrantes. Nel 2006 il trend di crescita (700 mila in un anno) è stato tale che, se sarà confermato, farà arrivare fra 20-30 anni gli stranieri a 10 milioni ed oltre. Novità di quest'anno, la presenza paritaria delle donne rispetto agli uomini (49,9%) e tale da essere maggioranza. Le uniche ad avere una prevalenza maschile sono solo Lombardia e Puglia. I minori sfiorano le 700 mila unità (18,4% del totale). Ogni 10 immigrati, 5 sono europei (la metà comunitari); 4 suddivisi fra africani e asiatici, 1 americano. L'aumento di 700 mila unità in un anno (un sesto rispetto all'anno precedente) é il numero complessivo di stranieri contati appena 5 anni fa, nel 2002. I rumeni, col 15,1% di presenza, è la comunità più numerosa; segue i marocchini (10,5%), gli albanesi (10,3%), gli ucraini (5,3%). Sei immigrati su 10 si trovano al nord; al centro c'é il 26,7%, al sud il 10,2% e nelle isole il 3,6%. In sei anni, dal 2000 al 2006, gli immigrati dall'Est sono saliti di 14 punti mentre l'Africa ne ha persi 5 e l'America 2.GLI ORTODOSSI SUPERANO I CATTOLICIGli immigrati di fede ortodossa hanno superato quelli di fede cattolica. E' una delle novità del rapporto 2007 della Caritas Italiana/Migrantes, in cui si conferma un'importante presenza di musulmani che sono oltre un milione 200 mila e costituiscono il secondo gruppo religioso del paese fra gli stranieri. Nell'ultimo anno, i cristiani sono rimasti stabili (circa 1.800.000) ma per effetto della crescita degli ortodossi (aumentati di 259.000 unità) che hanno così superato i cattolici (685 mila) ed arrivando a quota 918 mila. I musulmani invece sono aumentati di 103 mila unità, in gran parte a causa dei ricongiungimenti familiari e delle nuove nascite. Secondo le stime del rapporto, a scuola le fedi sono così suddivise: 236 mila cristiani (tra i quali 117 mila ortodossi e 99 mila cattolici), 185 mila musulmani, 16 mila fra induisti e buddisti. Chiudono la lista le religioni tradizionali africane (6 mila) e la religione ebraica (mille). Da rilevare, fra gli studenti la diminuzione di 1,3 punti percentuale per i cristiani e l'aumento di 4,5 per i musulmani.IRREGOLARI, SOLO UN TERZO E' STATO RIMPATRIATOGli stranieri irregolari intercettati lo scorso dalle forze dell'ordine sono stati 124.383. Di questi solo il 36,5% è stato rimpatriato effettivamente, quasi la metà di quelli del 1999. Il 13% di questi irregolari sono giunti via mare, ossia 22.016 persone, quasi mille in meno rispetto al 2005. "Così il mare - afferma il rapporto - da fondamentale elemento per gli scambi, continua ad essere uno sconfinato cimitero". Ma le tragedie via terra non sono da meno: si viaggia e spesso si muore nascosti nei tir, sotto i treni ed addirittura nei carrelli degli aerei. Nel 2006, sono stati rimpatriati solo il 36,5% (45.5449) è stato effettivamente rimpatriato contro il 64,1% del 1999. Tuttavia, segnala la Caritas, se si tiene contro dell'ultimo allargamento della Ue e il numero degli intercettati in posizione irregolare scende dopo tanti anni al di sotto delle 100 mila unità, ossia a 84.245. Sugli irregolari, per il rapporto, "aiuta il ragionamento e non la paura". Servono norme più più agili e politiche di contenimento che insistano sulla virtualità dei rimpatri assistiti. Soprattutto se, per effetto dell'ampliamento dell'Ue, per la prima volta i cittadini stranieri intercettati in posizione irregolare sono scesi al di sotto delle 100 mila. Gli stranieri incidono per quasi un quarto sulle denunce penali ed altrettanto per presenze in carcere. I maggiori protagonisti a livello penale sono gli irregolari (4 casi su 5) per lo più per reati legati allo sfruttamento della prostituzione, all'estorsione, al contrabbando e alla ricettazione. L'acquisizione della cittadinanza nel 2005 ha avuto un vero e proprio boom (19.266 casi) se si considera gli 11.945 del 2004.Il 40% dei casi sono cittadini dell'est europeo. Nel periodo 1995-2005 sono state presentate 213.047 domande per ottenere la cittadinanza, delle quali 125.535 definite positivamente. Nella maggior parte si è trattato di matrimoni (80% da cittadini dell'est) mentre si sono ridotti i casi di naturalizzazione (20.731).SEMPRE PIU' PROPRIETARI DI CASEAumenta il numero degli immigrati proprietari di un'abitazione. Nel 2006 - come rileva il rapporto - sono stati un sesto tra quanti hanno acquistato una casa e tendenzialmente stanno diventando la metà di quanti hanno bisogno della prima casa. Gli immobili che preferiscono sono quelli da ristrutturare, vicino alle reti di trasporto ed alle scuole dei figli. Gli stranieri coprono tuttavia il segmento più basso del mercato: 117 mila euro per una casa di 50 metri quadrati, "che costringe al sovraffollamento", il volume di affari annuo complessivo è di 1,5 miliardi di euro.
Il 6,1% del Pil realizzato dagli immigrati
Corriere della Sera, 30 ottobre 2007ROMA – Il lavoro degli immigrati concorre alla produzione di ricchezza in Italia con un contributo del 6,1% del Pil. Il dato emerge dallo studio della Caritas (rapporto Caritas/Migrantes), che ha indicato come siano ormai 3,7 milioni gli immigrati regolari in Italia. Una cifra che equivale al 6,2% della popolazione complessiva. Praticamente la stessa proporzione tra peso sulla popolazione complessiva e contributo al Pil nazionale. Frutto di un «tasso di occupazione notevolmente alto».
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